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Altro che populismo, la Lega vince per lungimiranza

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Nell’analisi del risultato amministrativo è stato registrato, pressoché unanimemente da commentatori e addetti ai lavori la netta avanzata della Cdl al Nord, e in seno a questa, e come suo ariete di sfondamento, il successo della Lega nelle realtà più rilevanti del voto. Si è parlato dunque della riproposizione del Caroccio come campione di consensi nel Settentrione, nonché come attore politico in grado di interpretare e mediare il disagio e l’insofferenza del Nord. Ad una più attenta spiegazione però questo tipo di sviluppo avviene a rigor di logica e senza alcuno stravolgimento tellurico della dinamica elettorale. Ciò sostanzialmente per due ordini di motivi. Innanzitutto a tassi di astensionismo in calo, il dato della Lega, movimento che sin dall’origine dispone di un nucleo di militanti fidelizzati al voto, finisce inevitabilmente per risaltare maggiormente ed assumere incrementi di percentuale. In secondo luogo come forza storicamente di lotta antisistema o comunque anticentralista, il movimento leghista si giova della sua attuale configurazione d’opposizione di governo e non a caso anche in precedenza i picchi elettorali sono stati sempre raggiunti, come nel ‘92 e nel ’96, sotto questa forma.

È anche vero, poi, che entrando nel merito degli argomenti, la Lega riscuote attualmente, in termini di particolare sensibilità a temi delicati come immigrazione e sicurezza, quello che ieri le veniva contestato in nome della xenofobia demagogica. Riuscendo anche moderare alcune sue venature particolarmente virulente, e a tradurre una battaglia storica in iniziativa politica e amministrativa, il partito di Bossi ha come giocato il ruolo di precursore, anticipando in un periodo in cui ciò veniva tacciato di essere populista, la questione dell’ integrazione, sfida decisiva del XXI secolo. Di conseguenza riconosciutone l’imprimatur e acquisendo giorno dopo giorno i rendimenti di questo tema, la Lega si è potuta garantire un presente ed un futuro politico di buona ricettività.

Lo stesso dicasi per le “issues” valoriali e riconducibili all’ambito socio-culturale per cui la Lega come forza a marcatissimo insediamento territoriale naturale, e nel proprio culto delle origini, intercetta ancora oggi la rappresentanza dei “family values” e delle tradizioni culturali nelle zone del Settentrione meno connotate in senso progressista. Alla indiscussa centralità di questi temi, va accostato inoltre una struttura organizzativa che si è consolidata col tempo e che quindi ha persino potuto supplire e surrogare in maniera collegiale il fisiologico indebolimento della leadership carismatica di Umberto Bossi.

Nel tempo, infatti, il movimento leghista da piccolo nucleo di dirigenti militanti che era si è trasformato in un partito dal profilo organizzativo rigidamente strutturato, raggiungendo così l’ultimo stadio di una evoluzione che sin dall’inizio si era adattata con una certa flessibilità alle esigenze tattiche e strategiche del progetto di Bossi. Oggi la struttura organizzativa della Lega conta su una ristretta classe dirigente centrale (i cosiddetti 3 colonnelli) perlopiù di buona acutezza e lungimiranza politica,  capaci cioè di giocare con profitto il proprio ruolo strategico dentro il sistema politico-istituzionale e nella coalizione di centrodestra. L’azione politica in questo modo è sempre strettamente legata all’obiettivo del risultato pragmaticamente inteso, sia in termini di riforme, sia in termini di visibilità e centralità del partito rispetto ai suoi “competitors”. Come cinghia di trasmissione tra partito e movimento, c’è quindi la storica figura del “dirigente militante” (come alle origini erano Bossi e il gruppo fondatore) che si occupa di presidiare il territorio e irrorare di nuova linfa militante la base e l’attivismo del Carroccio.

Nella continuità di questa evoluzione, come nume fondativo e road map allo stesso tempo, e difatti perseguito sia nelle fasi di governo centrale che in quelle di ripiegamento sul territorio, Bossi e i suoi, hanno sempre sacralizzato l’obiettivo dell’autonomia federalista. Sancito solennemente dall’Art. 1 dello Statuto storico del Carroccio, quello del federalismo rimane l’”abstract” privilegiato per spiegare il fenomeno leghista e la sua perpetuazione. Il messaggio federalista è stato infatti investito di una forte legittimazione di tipo valoriale, laddove le istanze di autonomia e di regionalismo economico si sono da sempre presentate in radicale contrapposizione con il sistema politico statalista e partitocentrico. Normale che dinnanzi al Governo Prodi, autentica incarnazione di tale antimodello, la Lega abbia ancora tanto patrimonio, politico ed elettorale, da spendere.

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