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All’economia serve il brivido del rischio

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Un’indagine commissionata di recente dai senatori democratici americani Charles Schumer e James Webb mostra in che misura il reddito da lavoro è andato mutando negli ultimi anni, e s’interroga se tale mutamento sia andato nella direzione di un suo aumento ovvero di una sua diminuzione. Dall’indagine emergerebbe una realtà nella quale sarebbe accresciuto il senso d’insicurezza tra i lavoratori della classe media americana. Un’analisi di Nick Schulz dell’American Enterprise Institute tenta di comprendere, al di là della percezione dei cittadini americani, la reale coerenza dei risultati ottenuti dai due senatori democratici con le ragioni, le cause e la natura dello sviluppo economico. In primo luogo, viene discussa la consistenza dell’indice di variabilità reddituale elaborato dal Congressional Budget Office (CBO) e commissionato da due senatori democratici.

Al termine della ricerca, il CBO ha rilevato che “dal 1980, la tendenza delle variazioni dei redditi è stata decisamente piatta”, un’affermazione, secondo Schulz, sostanzialmente coerente con i numerosi studi esistenti su questo argomento. Sebbene la ricerca del CBO individui “un significativo numero di realtà lavorative che nel tempo sono andate via via modificandosi”, di contro, l’istituzione statunitense non ha rilevato nulla di straordinario nelle ultime due decadi. Per questa ragione, conclude Schulz, ad oggi non ci sarebbe nulla che faccia supporre che un incremento della volatilità dei redditi degli americani sia la causa di una effettiva maggiore difficoltà nella vita dei cittadini.

Ad ogni modo, se gli americani percepiscono un maggiore senso di insicurezza, è compito degli analisti economici e politici domandarsi quali siano effettivamente le cause. Lo spunto ci viene offerto dalla ricerca condotta negli Stati Uniti, ma l’interesse per la comprensione del fenomeno dovrebbe animare anche gli economisti e gli analisti che operano in Italia, considerato che non mancano anche nel nostro Paese sostenitori delle tesi dei due senatori democratici americani.

L’elemento che spesso viene indicato come responsabile di tale stato di incertezza economica e di insicurezza esistenziale è la disuguaglianza reddituale. In effetti, sono molti gli studi che mostrano come negli ultimi anni sia andata crescendo tale disuguaglianza proprio nei Paesi che presentano economie particolarmente avanzate. In una recente giornata di studio svoltasi presso la Pontificia Università Lateranense, il prof. Giuseppe Mastromatteo dell’Università Cattolica di Milano ha sostenuto una simile tesi, mostrando – sulla base di una ricca casistica –, tuttavia, come tale aumento della disuguaglianza reddituale sia inversamente proporzionale alla crescita del tasso di disoccupazione, e direttamente proporzionale al grado di specializzazione del lavoro: Paesi con un alto tasso di disoccupazione e di lavoro non specializzato sono quelli con un minor tasso di disuguaglianza reddituale e viceversa. Da ciò si può dedurre che la disuguaglianza reddituale non si riduce o traduce meccanicamente ad un fenomeno di manifesta “ingiustizia sociale”. Ovvero, quanto meno, il fenomeno – come si usa dire – è più complesso.

A tal proposito ci viene incontro la spiegazione data dal Nobel per l’economia Gary Becker, il quale in un recente saggio intitolato Is the Increased Earnings Inequality among Americans Bad?, ha scritto: “Registriamo una tendenza generale verso un aumento delle differenze tra i redditi di persone dotate di maggiori o minori capacità […] le maggiori differenze riguardano gli stipendi di persone diplomate al college e di coloro con un grado d’istruzione appena superiore al college, i cui stipendi crescono abbastanza rapidamente. D’altro canto, abbiamo gli stipendi di persone in possesso di master in diritto o in altre discipline; in questo caso, gli stipendi crescono molto più rapidamente. Tale tendenza produce un divaricamento della disuguaglianza reddituale al livello della formazione. […] Gli indici che misurano il tasso di rendimento dovuto alla frequenza dei college sono esplosi nelle ultime decadi a causa dell’incremento della domanda di persone con un alto grado di conoscenze e di capacità”

In questo senso, l’argomentazione politicamente scorretta di Becker è evidentemente chiara: “Le ragioni dell’aumento della disuguaglianza reddituale tra gli americani sono desiderabili e motivo di benefici”. Si domanda provocatoriamente Becker: “forse che l’incremento della disuguaglianza reddituale dovuta in primo luogo all’indice di remunerazione scolastica e al possesso di altre capacità non dovrebbe essere considerato favorevolmente […]? Alti tassi di remunerazione del capitale sono il segnale di una maggiore produttività dell’economia […] L’impatto iniziale di maggiori tassi di remunerazione del capitale umano produce una maggiore disuguaglianza reddituale (proprio come l’effetto iniziale di maggiori tassi di remunerazione del capitale fisico produce la stessa maggiore disuguaglianza); via via tale impatto diventa più leggero e potrebbe tradursi, nel tempo, in un maggior investimento da parte dei giovani del loro capitale umano”.

Una risposta efficace alle legittime preoccupazioni che sorgono dall’aumento della disuguaglianza reddituale non dovrebbe limitarsi a promuovere un livellamento dei redditi per rendere minima la disuguaglianza. La risposta che suggerisce Becker, e che ripropone Schulz, consiste nel fare in modo che aumenti il numero delle persone che decidono di costruire il loro futuro a partire dall’investimento sul capitale umano, e di accrescere quest’ultimo attraverso il miglioramento del loro personale percorso educativo e l’acquisizione di capacità ed informazioni sempre nuove. Le ripercussioni sul versante dell’azione politica evidenziano una filosofia civile ispirata alla promozione di una nozione di lavoro decisamente dinamica ed inclusiva, un’idea del lavoro che fa i conti con l’affascinante tema del capitale umano, della scoperta e dell’innovazione imprenditoriale, piuttosto che con anacronistiche soluzioni conflittuali e vetero sindacaliste.

La prospettiva inquadrata da Becker e da Sculz incontra le conclusioni alle quali giungono anche Carl J. Schramm e Michale Novak, rispettivamente nei loro libri The Entreprenuerial Imperative e Business as a Calling (trad. it. L’impresa come vocazione, Rubbettino). In entrambi i lavori emerge con forza l’idea che società economicamente meno garantite mostrano, alla prova dei fatti, di essere quelle che economicamente offrono maggiori opportunità.

È evidente che una simile affermazione può apparire a molti come un inquietante paradosso. Tuttavia, come negare l’evidenza empirica che economie forti e dinamiche sono il frutto di imprenditori innovativi che si assumono il ragionevole rischio, investendo i loro capitali in numerose direzioni ed iniziando ogni giorno innumeroveli, rischiose ed originali avventure imprenditoriali? Come negare che è stata ed è la creativa attività imprenditoriale che ha consentito le più significative conquiste in termini di tecnologia, aumento della produttività e della conoscenza, nonché il miglioramento del livello e della qualità di vita delle persone nelle nostre nazioni e nelle nostre città? È appena il caso di ricordare quanto amava scrivere Luigi Sturzo a proposito di libertà economica: vexatio dat intellectum. Nelle ostentate garanzie del paternalismo di Stato e nelle pretese sicurezze di certe politiche sindacali si nascondono le ragioni e la natura della più disumana ed irresponsabile stagnazione economica.

Si comprendono le difficoltà di far passare una prospettiva che può assumere effettivamente caratteri paradossali: l’idea che l’insicurezza economica possa diventare motivo di crescita. Oltretutto, ad essere onesti e realistici bisogna riconoscere che tale prospettiva andrebbe contro una delle più urgenti ed inscalfibili esigenze della classe politica di tutti i tempi e latitudini, quella di perpetuare se stessa, ovvero di raccontare storie piacevoli che non imbarazzino e non inquietino il cittadino elettore, in quanto dalla decisione di quest’ultimo dipenderanno le sorti del politico. Ed allora, poiché nemo dat quod no habet, sarebbe illusorio e sciocco aspettarsi la conversione ed il suicidio del politico di turno. Invece, si investa sul lungo periodo, sulla cultura d’impresa, sul senso di responsabilità, sulla cultura del ragionevole rischio. In definitiva, si abbia il coraggio di investire sulla capacità di scelta e sulla cultura degli elettori (sul loro capitale umano), ai quali spetta di decidere del futuro dei politici, della loro carriera e della loro eventuale sventura politica. 

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