Anche Obama ha un problema con la “Casta”: la sua

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Anche Obama ha un problema con la “Casta”: la sua

17 Marzo 2009

Oggi ho firmato la mia prima protesta contro l’amministrazione Obama, un atto che non prevedevo di dover commettere, almeno non così presto. Si fa per dire, più che una protesta è un avvertimento amichevole, e la spinta viene da moveon.org, il network di militanti progressisti che ha promosso la seguente petizione da presentare al Ministro del Tesoro: “Per nessuno motivo i dirigenti dell’AIG che hanno contribuito alla crisi finanziaria attuale devono ricevere un compenso. I soldi sono i nostri e dobbiamo fare tutto il possibile per riprenderceli”.

Il presidente sembra già aver capito e con una mossa preventiva ha annunciato che farà davvero tutto il possibile per bloccare – e far restituire – i 165 milioni di dollari che l’AIG ha pagato ai propri dirigenti, attingendoli dalle casse del salvataggio statale. Erano settimane che si discuteva su cosa chiedere in cambio alle grandi banche e industrie che ricevono aiuti dal governo. E la risposta è sempre stata la stessa: poco o niente, non siamo Europei, non crediamo all’economia controllata. Con un’eccezione. Prima di aiutare l’industria dell’auto, sono state chieste delle concessioni ai sindacati, una conferma delle credenziali anti-socialiste americane, ma ai banchieri i soldi sono stati  regalati. Adesso ci si deve arrampicare sugli specchi per impedire un uso del tutto privato del denaro pubblico.

Gli Stati Uniti non saranno l’Europa, ma cominciano a somigliare sempre più a… l’Italia! Pensiamo un momento agli irresponsabili banchieri che hanno fatto crollare la liquidità dei mercati finanziari americani e mondiali. Il Tesoro si è trovato costretto a salvare le banche per non far precipitare una crisi già profonda, e per tutta risposta i dirigenti sono stati  premiati con lauti assegni perché le banche, dicono, vogliono fare di tutto per mantenerli al loro posto ed evitare una fuga di cervelli. Poiché il motivo non può essere questo – quali cervelli? sarebbero tutti da licenziare, dato il servizio prestato – ci dev’essere dell’altro.

Perché aspettare il crescere dell’ira popolare per dimostrare indignazione? Pare che tra i banchieri, i consiglieri economici di Obama, e i membri del Congresso ci sia una affinità che certo non è condivisa, per esempio, con gli operai della Chrysler.  Come si dice, in inglese, “Casta”? Facile, “Caste,” ma anche, traducendo liberamente, “elite del nord est”. Il presidente Obama fa bene a preoccuparsi e passare all’attacco contro i dirigenti dell’AIG, perché corre un grosso rischio. In un articolo sulla crisi finanziaria apparso lunedì scorso, il New York Times definisce en passant Obama “un prodotto della Scuola di Legge di Harvard  che chiama ‘casa’ il ricco quartiere di Hyde Park a Chicago”. Giornalisticamente è un non sequitur, ma tocca delle corde molto sensibili.

La notizia che all’AIG non solo si usano i denari pubblici per tappare i buchi, ma anche per  distribuire compensi milionari, è arrivata come uno schiaffo questo weekend. Viene dopo l’altra notizia, che le prime istituzioni a ricevere pagamenti da AIG, sempre con denaro pubblico, sono state le stesse grandi banche come Goldman Sachs and Merrill Lynch, che avevano sempre sostenuto di non essere esposte a rischi (stiamo parlando di un totale di 19.7 miliardi di dollari solo per queste due) e che avevano già ricevuto pagamenti direttamente dal Tesoro.

Dire che qualcuno si sia stupito di tutto questo sarebbe naive. Perché membri della stessa casta non dovrebbero pensare a proteggersi l’uno con l’altro? Per questo il presidente Obama corre dei rischi. Da lui ci si aspetta l’apertura della casta, non la sua conferma.  Le chiacchiere dei commentatori, preoccupati per un po’ dalla virata socialista degli USA, adesso si concentrano sullo spettro del populismo. In altre parole, la casta dei mezzi busti attacca sia Obama – il prodotto di Harvard – che la gente giustamente irritata dallo sperpero del denaro pubblico.

Per un po’ Madoff, con la sua gigantesca frode piramidale, ha assorbito l’attenzione popolare e dei media. Dal parrucchiere, nel negozio degli alimentari, e perfino sull’autobus, la domanda è stata per giorni e giorni una sola: ma la moglie ce la farà a tenersi la casa e i 65 milioni, mentre lui va in galera? Distratti da questo drammone da telenovela, si è smesso – temporaneamente – di pensare al doppio pericolo del socialismo e del populismo. E invece eccoci qua a dover domare le due bestie.

Giorni fa un amico che aveva ascoltato senza essere visto una conversazione tra un giornalista e un agente dell’MI5 (i servizi interni britannici), mi raccontava che a Londra si teme uno scenario estivo di folle in rivolta contro i banchieri. Fantapolitica? Forse. Mi chiedo se sia possibile a New York, dove la densità di gente che lavora in banca è così alta da generare anche alti livelli di complicità.

La verità è che nessuno negli USA vuole il socialismo o intende protestare per strada contro coloro che sono stati pur sempre i responsabili della madre di tutte le piramidi, quella frode gigantesca travestita da investimento sofisticato e troppo difficile da spiegare ai comuni mortali che ha travolto l’economia mondiale. Per confermare la fiducia nel governo, basta un semplice contratto da bravi capitalisti che i soldi non li danno mai a nessuno senza condizioni.