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Dopo il summit dell'Apec

Alle Hawaii Obama ha lanciato ufficialmente il contenimento alla Cina

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Questa volta niente tradizionali camicie hawaiane. I leader dei paesi dell’Apec,  l’organismo per la cooperazione economica dell’area asiatico e pacifica, hanno deciso che non era il caso di presentarsi al summit di Honolulu con vestiti troppo sgargianti. Sarebbe stato inopportuno presentarsi con abiti così pittoreschi in un momento delicatissimo per l’economia mondiale. Al dì la della scelta cromatica il summit ha avuto conseguenze importanti. Come ormai succede ogni volta che si siedono allo stesso tavolo, è stata l’ennesima puntata del confronta tra Stati Uniti e Cina. Il Pacifico è il terreno di gioco dove si confrontano i due global player.

L’amministrazione Obama vuole rilanciare la propria influenza in Asia. Hillary Clinton, con un lungo articolo inviato a Foreign Policy aveva dettato la linea. Il segretario di stato ha ricordato che negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti "hanno allocato immense risorse sui due teatri" dell’Iraq e dell’Afghanistan. "Rimaniamo fieri del nostro rapporto con l’Europa" ma è tempo di "reindirizzare investimenti  diplomatici, economici, strategici e non solo verso il Pacifico". Che gli americani siano pronti ad entrare nel “secolo asiatico” è apparso in tutta la sua evidenza nella scorsa settimana. Non solo con il summit dei 21 capi di Stato e di governo dell'Apec ma anche con la riunione dell'Eas (East Asia Summit) a Bali,con le affermazioni della Clinton all'Arf (Asean Regional Forum) di Hanoi sulla libertà di navigazione e di sfruttamento delle risorse del Mar Cinese Meridionale  con  dalla creazione di una Zona di Libero Scambio fra gli Usa e la Corea del Sud, con l'abbattimento, entro cinque anni, del 95% delle attuali tariffe doganali.

Ossigeno puro per l’economia globale sempre più insidiata dalla recessione. Fondamento della “grand strategy” americana è il contenimento dell’influenza cinese. Se è vero che gli Usa hanno consolidato i suoi legami politici ed economici con praticamente tutti gli alleati asiatici, allo stesso tempo Pechino ha sostituito Washington come primo partner commerciale di tutti i più importanti paesi della regione. Pechino punta tutto sull’economia: è da metà degli anni novanta che sta attuando un ambizioso programma di ammodernamento delle sue forze armate per a rafforzare la sua capacità di proiezione politico-militare nell’area ma il gap con gli Stati Uniti resta abissale. Il timore della CasaBianca è che, nel lungo periodo, l’interdipendenza economica trail gigante cinese e l’Asia  porti al declino dell’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare a stelle e strisce. Sarebbe lafine dell’egemonia globale americana.

Per questo motivo Obama ha puntato moltissimo sul vertice Apec che ha dato un impulso decisivo all’integrazione economica della regione attraverso l’ampliamento della Trans-Pacific partnership. La Tpp ènata nel 2005. Nel 2008 gli Stati Uniti decidono di farne parte. Con il vertice di Honolulu Giappone e Corea del Sud hanno avviato le trattative per l’ammissione. La Tpp diventerà la più grande area di libero scambio a livello mondiale. Questo progetto cozza on la strategia della Cina che si era affannata per costruire una struttura regionale intra-asiatica. In pratica, i cinesi vogliono diventare la colonna portante del sistema economico dell’area Asia-Pacifico, così da marginalizzare gli Stati Uniti. Ufficialmente la Tpp non mira al contenimento della Cina né ad arginarne una futura egemonia economica ma i vertici del Partito comunista cinese non possono dormire sonni tranquilli. Alla fine dei giochi, si tratta di una strategia mirata a limitare il ruolo cinese nel processo di integrazione economica e commerciale.

L’ex impero di mezzo lo sa e cerca di disinnescare laminaccia: “E’ un piano troppo ambizioso”, ha detto Wu Hailong, assistente del ministero degli Affari Esteri cinesi, prima che iniziasse il vertice Apec. Gli americani non possono fare altro che spostare il proprio focus sull’Asia. Possiede un terzo della popolazione globale,due terzi delle riserve monetarie, assorbe oltre il 40% dell’export americano. Tutt’altra situazione rispetto all’Europa dove gli stati non riescono a rifinanziare il proprio debito e la disoccupazione sta esplodendo. Come ha detto la Clinton il “XX è stato il secolo americano dell’Atlantico”  ora si tratta di “rendere il XXI il secolo americano del Pacifico”. Significa che noi europei non siamo più strategici. Mentre Obama, il 20 novembre, annuncia che invierà 2.500 marines in Australia per presidiare il Sud-Est asiatico in funzione anti cinese,due mesi prima in Germania, l'ultima divisione militare americana abbandona l'Europa.

A Wiesbaden, dopo una sobria cerimonia, i soldati della Prima Divisione Armata hanno lasciato la base. Ora, sul territorio europeo, sono in tutto 42.000 e, per il 2015, saranno 37.000. Effetto dei tagli alle spese per la difesa. Poco prima di lasciare l’incarico di Segretario alla Difesa, Robert Gates,in un discorso pronunciato a Bruxelles era stato molto chiaro: “La dura realtà è che si esaurirà la pazienza del Congresso e del popolo americano nel sovvenzionare nazioni che sono restie a dedicare le risorse necessarie o a effettuare i necessari cambiamenti per diventare partner capaci di provvedere alle loro esigenze difensive”.I partner europei sono davanti a un cambiamento epocale. Adesso senza la protezione americana dovranno impegnarsi a individuare e perseguire i propri interessi geostrategici, economici e politici. Il modello sembra essere quello della guerra in Libia. Dove gli Usa ha adottato il modello “lead from behind”. Sono state Francia e Gran Bretagna a guidare la campagna nordafricana, con Washington a guardare le spalle. Ricordiamoci, però, che senza lo straordinario apporto americano, probabilmente, staremmo ancora dando la caccia a Gheddafi. 

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