Anche il rapporto Jones è contrario al ritiro immediato delle truppe
10 Settembre 2007
di Redazione
Le reazioni al report della Commissione indipendente delle forze di sicurezza in Iraq, guidata dal generale James Jones, veterano dei marine, ci hanno fornito un’anteprima di quanto accadrà al Congresso dopo la testimonianza del generale Petraeus e dell’ambasciatore Crocker di oggi (18.30, ora italiana). Jones ha riferito che l’esercito iracheno sta facendo progressi, anche se molto lentamente, sebbene la polizia irachena dovrebbe essere smantellata perché molto corrotta e inefficiente. In conclusione, ha auspicato un ritiro graduale dall’Iraq per lanciare un segnale agli iracheni e fargli capire che i soldati americani non rimarranno lì per sempre.
Le affermazioni di Jones ha dato argomenti sia al partito democratico che a quello che repubblicano per sostenere le loro posizioni. Il leader della maggioranza democratica al Senato, Harry Reid, ha colto l’occasione per dichiarare che la “surge” militare di Bush e Petraeus in Iraq è stata un fallimento, proprio perché l’esercito iracheno non è ancora in grado di garantire autonomamente la sicurezza. D’altra parte, Jones ha dato soddisfazione anche al repubblicano John McCain, prossimo candidato alla Casa Bianca, avendo precisato che la definizione di una tabella per il ritiro, come richiesto dai democratici, non è nell’interesse nazionale.
Le considerazioni di Jones, che nella sua carriera ha servito per la Nato in Europa, non saranno interamente condivise da Petraeus. Il comandante della coalizione in Iraq, pur aprendo alla possibilità di ritirare una brigata di circa quattro mila soldati all’inizio di gennaio, così da attenuare le pressioni sulla Casa Bianca, rimane cauto e chiederà di mantenere un numero alto di soldati per evitare di sguarnire la presenza americana sul territorio. Non avrebbe senso, insomma, cambiare strategia proprio quando inizia a dare i suoi frutti.
Vedremo se, al pari del report di Jones, anche la testimonianza di Petraeus verrà strumentalizzata da democratici e repubblicani per rafforzare le rispettive posizioni in vista delle prossime elezioni presidenziali, senza cura alcuna dei risultati concreti fin qui ottenuti dalla “surge”. Anche se molti democratici condividono l’idea che imporre una data per il ritiro non sia più tra le opzioni accettabili, attaccheranno ancora una volta l’inefficacia del governo e dell’esercito iracheno per provare che la strategia di Bush non funziona. Peccato, il successo delle Forze Armate americane dovrebbe essere un motivo di soddisfazione per entrambe le parti, magari un motivo per trovare dei punti di accordo al Congresso e garantire la vittoria sul campo, non solo un argomento di dibattito per vincere le elezioni. (c.h.)
