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Alle origini della cultura dell’eversione

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Tra i miti più sciagurati dell’Italia unita, il posto d’onore, al di là di ogni ragionevole dubbio, spetta alla distinzione tra “paese reale” e “paese legale”. E’ il mito che, più di ogni altro, ha alimentato la violenza, ha delegittimato i governi, ha indebolito, nella coscienza collettiva, il senso dello Stato, ha consentito di manomettere i diritti degli individui e delle comunità. Ricorda in qualche modo la distinzione di Jean Jacques Rousseau tra la “volontà generale” e la “volontà di tutti”: nell’interpretazione datane dalla “democrazia totalitaria”, nelle sue varie configurazioni storiche (bonapartismo, fascismo, comunismo, azionismo, populismo), la prima s’incarnerebbe in individui (Robespierre, Napoleone etc.), in ceti (gli “intellettuali”), in classi sociali (il proletariato) carismatiche mentre la seconda esprimerebbe i desideri e i capricci momentanei di un popolo degradato a plebe.

Certo i due concetti non vanno confusi: nella dicotomia paese reale/paese legale c’è l’idea di una minoranza che gestisce la cosa pubblica nel suo esclusivo interesse laddove nella dicotomia volontà generale/volontà di tutti c’è l’idea delle maggioranze che non sanno quel che fanno, dal momento che non si lasciano guidare dalla ragione ma dai propri “bassi istinti”. E tuttavia, col tempo, nel nostro paese, le due dicotomie si sono intrecciate: è sempre il “paese legale” a tenere le mani sul governo ma, con l’avvento del suffragio universale, a dargli il potere è "la volontà di tutti" ovvero le masse gregarie, plagiate dai preti, dai “signori”, dai padroni del vapore. In tutti i decenni del secondo dopoguerra, gli iscritti ai partiti operai avevano la incrollabile certezza interiore di rappresentare il vero "interesse collettivo" laddove i militanti e gli elettori della DC e degli altri partiti di centro e di destra apparivano inconsapevoli marionette manovrate dai potentati economici e dalle agenzie spirituali di sempre. PCI e PSI erano partiti "legali" e "legittimi", gli altri partiti erano solo “legali” dal momento che promuovevano oggettive strategie antiproletarie.

Se si parlava coi maitres-à-penser degli anni 60/70 ci si accorgeva che per loro un voto dato a un partito di sinistra non aveva lo stesso peso morale di un voto dato a un partito di centro o di destra, essendo il primo espressione di una citizenship pensosa e responsabile e l’altro frutto di un plagio o, tutt’al più, di un  calcolo clientelare. Temo, alla luce delle sue prediche sulla democrazia, che per Gustavino Zagrebelsky non sia cambiato nulla, anzi che le "masse gregarie berlusconiane" non abbiano fatto che rafforzarlo in questa poco edificante visione dei connazionali che non votano per le sinistre (una visione, peraltro, condivisa dal compianto Norberto Bobbio e, grosso modo, da tutto lo stato maggiore intellettuale post-azionista).

Di qui l’ambiguità dei maitres-à-penser nei confronti della contestazione di ieri e del violento pacifismo no global di oggi. I mezzi sono assolutamente inaccettabili e da condannare con risolutezza ma, quanto ai fini, andrebbe fatto altro discorso. I giovani che lanciano slogan minacciosi, infatti, per i Magris, per i Salvadori, per i Sanguineti, per gli Asor Rosa, richiamano l’attenzione su problemi reali e drammatici: la guerra, l’inquinamento, la corruzione politica, l’offensiva neo-clericale etc. Sono, ancora una volta - è il caso di ripeterlo? - l’Italia reale di contro all’Italia legale che cementifica le coste, avvalla l’intervento americano in Medio Oriente, inquina mari e fiumi, muove i fili della finanza occulta, coltiva teodem e teocon  etc.

Alla luce di queste considerazioni, si spiega bene come sia impossibile addossare allo Stato, per citare l’ultimo editoriale di Alberto Ronchey sul Corriere della Sera, “il non facile compito di procedere con decisione" in nome della legge "contro i provocatori dell’estrema eversione”. Non è solo questione di governo Prodi, autorevolmente rappresentato da uno come Paolo Cento che, lo ricorda Gian Antonio Stella in Avanti popolo (BUR 2006): “ha difeso i no global che avevano svaligiato un supermercato e la libreria Feltrinelli, sostenendo che "gli espropri proletari non sono una rapina ma una spesa sociale" e che "le manifestazioni dei precari e dei disoccupati non sono un’emergenza di ordine pubblico, ma la conferma che la flessibilità e il carovita stanno determinando una nuova drammatica emergenza sociale”; anche il governo di centro-destra, infatti, si è sempre ben guardato dal mostrare il pugno di ferro dinanzi ai movimenti eversivi. (Se lo avesse fatto, sarebbe stato difeso solo da ‘Libero’.. e da qualche altro kamikaze della carta stampata!)

E, d’altra parte, com’è pensabile armare la mano dello Stato quando, nella political culture delle scuole e dei mass media, esso appare come il dominio di una consorteria dedita ai propri affari e, per converso, i suoi nemici svolgono il ruolo dei compagni che sbagliano sul piano degli strumenti di lotta ma rivelano tanta generosità d’intenti per quanto riguarda le  mete ultime? Se la violenza erogata dalla "forza pubblica", nell’immaginario collettivo, consapevolmente o inconsapevolmente, figura come la repressione del “paese legale” ai danni del “paese reale”, quale classe dirigente, di sinistra ma anche di destra, se ne accollerà l’onere? E quand’anche un governo se ne facesse carico, come si può essere sicuri che non solo l’opposizione ma persino componenti non trascurabili della squadra ministeriale rinuncerebbero alla  gratificante parte in commedia di chi sa ascoltare il "grido di dolore" che si leva dalla "società civile"?

Se la effettiva legittimazione di uno Stato si misura non da generici parametri democratico-plebiscitari ma dalla solidità e dalla coesione delle sue classi dirigenti, che possono essere divise su tutto ma non sui "principi", per misurare, a loro volta, solidità e coesione c’è un solo criterio: il consenso unanime alla repressione dura dei gruppi eversivi. Si tratta di qualcosa che, da secoli, è raro  vedere nella nostra penisola. Dai tempi remoti della congiura di Catilina, quando una parte dell’élite romana, con Giulio Cesare, si defilò dai sistemi forti del console Cicerone, al fine di ereditare le truppe del partito sconfitto, alle esitazioni dei vertici dello Stato dinanzi alla marcia su Roma delle "camicie nere della rivoluzione", ci sono sempre stati uomini del “paese legale”  che hanno pensato bene di avvalersi del "paese reale" per prevalere sui loro avversari nella spartizione del potere all’interno del Palazzo. Chi non ricorda il PSI di Pietro Nenni, che non superava  il 15% ma, nei primi governi di centro-sinistra, pretendeva nientemeno che grandi "riforme di struttura" in nome delle masse “rimaste fuori” (o, comunque, rappresentate da partiti immobilizzati dal fattore K)?

In qualsiasi altro paese europeo, ci si sarebbe posta la domanda di buon senso rivolta da Indro Montanelli ai socialisti: “ma perché un partito maggioritario, caratterizzato da un elettorato in gran parte conservatore, avrebbe dovuto suicidarsi mettendo in cantiere le riforme giacobine di Riccardo Lombardi e di Antonio Giolitti volte a smantellare il capitalismo italiano?”; ma non da noi, dove, da sempre, vige una concezione "sostantiva" e non procedurale della democrazia - rispecchiata peraltro nella carta costituzionale - per cui il "legale" non è, ipso facto, "legittimo" e avere più voti non significa libertà di varare le leggi "ordinarie" promesse al proprio elettorato.

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