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Altro che “Colao Meravigliao”! Il piano del top manager è una fiera delle ovvietà

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Lo confesso. Quando mi sono trovata davanti al malloppo cartaceo delle centoventi pagine del Piano redatto Comitato di esperti in materia economica e sociale avevo accumulato un certo numero di aspettative.

 

Prima di tutto perché avendo seguito, anche se un po’ distrattamente, le prime reazioni espresse da stampa e politica e avendo assistito alla levata di scudi – arrivata anzitutto dalla stessa maggioranza che lo aveva ingaggiato – era maturato in me un sentimento di empatia, quasi simpatia, per questo manager blasonato che aveva acconsentito a sottoporsi al pubblico ludibrio. In secondo luogo, perché tendo sempre a presumere che chi ha collezionato curriculum di spessore e carriere decennali di altissimo livello abbia sempre e comunque qualcosa da trasmettere, spunti da offrire, esperienze da cui è possibile trarre insegnamento. Il terzo elemento a fornirmi prudente ottimismo – potrebbe apparire di vezzo, ma a mio parere non lo è – era la veste grafica del documento: inaspettatamente pulito, semplice e minimal, sobrio e senza fronzoli, lontano tanto dagli slogan e dal marketing politico a colori sbattuti in faccia di stile renziano, quanto dalla banale basicità delle cinque stelle.

 

Ma più la lettura avanzava, più le mie aspettative si sgretolavano.

 

L’ampiezza dei settori su cui il piano ha l’ambizione di farsi promotore di proposte è così ampio – già questo un primo difetto – che è addirittura difficile riuscire a formulare un giudizio complessivo. Ma non ci sono dubbi che si tratta di un Piano che fa trasparire chiaramente la distanza che intercorre tra questi “top managers” e il mondo reale. La lettura di queste 120 misure ti accompagna in un viaggio “nel loro mondo” fatto di processi e non di prodotti, di software piuttosto che di hardware, di missions più che di piani di azione, di capitali più che di forza lavoro. Un mondo per lo più intangibile, a tratti anche interessante, ma che di concreto ha ben poco. E di innovativo e brillante, ahimè, ancor meno.

 

Ciò non significa che all’interno non vi siano parti condivisibili, solo per citarne alcune: la necessità di sollevare i datori di lavoro dalla responsabilità penale in caso il dipendente contragga il virus, l’urgenza di potenziare il sistema di compensazione debiti/crediti verso la Pa, la rinegoziazione dei canoni di locazione di locali commerciali e produttivi a fronte di una riduzione IMU per il proprietario, il potenziamento dello strumento degli accordi fiscali preventivi tra aziende e Agenzia delle Entrate, la riapertura – a condizioni ragionevolmente favorevoli – al rientro di capitali dall’estero. E ancora il ripristino delle misure di iper-ammortamento e super-ammortamento così come erano state inserite – e avevano mostrato efficacia – nel piano originario Industria 4.0, una politica di sostegno alle start up, oltre che l’inserimento di misure che favoriscano il Reshoring, cioè il rientro di aziende italiane che avevano deciso di delocalizzare le proprie produzioni all’estero.

 

Tutte proposte note, di cui si dibatte da anni e sulle quali bastava porre una minima attenzione al lavoro che si svolge in Parlamento – in Commissione soprattutto, nel corso delle continue audizioni che le categorie tengono nel corso dell’esame dei provvedimenti -, ma anche nei continui incontri informali tra rappresentanti del mondo produttivo e gruppi parlamentari, all’interno degli articolati delle proposte di legge depositate.

 

Bastava consultare uno a caso dei corposi fascicoli di proposte emendative presentate agli ultimi decreti, dal Cura Italia in poi – e in tempi non sospetti all’ultima legge di bilancio -, per trovarne addirittura una o più versioni già trasformate in testo di legge, corredate di relazioni tecniche e quantificazioni degli oneri connessi.

 

Quest’ultimo un ulteriore elemento di riflessione. Come può un Piano elaborato da tecnici di alto livello incardinati in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – che quindi si presume possa disporre almeno in parte dei servizi e delle professionalità interne – pensare di poter presentare proposte formulate in termini generici – a tratti superficiali (si pensi alla parte sugli appalti in cui si sostiene genericamente di “rivedere integralmente il codice degli appalti vigente”) – senza presumere che sia necessario proporre contestualmente un testo legislativo, corredato di stime di onerosità e, naturalmente, di coperture credibili e adeguate? I membri del Parlamento sono tenuti a farlo quotidianamente. Perché le task force di Palazzo Chigi, no?

 

Lo svolgimento di questo esercizio avrebbe probabilmente più che dimezzato il numero di proposte e costretto il Comitato di esperti a mettere in pratica il primo dei doveri di un decisore pubblico: dare delle priorità. Priorità valutate in base all’impatto che ci si attende da ciascuna misura – la famosa analisi costi-benefici tanto cara a Toninelli -, all’efficacia che ciascuna misura si stima possa avere sul tessuto economico del Paese e al fatto che, si sa, le casse dello Stato sono sottoposte a una semplice e spietata legge: quella dei vasi comunicanti. Posto che in questo periodo di emergenza qualche margine in più è concesso dal massiccio ricorso al debito, gran parte delle misure proposte nel Piano sono di portata tale da non potersi basare che su una revisione radicale e complessiva della destinazione delle risorse presenti nelle casse di via XX Settembre.

 

A fronte di queste ingenti e generiche dichiarazioni di intenti, nel piano nulla si trova riguardo questioni concrete e fondamentali che investono la quotidianità di cittadini e imprenditori. Nulla su una riduzione significativa e strutturale del cuneo fiscale (se non alcune forme di incentivo per singole categorie), nulla sulla necessaria revisione dell’intero sistema dei contratti di lavoro – nessuno in questo Paese ha il coraggio di dire che il contratto a tempo indeterminato ha perso gran parte del valore di stabilità che ha storicamente avuto -, nulla sulla necessità di revisione dell’insostenibile (tanto economicamente, quanto politicamente) Reddito di Cittadinanza, nulla sul tetto del contante in procinto di entrare in vigore a luglio, sulla plastic e sugar tax e sui posti di lavoro che contribuirà ad eliminare, nulla sul Sud, nulla sulla necessità di una sensibile riduzione della pressione fiscale su cittadini e imprese, poco su scuola e università, qualche riga sulla ricerca. Pagine e pagine invece sugli strumenti di massiccia ricapitalizzazione delle imprese, soprattutto delle grandi e partecipate, e sulla presunta – e infinta – digitalizzazione della Pa.

 

Insomma, occorrerebbe ricordare a Colao e all’intera task force – come ha apostrofato anche l’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni – che l’Italia non è un’impresa, né un fondo finanziario, della quale si devono freddamente razionalizzare i flussi di cassa, valorizzare gli attivi e contenere le passività, che un governo non è un consiglio di amministrazione. E che ciò di cui questo Paese ha disperatamente bisogno è di una guida politica che abbia una “visione”, che incarni il sogno di riportare l’Italia alla grandezza che si merita, che operi con buonsenso, partecipazione e amore patriottico. Del resto a questo serve la politica: a contemperare i freddi tecnicismi con le necessità dei cittadini.

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1 COMMENT

  1. Siccome credo d’essere stato uno dei primi a “tirar fuori” il Colao Meravigliao, devo fare una precisazione. La mia era una battuta del tutto ironica, che paragionava Colao e le sue proposte al Cacao Meravigliao di Renzo Arbore: la pubblicità di un prodotto inesitente, cel lo ricordiamo “Indietro tutta”?

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