Anche nello sport conviene andare in pensione tardi

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Anche nello sport conviene andare in pensione tardi

30 Giugno 2009

Un paio di settimane fa la nazionale italiana di calcio ha perso per 3 a 0 con il Brasile nella Confederations Cup, uscendo anzitempo dalla competizione che vede scontrarsi i campioni in carica di ogni federazione calcistica. Le polemiche sono divampate immediatamente. Si è detto e scritto molto, ma è rimasto centrale un punto, l’età media della squadra italiana, che vale la pena approfondire partendo (strano ma vero) da un dato Inps.

Precipitano le pensioni di anzianità fra gennaio e maggio del 2009: sono infatti 43.247 gli assegni liquidati contro i 132.343 dello stesso periodo del 2008 (-67,3% che in cifra assoluta corrisponde a 89.096 pensioni in meno). E’ l’Inps a fornire i dati, sottolineando che la stima fatta era pari invece a 44.600 assegni in virtù delle nuove norme per l’accesso alla pensione di anzianità. Il dato dei primi 5 mesi quindi è inferiore anche alle previsioni dello stesso Istituto.

Cosa può voler dire un dato di questo tipo è facilmente intuibile. In un momento storico in cui, causa crisi economica e instabilità di alcuni scenari economici, i soldi sembrano non bastare mai le persone ritardano il più a lungo possibile l’uscita dal mondo del lavoro. Facendo le doverose distinzioni di stipendio e durata della carriera è un discorso che pare comprendere anche gli sportivi, non solo in Italia.

Ritornando alla disgraziata partita del 21 giugno salta all’occhio la coincidenza che il nostro capitano, Fabio Cannavaro, festeggiasse le 126 presenze con la maglia azzurra, eguagliando il record di un altro mostro sacro del calcio italiano, Paolo Maldini. Per arrivare a questo numero di presenze occorre un lasso di tempo piuttosto elevato. L’ex numero 3 del Milan le toccò a 34 anni suonati, mentre Cannavaro ha raggiunto il traguardo a 36 anni. Un’età in cui, almeno per chi dà calci ad un pallone, di solito si parla di ritiro.

Rimanendo in casa rossonera si può citare “Milan lab”, uno studio medico all’avanguardia, utile tanto a curare gli infortuni quanto ad allungare le carriere degli atleti, iniziando proprio dal 41enne Maldini, neopensionato, e passando per i 37 di Favalli e i 36 anni di Inzaghi e Dida.

Il football ha la sfortuna di essere sovraesposto a livello mediatico, ma anche negli altri sport si verifica lo stesso fenomeno. Nel ciclismo è tornato a correre Lance Armstrong, classe 1971, ufficialmente per divertirsi; in realtà c’è sotto un’abile operazione di marketing che ha fatto recuperare visibilità e sponsor al ciclista, alla sua squadra, al giro d’Italia (cui il texano ha partecipato), al tour de France (cui parteciperà a breve) e all’intero movimento.

I motori non sono esenti dal trend, in F1 si era fatta più di un’ipotesi sul ritorno di Michael Schumacher alle competizioni se si fosse concretizzato il mondiale alternativo ventilato dalla Fota (l’associazione che riunisce i team di F1), mentre nella Motogp sono ancora in sella Loris Capirossi, 36 anni, e Sete Gibernau (37), rientrato dopo 2 anni di ritiro. Negli States, da sempre precursori, fece scalpore il dietrofront di Michael Jordan sui parquet dei campi di basket, dove rimase fino ai 38 anni compiuti.

La situazione è identica negli sport cosiddetti minori, dove la differenza la fa la motivazione. In questi casi si tratta di vera e propria passione, non di tornaconti economici. La canoista Josefa Idem, classe 1964, vince medaglie alle olimpiadi dal lontano 1984 e la famiglia Abbagnale, nel canottaggio, ha rappresentato uno straordinario esempio di longevità. Per non parlare di Yuri Chechi, un bronzo ad Atene 2004 raccolto alla soglia dei 35 anni.

La lista dei “vecchietti”, per usare un termine caro al ct Marcello Lippi, sarebbe ancora molto lunga e spazierebbe attraverso quasi tutti gli sport, anche quelli più logoranti a livello fisico. Se la numerosità dei “rientri” è tale, non si possono incolpare solo i diretti interessati o i selezionatori. La riflessione va allargata a tutto il business, riferendosi con questo termine a quello che, nell’industria, corrisponde all’indotto.

Sempre più spesso gli sportivi prestano il volto a sponsor ben felici di foraggiarli generosamente pur di affiancare il marchio ad un campione di visibilità. L’illustre nullafacente, purtroppo, “non tira”, e allora si prolungano agonie che negli anni indietro sarebbero finite decisamente prima. Con il magone di chi, almeno nello sport, dovrebbe contare qualcosa, ovvero il tifoso, e che invece assiste impotente al declino del beniamino che fu.

Non vogliamo difendere i “bolliti” dello sport ma, almeno in parte, li capiamo. Tutti noi, tra una sciatica e una storta, ci rechiamo sul posto di lavoro finché ce n’è la possibilità.