Amazon con l’Iran, Apple in Cina: quei furbetti di “Big Web”

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Amazon con l’Iran, Apple in Cina: quei furbetti di “Big Web”

30 Luglio 2017

Amazon che fa affari con l’Iran, Apple che aiuta la Cina a rimuovere le “app” che consentono ai cinesi di aggirare la pesante censura di stato su Internet. Non sono buone notizie quelle che arrivano dal fronte di Big Web, le grandi corporation americane sempre pronte a tenere lezioni di democrazia e sui diritti umani, ma che subordinano questi temi alla logica del profitto economico quando lo ritengono più conveniente. 

Amazon, il colosso del commercio elettronico con sede a Seattle, è finita sotto inchiesta perché in più occasioni avrebbe venduto della merce a clienti che rientrano nella “lista nera” dell’antiterrorismo Usa, in barba alle leggi sulla prevenzione del terrorismo come l’Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act. Amazon ha ammesso che quelle transazioni sono avvenute, adesso bisognerà capire se il gigante della net economy ha violato le sanzioni USA contro l’Iran.

Peggio ancora fa Apple, la multinazionale ultratecnologica che ha rimosso le applicazioni usate dagli utenti cinesi per bypassare il rigido sistema censorio che Pechino ha imposto al web. Secondo Golden Frog, azienda della sicurezza informatica USA citata dal New York Times, e che produce le applicazioni in grado di aggirare la censura chiamate VPN (VyprVPN), “consideriamo l’accesso alla Rete in Cina come una questione legata ai diritti umani e ci aspettiamo che Apple consideri questi diritti preminenti rispetto ai suoi profitti economici”.

Golden Frog fa notare che non si capisce perché Apple debba essere sostenuta nelle sue battaglie legali per impedire ad agenzie governative americane come la FBI di decrittare i suoi sistemi informatici, quando poi accetta senza fiatare le pressioni esercitate dal governo cinese per rimuovere le applicazioni VPN senza che l’azienda USA citi a sostegno della propria decisione una qualche legge cinese o altre regole che vietino l’uso delle suddette applicazioni.

Contraddizioni al limite della ipocrisia per i padroni del web, come Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo, fondatore e CEO di Amazon ma anche editore del Washington Post, un grande giornale che non ha mai messo in discussione le sanzioni USA contro il regime iraniano e sembra attendere al varco il presidente Trump ogniqualvolta si parli di diritti umani. Peccato che Trump le sanzioni del Congresso contro l’Iran le abbia già firmate, mentre il padrone di Amazon ed editore del Washington Post preferisce fare tranquillamente affari con Teheran.