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All’origine delle proteste e delle violenze antioccidentali nel mondo islamico

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Ancora una volta l’Occidente è stato colto di sorpresa dalla rabbia suscitata nelle folle islamiche dal filmino che denigra il Profeta. Ciò è avvenuto anche perché non ammettiamo che gli “altri” abbiano valori e principi diversi dai nostri. Per l’Occidente, la responsabilità è individuale; per l’Islam è invece collettiva. E’ un dato di fatto.

Non è colpa di nessuno, ma delle nostre diverse traiettorie storiche. Noi abbiamo conosciuto il Rinascimento e l’Illuminismo dopo il Medioevo. L’Islam, dopo gli iniziali secoli d’oro, ha subito una continua decadenza. Coloro che non accettano tali differenze – la cui rilevanza geopolitica è stata sottolineata da Samuel Huntington nel suo “Scontro di Civiltà” – si sono sentiti rassicurati nelle loro convinzioni dal fatto che le proteste, almeno quelle più violente, sono state manipolate dagli islamisti radicali e che le dimostrazioni antioccidentali abbiano avuto ovunque un numero ridotto di aderenti. Risulta che in Egitto taluni manifestanti siano stati addirittura pagati. I governi di transizione, nati dal “risveglio arabo” hanno quasi sempre reagito con determinatezza. Vari dimostranti sono morti negli scontri con la polizia, intervenuta a difesa delle sedi diplomatiche occidentali.

Le dimostrazioni si sono comunque diffuse fra l’Indonesia e l’India a Est e il Marocco e la Nigeria a Ovest. A Bengasi è stato massacrato l’ambasciatore americano in Libia, recatosi nella città per inaugurare in una data simbolica - l’anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001 - il nuovo centro culturale americano. Che manipolazioni vi siano state è indubbio. Il film diffamatorio su Maometto era già in circolazione da tre mesi nell’indifferenza generale. E’ divenuto un “caso” per la sua diffusione su Facebook e su Internet, altra dimostrazione – dopo quella delle rivolte arabe – delle capacità di contagio che hanno le moderne reti di comunicazione, globali e in tempo reale. Essi sono capaci di mobilitare e strumentalizzare le masse, senza vincoli di spazio e di tempo. Le strutture istituzionali – anche se lo volessero fare – non possono opporsi alle folle eccitate. Le piramidi con cui sono organizzate le istituzioni hanno lunghi tempi di attivazione. Anche politici pragmatici, come lo è certamente il presidente egiziano Morsi, sono obbligati ad adottare un atteggiamento ambiguo. Hanno bisogno del sostegno economico e politico degli USA, ma non possono permettersi di lasciare la piazza in mano agli islamisti. Le tensioni sono state amplificate dalla “voce”, diffusa da ambienti radicali islamici, che a produrre e a trasmettere il film fosse stata una “TV di Stato” americana, che come noto non esiste. Essa è stata accreditata dalla notizia che il film fosse stato prodotto per eccitare l’“islamofobia”, che secondo gli islamisti sarebbe molto diffusa in Occidente, nella ricorrenza degli attentati di New York e di Washington. Quindi, più di una ragione per “soffiare sul fuoco”.

L’episodio ricorda quello avvenuto nel 2006 con la diffusione, anch’essa ritardata di mesi e chiaramente strumentalizzata dagli islamisti, delle vignette su Maometto, pubblicate in Danimarca. Anche allora, furono assaltate varie ambasciate e uffici commerciali danesi. Negli scontri con la polizia, protrattisi per un paio di mesi, morirono oltre cento persone. Ricorda anche l’esibizione – che non si sa se fosse più infantile o più sciocca – del ritratto di Maometto sulla maglietta del ministro Calderoli, che suscitò la violenta protesta di Bengasi, repressa nel sangue dalla polizia di Gheddafi.

Quanto avvenuto, induce a valutare come le dimostrazioni e l’uccisione di un ambasciatore americano influiscano sulle relazioni fra l’Occidente e l’Islam e anche sulla campagna elettorale americana. Questo secondo aspetto comporta un giudizio sull’efficacia della politica della “mano tesa”, seguita da Barack Obama, nei confronti dell’Islam e del mondo arabo in particolare.

Le nuove classi dirigenti – egiziana, yemenita e tunisina – hanno reagito con notevole imbarazzo e ambiguità. Si sono barcamenate fra la solidarietà con gli USA e il desiderio di seguire gli umori della folla. Ha fatto eccezione proprio la Libia, il cui governo si è schierato massicciamente contro le violenze. Dai sondaggi risulta che l’opinione pubblica libica è la più favorevole agli USA - e, in generale, all’Occidente – di tutto il mondo arabo. Lo dimostra anche la nomina a presidente del Congresso Nazionale Generale di Abu Shagur, vissuto a lungo in esilio negli USA e in possesso anche della cittadinanza americana (a cui dovrà rinunciare all’atto dell’insediamento nella carica. Nel nuovo governo saranno prevalenti molti gli esuli negli USA e in Europa. Essi eviteranno di lasciare il potere in mano a ex-collaboratori di colonnello Gheddafi ed anche al NTC, che tanta debolezza aveva dimostrato nei riguardi delle milizie tribali e degli islamisti. Che la situazione stia cambiando è dimostrato dalla cinquantina di arresti già effettuati per i presunti responsabili dell’attacco al consolato USA di Bengasi e la condanna espressa da tutte le forze politiche nei riguardi degli assalitori e dell’assassinio dell’ambasciatore Chris Stevens. Meno netta è stata – come prima ricordato - la risposta egiziana. Il Presidente Morsi ha condannato il filmino e l’oltraggio all’Islam, prima di esprimere agli USA la solidarietà dell’Egitto e il rammarico dell’attacco all’ambasciata americana al Cairo. La situazione egiziana presenta elementi di criticità diversi da quella libica. In Libia il nuovo governo avrà il suo da fare per controllare e disarmare le milizie. In Egitto, esiste la possibilità di politicizzazione confessionale di qualsiasi evento che venga considerato un’offesa all’Islam, fra musulmani e copti e fra i Fratelli musulmani e i Salafiti. La radicalizzazione religiosa è di certo inferiore in Libia, soprattutto in Tripolitania. Il partito salafita libico ha ottenuto un solo seggio al parlamento. In Cirenaica, però, sono tornati attivi elementi del Gruppo Islamico Libico Combattente ed estremisti che hanno distrutto una decina di santuari “sufi”, considerati eretici dai Salafiti.

La meccanica e la tempistica con cui sono sorte dimostrazioni e proteste fa ritenere che anche in questo caso vi sia stato un “burattinaio”, che ha strumentalizzato per i suoi interessi politici un’indignazione peraltro più che giustificata nei confronti del produttore del film denigratorio. Non è la prima volta che ciò avviene. I “Versetti Satanici” di Rushdie erano stati utilizzati da Khomeini. E’ poi certo che Mubarak sfruttò i cartoons danesi per screditare agli occhi degli USA, che insistevano sulla tenuta di libere elezioni in Egitto, la Fratellanza Musulmana. L’allora presidente egiziano era preoccupato per l’interesse che Bush dimostrava verso la Fratellanza, nelle sue fantasie di democratizzazione dell’Islam.

Le dimostrazioni antiamericane e l’uccisione del rappresentante degli USA in Libia non sono state manipolate solo nei paesi arabi, ma anche nella campagna elettorale negli USA. Obama si è dovuto giustificare. Lo ha fatto “arrampicandosi sugli specchi”. Doveva evitare che gli si rimproverasse di aver completamente fallito nella sua politica della “mano tesa” nei confronti dell’Islam. Essa voleva ripristinare prestigio e autorevolezza degli USA. Lo ha fatto, sostenendo in taluni paesi le rivolte e abbandonando alla loro sorte taluni dittatori, di fatto alleati degli USA. Ha dimostrato incertezza nei confronti della Siria e del Bahrein. Di fronte all’uccisione dell’ambasciatore, ha quasi certamente perso la testa, decidendo d’inviare sulle coste libiche due navi militari. Non si capisce a che possano servire, se non a mostrare agli elettori americani quanto è bravo e deciso come “comandante in capo”. Sembra che abbia deciso anche di utilizzare i drones basati a Sigonella. Si spera che lo faccia con l’autorizzazione del governo libico e di quello italiano. Per inciso, la questione investe delicati problemi per l’Italia, che ha una completa sovranità sulla base. Per fortuna di Obama, il suo competitore Mitt Romney, non è stato da meno. Invece, di limitarsi ad esprimere solidarietà nei confronti del presidente, associandosi al lutto nazionale per il massacro del diplomatico e dei suoi collaboratori, ha maldestramente pensato di approfittare dell’evento per attaccare Obama, accusandolo di aver fallito e di essere un debole. L’ha fatto in modo arrogante. Avrebbe fatto una migliore figura proponendo ad Obama di andare assieme a Bengasi, ad inaugurare il centro culturale americano di Bengazi.

La politica estera è così entrata nella campagna elettorale americana. A parer mio, avrebbe dovuto restarci fuori. Il problema di fondo consiste nel dare risposta all’interrogativo sul motivo per il quale persista, proprio negli Stati islamici che tanto sono stati aiutati dagli USA, un potenziale d’odio tanto forte nei loro riguardi. Una risposta che mi sembra tuttora valida è stata fornita anni fa da uno dei più illustri islamisti della nostra epoca: Bernard Lewis. Il risentimento di fondo dell’Islam deriverebbe da un complesso d’inferiorità derivato dalla storia. Non dipende da quello che gli USA e l’Occidente fanno, ma da quello che sono. Tale complesso rimane di solito allo stato potenziale. Ma se viene manipolato, emerge e si traduce in dimostrazioni, proteste e violenze.

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