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Ambientalismo contro, l’ultima battaglia di Fidel

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La firma di Fidel Castro, perché della sua persona ancora nessuna traccia, riappare al mondo sul quotidiano cubano. Non occorre specificare quale quotidiano, perché nella Cuba osannata dai Gianni Minà italiani ce n’è uno solo, quello del partito unico. Ci sono invece ben due canali televisivi, forse per dare anche ai pochi telespettatori cubani la possibilità di fare zapping, ma sono entrambi del partito.

L’editoriale di Castro se la prende, non lo si indovinerebbe mai, con George W. Bush. Non a proposito della guerra in Iraq: in fondo per decenni i comunisti cubani hanno guerreggiato in Africa e Sud America per esportare la loro democrazia, quella reale, e quindi potrebbero semmai consigliare Washington. L’oggetto del contendere è invece l’ambiente, in particolare la proposta di Bush di utilizzare combustibili vegetali al posto della benzina. Il presidente additato come amico dei petrolieri, accusato di mandare truppe in Medio Oriente non a combattere i terroristi ma a saccheggiare i pozzi di oro nero, ha sostenuto apertamente una fonte di energia alternativa al petrolio, rinnovabile e non inquinante. Eppure i suoi critici progressisti lo attaccano comunque, e con un’accusa non da poco: causare la morte di 3,5 miliardi di persone, altro che le migliaia di dissidenti uccisi dalla cinquantennale dittatura di Fidel.

Bush ha elogiato le automobili funzionanti con etanolo e biodiesel ricavato dal mais, ed ha chiesto al Congresso di approvare la sua proposta di legge che punta all’uso di 132 mld di litri di combustibile alternativo nel 2017, e impone parametri più esigenti sul consumo della benzina per ridurlo del 20% in dieci anni. Dov’è il crimine? Secondo il saggio economico-ambientalista di Fidel, ciò forzerebbe i paesi poveri a vendere il loro mais agli Stati Uniti invece di usarlo per sfamare le proprie popolazioni. A parte la fondatezza di tale previsione, da dove viene la stima di 3,5 miliardi di morti? Dal rapporto di una ong, il World Water Council, che tuttavia ne parla in relazione alla scarsità mondiale d’acqua nei prossimi decenni e non alla benzina vegetale.

A questo punto occorre precisare che i cubani si intendono di ambiente, nel senso che vivono in una terra meravigliosa: chi ha viaggiato nell’isla grande percorrendo la carretera central che costeggia la sierra maestra, e camminando sulle splendide spiagge incontaminate, non può dimenticare quella natura pura e rigogliosa. Tuttavia questo non vuol dire che i cubani si intendano di tutela dell’ambiente: ogni volta che si mette in moto una delle automobili anni ‘50 de La Havana, come di Cienfuegos o di Santa Clara, si immette nell’atmosfera una nuvola nera contenente più polveri sottili e monossido di carbonio delle emissioni di mille motori Euro4. Sia la spiaggia immacolata che l’aria irrespirabile non sono frutto di una qualsiasi politica ambientale, ma dell’arretratezza economica in cui si trova Cuba.

Un’economia di proprietà dello stato, per di più da decenni sotto embargo occidentale, non produce nulla oltre ai sigari e al rhum. L’agricoltura basta appena, insieme alla pesca e alla raccolta di frutta, al consumo di una popolazione che grazie all’alfabetizzazione di massa non vive il problema dell’eccessiva natalità, e grazie ad un sistema sanitario di buon livello resta abbastanza in salute per lavorare fino a 60 anni. Mentre il turismo dei gringos fornisce i dollari con cui si compra all’estero quello che manca. Cuba non può essere paragonata a nessun paese sviluppato o in via di sviluppo, perchè la popolazione non ha modo di comprare, e probabilmente non desidera neppure, né televisori né automobili, né computer né cellulari. Basta la musica, un mojito e un Cohiba fumato in compagnia, per fare festa in ogni quartiere diroccato del la Havana Vieja. Di conseguenza non vi sono industrie, né tanto meno un terziario che vada oltre i servizi veramente essenziali. E tutto sommato non se ne avverte neanche un gran bisogno.

È facile fare il paladino dell’ambiente quando si ha una popolazione che inquina poco perché non consuma nulla, uno stato autoritario che reprime ogni dissenso, e un paese affascinante che attira ogni anno migliaia di occidentali annoiati con i loro dollari ed euro. Più difficile è farlo quando si è il Presidente di una democrazia capitalista, nella quale i cittadini usano i SUV anche per andare a comprare l’hamburger al McDonald sotto casa, e vogliono industrie che assumano lavoratori a pieno regime ma inquinino come se fossero ferme. La tutela dell’ambiente è una cosa seria, e purtroppo non si risolve con la propaganda ed un buon sigaro.

 

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