Home News Altro che cittadinanza, ci vorrebbe un “reddito di resilienza” (di D. D’Angelo)

La proposta

Altro che cittadinanza, ci vorrebbe un “reddito di resilienza” (di D. D’Angelo)

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I dati forniti in questi giorni da alcune organizzazioni di categoria sono assai eloquenti ma purtroppo non sorprendono chi l’economia reale la vive ogni giorno sul campo. Il fatto che in due settori strategici per il tessuto produttivo nazionale come il turismo e l’agricoltura il reddito di cittadinanza abbia determinato rispetto alla domanda delle imprese, in un momento come quello che stiamo vivendo, un deficit di forza lavoro stagionale stimato in circa 250mila unità e un potenziale mancato fatturato che potrebbe raggiungere i 10 punti percentuali, è un elemento che dovrebbe far riflettere non soltanto chi per natura, mestiere e propensione non ama l’assistenzialismo di Stato, ma anche coloro che in buona fede hanno fin qui sottovalutato, oltre ai riflessi economici, la portata diseducativa del provvedimento-bandiera del Movimento 5 Stelle.

Intendiamoci: nessuno nega che una società solidale e uno Stato con un welfare funzionante debbano porsi il problema delle persone in situazioni di indigenza e che, oltre a cercare di ridurre le sacche di povertà innescando meccanismi virtuosi sul fronte della offerta di lavoro nel mercato produttivo, ciò debba avvenire anche attraverso strumenti di sostegno al reddito più immediati. Ma sul fatto che la strada giusta per raggiungere questo scopo sia immobilizzare nove miliardi in un anno per una misura che, come riferito negli ultimi giorni dal Messaggero, ha raggiunto 1,2 milione di nuclei con 1 milione di persone occupabili e di queste ben 750mila considerate attivabili ma che non hanno ancora sottoscritto i patti per il lavoro e iniziato a cercare un impiego, è lecito quantomeno dubitare. Anche e soprattutto perché questi numeri impietosi certificano il riflesso di una misura del genere su vasti settori della popolazione, anche giovane e giovanissima, che ritengono non valga la pena mettere impegno e sudore in un’occupazione se si può ottenere una paga mensile dallo Stato non facendo nulla e magari arrotondando con qualche giornata di lavoro in nero che in questo modo, peraltro, viene chiaramente incentivato.

Fin qui una riflessione non certo inedita, che tuttavia l’emergenza del post-pandemia ha reso ancor più evidente, come conferma la centralità che il tema sta riacquistando in questi giorni nel dibattito pubblico. Oltre a dire cosa non va, tuttavia, è il momento di avanzare un’idea alternativa.

La proposta è sostituire la “cittadinanza”, mero requisito passivo totalmente slegato dal contributo lavorativo che si intende offrire per lo sviluppo del Paese e della propria comunità, con la “resilienza”: termine oggi abusato ma efficace nel descrivere la resistenza di chi nonostante tutto sceglie di restare a vivere e di tenere aperta un’attività nelle aree del Paese dove le opportunità scarseggiano e lo spopolamento più che un rischio incombente è già una drammatica realtà. Più che alimentare la nullafacenza retribuita, si pensi a un incentivo mensile che aiuti a vivere, e a percepire il valore sociale della propria scelta, coloro che contro tutto e contro tutti mantengono alzata la saracinesca di un piccolo alimentari in un paesino, di un bar in una frazione, di un’attività rurale in un territorio impervio, di un’attività di pesca in una costa svantaggiata, fornendo un servizio alla propria comunità e contribuendo a contrastarne la dispersione.

Misure del genere in chiave settoriale già sono state sperimentate con successo: si pensi ad esempio agli incentivi esistenti per gli allevamenti di montagna. Ma il dato sostanziale è che, a differenza di quanto accade per il reddito di cittadinanza che implica spesa a gettito prevalentemente improduttiva, il “reddito di resilienza” a conti fatti ha tutte le potenzialità per finanziarsi da solo, senza oneri finali per lo Stato, anzi con una prospettiva di beneficio socio-economico generale. Oltre al fattore motivazionale che un contributo mensile per gli operatori dei territori svantaggiati potrebbe rappresentare, sul versante pragmatico non bisogna sottovalutare che un’attività che sopravvive è un disoccupato in meno al quale garantire sussidi, è un gettito fiscale che permane a beneficio dello Stato, è un patrimonio immobiliare privato oggi spesso abbandonato che verrebbe recuperato invece di vedere l’ennesima famiglia lasciare il borgo per occupare una casa popolare (di proprietà pubblica) nelle periferie delle nostre città con tutto il welfare supplementare annesso e connesso.

E ancora. Una misura del genere implicherebbe maggiore prevenzione e più tutela dell’ambiente, perché lo spopolamento dei territori significa il venir meno della sorveglianza sugli incendi, significa la perdita di orti e appezzamenti coltivati che arginano le conseguenze delle alluvioni, significa rinunciare agli allevamenti di montagna e quindi alla pulizia naturale dei boschi. Significa, soprattutto, perdere pezzo a pezzo le tradizioni che rappresentano il cuore pulsante del nostro Paese, a cominciare da quelle enogastronomiche ma non solo.

Ovviamente tutto ciò richiederebbe un lavoro serio e consapevole, messo in atto da persone competenti che conoscano la varietà dei nostri territori, per la fissazione dei parametri in base ai quali definire le aree di svantaggio e a rischio di spopolamento. E, accanto all’introduzione di questo strumento incentivante, si dovrebbe prevedere una normativa improntata al buon senso che nel definire gli oneri burocratici in capo alle attività tenga conto delle peculiarità territoriali. Tenga conto, ad esempio, che l’aggiornamento annuale per lo scontrino elettronico non ha lo stesso impatto per un’attività dei Parioli o per la bottega di un borgo di trecento anime, per la quale può arrivare a coincidere con l’incasso di un mese intero. Tenga conto che talune regole un po’ teoriche, come ad esempio quelle che fissano le misure di laboratori e strutture, possono e devono essere oggetto di deroghe in situazioni nelle quali esse risultano totalmente astratte e avulse dalla realtà.

C’è un lavoro serio da fare, ma ne varrebbe la pena. Invece di buttare risorse lo Stato ne beneficerebbe. E, al di là del dato economico, si contribuirebbe con un segnale di concreta vicinanza a impedire la scomparsa delle piccole realtà che custodiscono il tesoro di generazioni, che hanno fatto grande il nostro Paese e che hanno ancora tanto da dare, se solo lo si volesse per davvero.

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