All’università di Bari le tesi finiscono nel cestino dell’immondizia
10 Maggio 2011
Al terzo piano dell’Università di Bari sono state trovate, qualche giorno fa, una trentina di tesi di laurea finite nei cestini dell’immondizia in corridoio. In mezzo alla cartacce e alle lattine c’erano anche i bei libroni, con tanto di copertina incorniciata, frutto delle fatiche degli studenti che li avevano consegnati affinché potessero trovare un posto nel prestigioso scaffale dell’ufficio del professore. Invece, per quegli studenti, pare essersi materializzato il tipico e diffuso sentore post universitario: quello per cui, al di là della soddisfazione personale e passato il momento, si ha l’impressione che la tesi scritta con tanto sudore la si potrebbe buttare anche nel cestino.
Al di là dell’indelicatezza di quei professori (o di chi per loro) che hanno cestinato senza ritegno le fatiche dei propri studenti, la notizia colpisce più per la spudoratezza del gesto che per il disinteresse di cui è indice. Del resto un’analoga scarsa considerazione per le ricerche di molti giovani viene dimostrata, più velatamente ma non meno chiaramente, dalla poca attenzione che certi docenti danno a tutto il lavoro che sta dietro a una tesi di laurea. A quanti studenti è capitato di rincorrere il professore per i corridoi dell’università – nella migliore delle ipotesi, nella peggiore in giro chissà dove – per scambiare due parole sul proprio elaborato e cercare di trarne qualche spunto utile? A quanti è capitato di inviare mail a vuoto, di aspettare settimane prima che il professore fosse riuscito a trovare, tra i suoi tanti e più importanti impegni, il tempo di leggere la tesi (o il tempo di girarla ai suoi assistenti affinché provvedessero al suo posto)? A quanti, ancora, è capitato di tirare un sospiro di sollievo (o, dall’altro lato, di provare un pizzico di invidia) per avere (o non avere) beccato uno dei pochi docenti che ancora credono nel compito formativo dell’insegnante e seguono lo studente nella preparazione del suo elaborato finale?
Se tutto ciò si limitasse soltanto ad un’odissea pre laurea sarebbe già grave, ma lo è ancora di più il fatto che tutto il disinteresse che viene spesso manifestato in questa fase si ripercuote, poi, nell’ingresso dei neo laureati nel mondo del lavoro. Cosicché per molti, alla già lunga lista di mail inviate, si aggiungono anche quelle per supplicare consigli e aiuto nella sempre più disperata ricerca di un’occasione professionale. Non che si possa fare di tutta un’erba un fascio, intendiamoci. Sono tanti i professori che svolgono il proprio lavoro al meglio, con sensibilità e attenzione. Ma sono troppi (e pare in perenne aumento) quelli che svolgono la professione universitaria tra altre mille attività, considerandola più una posizione di prestigio che una missione educativa.
L’università di Bari dovrà senza dubbio farsi un esame di coscienza per quanto è accaduto sotto gli occhi di tutti. Ma l’università italiana, allo stesso modo, dovrebbe farsi in generale lo stesso esame di coscienza per tutto ciò che continua a succedere sottobanco, e che ormai viene accettato con rassegnazione come fosse un dato incontestabile e immodificabile. Non lo è, invece, e non lo deve essere.
