Altro che no-fly-zone, in Libia l’Italia protegga il suo interesse nazionale

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Altro che no-fly-zone, in Libia l’Italia protegga il suo interesse nazionale

09 Marzo 2011

Le figure sono innumerevoli. Sono analisti, graduati in pensione, addirittura ex ministri degli esteri, politici e politicanti, per non parlare dei giornalisti, in Italia e nel mondo, stanno tutti là a dir la loro, tutti a prodigarsi in dibattiti pubblici – e nei corridoi del potere – intenti a rispondere alla domanda: “Che fare in Libia?”. Stare a guardare, sostenere i ribelli, far finta di nulla e lasciare che i libici se la sbroglino da soli. Gheddafi regge l’urto. Gheddafi non regge l’urto. I ribelli ce la fanno da soli a farlo fuori. No, non ce la fanno.

Le opzioni politico-diplomatiche sono innumerevoli almeno sulla carta. A guardar bene però, il ventaglio delle opzioni si assottiglia quando si entra nella dimensione operativa. La prima opzione è ovviamente l’imposizione di una no-fly-zone sui cieli libici. La seconda è l’invasione del territorio libico. Ci si astenga per un momento dall’analisi del problema legato alla legittimità giuridica sulla quale ognuna di queste due opzioni si troverebbe a fondarsi. Ma andiamo per ordine.

La prima, la più dibattuta e forse la più probabile delle due opzioni è l’imposizione di una no-fly-zone sui cieli di Libia. Molti convergono su di essa: la maggior parte dei paesi rivieraschi mediterranei e della regione mediorientale sembrano inclini a sostenerne un’implementazione. Con mandato Onu, senza mandato Onu? E’ li che si gioca la partita. Quel che è certo è che Stati Uniti, Inghilterra, Francia stanno facendo di tutto per trovare un accordo per imporne una in Consiglio di Sicurezza Onu. Se ciò non bastasse, anche il rappresentante della Lega Araba a Washington si è detto a favore dell’imposizione della no fly zone. Insomma si conviene ma con dei distinguo. 

Ma quali sono i rischi connessi con l’imposizione di una no fly zone sulla Libia? Prima di tutto si dica che per imporre una no fly zone, si deve essere in grado di distruggere le difese aeree di chi si intende neutralizzare, nello specifico, le forze aeree (e contra-aeree) lealiste di Muammar Gheddafi. Per neutralizzarle, bisogna anche sapere dove esse si trovino. Per sapere ciò, dovremmo basarci su fonti di intelligence.

La verifica delle informazioni di intelligence implica che vi sia un margine di errore nelle informazioni disponibili. Il che, in soldoni, vorrebbe dire accettare che qualche unità aerea dei paesi che eventualmente si prestassero all’imposizione di una no fly zone, con o senza “cappello” giuridico Onu, possa essere buttata giù inaspettatamente dalle forze fedeli del rais. Senza contare che attualmente in Libia di armi ne circolano parecchie. Si dica pero’ che di esse non è più chiara provenienza, titolarità e dislocamento. Tra i ribelli e ladri, sapere chi possiede cosa oggi in Libia costituisce, per chiunque voglia cimentarsi in azioni militari condotte con mezzi aerei (e non solo), un rischio significativo.

A livello operativo, perchè l’imposizione di una no fly zone abbia successo, è necessario non solo che tutte le unità aeree libiche siano abbattute ma è necessaria anche l’individuazione di tutte le postazioni contra-aeree – postazioni radar e missilistiche – e la loro distruzione. Senza voler entrare nel dettaglio, riuscire a colpire delle postazioni la cui posizione sia nota è cosa, per cosi dire, semplice. Il problema sorge quando non si è a conoscenza sulla reale posizione di esse. Per ovviare alla mancanza di informazioni sulla loro reale posizione, i veivoli vengono dotati di sensori per la ricerca delle radiazioni emesse dalle postazioni a terra anti-aeree.

L’individuazione allora diventa soggetta a tempi ristrettissimi. Il radar a terra emette una radiazione e in quel momento il sensore anti-radiazione dei veivoli intecettano il segnale, e il lancio dal veivolo di missili anti-radar diventa per lo più istantaneo, senza che si possa stabilire se la postazione anti-aerea a terra sia nelle vicinanze di circondari frequentati o abitati da civili (case, attività commerciali, scuole o ospedali). Il costo di bombardamenti su postazioni militari in circondari civili diventerebbe altissimo sul piano della comunicazione internazionale.

Un problema che si pone spesso, mutatis mutandis, ogni qual volta le forze israeliane rispondono legittimamente ai lanci di missili effettuati dai miliziani di Hamas dal bel mezzo di sobborghi frequentati da civili –  se non proprio abitazioni private – facendo delle vittime nella popolazione palestinese, le cui tragiche immagini vengono poi lanciate a tutta velocità sui video dei network mondiali, dalla CNN ad Al Jazeera passando per la BBC, facendo i danni di immagine di cui tutti sappiamo.

Accanto a queste problematiche, non di poco conto, una no fly zone sulla Libia non riuscirebbe, con buona probabilità, a ottenere i risultati che si prefigge di ottenere. Resterebbe operazione ardua per le forze ribelli sconfiggere Gheddafi e il rais potrebbe comunque avere la meglio, benché il portavoce dei ribelli portavoce (e vice-presidente del consiglio di Bengasi), Ghourba, abbia ieri affermato che le loro forze starebbero considerando il reperimento sul mercato degli armamenti di ingegni anti-aerei.

Se poi si va a guardare le passate "edizioni" delle no fly zone, ci si rende conto che la soluzione proposta è un palliativo. I dodici anni di imposizione della stessa misura sui cieli iracheni non hanno portato a sostanziali cambi di politica da parte di Saddam Hussein, né tantomeno hanno determinato un cambio di regime a Baghdad, il quale, come noto, è potuto accadere solo con l’intervento dei “willings” a guida anglo-americana nel 2003, azione militare vituperata dalla stampa liberal euro-statunitense (e non solo) come un attacco alla legalità internazionale e una manifestazione di inaudita arroganza culturale e politica (sic!).

Insomma benché l’imposizione di una no fly zone possa creare l’illusione che qualcosa si stia effettivamente facendo contro il “despota” erratico e assassino Gheddafi, la no fly zone ha tanti svantaggi e apporta poco all’obiettivo finale di dare possibilità ai ribelli di vincere sulle forze fedeli del rais.

La seconda opzione – la meno probabile pero’ dato il dibattito in corso a livello occidentale – è quella di un’invasione del territorio libico contro le forze di Gheddafi per l’imposizione di un cambio di regime a Tripoli (e a Bengasi?). A parte i costi che oggi nessuno sembra voler sostenere, né a Washington né altrove (solo Cameron ha fretta di far tirare alla RAF due bombe in testa al colonnello), è da escludere, rimanendo sul precedente iracheno, che qualora entrassero in Libia truppe straniere, le forze libiche fedeli a Gheddafi – cosi come fecero quelle baathiste fedeli a Saddam in Iraq – non si lancino in una guerriglia anti-occupazione, facendo emergere un altro fronte di contro-insorgenza al quale gli Usa e coloro che con loro entrerebbero, dovrebbero ovviare sostenendone tanto il peso militare che quello mediatico e politico.

Si tenga conto anche dei tempi di un’azione militare. Potrebbe forse trattarsi di un’invasione breve e chirurgica, ma non è detto che sia effettivamente cosi. Insomma anche la seconda opzione rimane pericolosa. E poi c’è il problema dell’interesse nazionale. Un problema che non ci si pone solo in Italia, ma anche oltre Atlantico. Come ha messo in risalto il columnist del Washington Post, George F. Mill, parlando di interesse nazionale Usa: “Il mondo sarebbe migliore senza Gheddafi? Si tratta di interesse vitale per Stati Uniti? Se lo è, quando lo è diventato? Solo un mese fa, nessuno pensava che cio’ lo fosse”.

Per l’appunto: interesse nazionale. Gli Usa sono al 62simo posto nell’interscambio commerciale con la Libia, mentre, solo per prendere un paese a caso, la nostra Italia è al primo posto. Ieri il ministro degli esteri italiano Franco Frattini ha posto un ennesimo tassello nel mosaico diplomatico italiano sul fronte libico: “Nessuna no-fly-zone potrà essere imposta da alcuna coalizione ad hoc senza consenso internazionale“, a dire senza un accordo Onu, niente basi aeree italiane. Sarà un caso ma proprio ieri il segretario di Stato Usa, Hillar Clinton, ha affermato su SkyNews che “senza consenso internazionale, una no-fly-zone a guida Usa non è perseguibile”.

L’interesse nazionale italiano vorrebbe (per ogni evenienza) che contatti politici – prima ancora che militari – fossero presi con i dirigenti ribelli di Bengasi. In attesa pero’ che un consenso internazionale si coaguli attorno a soluzioni politico-militari per la Libia, il solo fatto che si consideri possibile permettere che basi italiane possano essere utilizzate per bombardare un efferato dittatore che solo sei mesi fa fu omaggiato a piazza di Siena, nel cuore di Roma, getterebbe discredito su tutta la nostra realpolitik libica oltre a danneggiare i nostri interessi economico-energetici.