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Anche per il Pci-Pds-Ds è il momento della resa dei conti

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Ci sono situazioni nella politica che non si possono raccontare con semplicità e dati di fatto, perché si avvicinano più alle sensazioni avvertite che alla concretezza di episodi in atto o alla disamina di provvedimenti addottati. Raccontare le sensazioni è quasi come raccontare le pulsazioni che accompagnano uno stato emotivo: è difficile. Le sensazioni, inoltre, sono anche di intensità variabile da un soggetto all’altro. E’ questa la ragione per cui spesso si ritiene azzardata l’impresa. Ma non per questo, però, si deve rinunciare a tradurre  in pensiero politico il soffio d’aria avvertito. Veniamo quindi al racconto delle sensazioni, alla traduzione scritta di un aria che cambia e che è fiutata dagli osservatori più attenti.

La politica italiana, è detto ora da più parti, sta attraversando una crisi di identità che nei risvolti delle proposizioni e dei contenuti, nonché nella tensione morale, rasenta e forse sopravanza la crisi della cosiddetta prima repubblica. Come si sa alla crisi dei primi anni ‘90 ha fatto seguito la caduta delle formazioni politiche tradizionali ed in particolare di quei partiti che avevano scritto la storia della repubblica italiana, sorta dalle ceneri della dittatura fascista. Tutti meno uno, l’ex PCI trasformatosi in PDS. Gli ex comunisti uscirono quasi indenni, non mutarono personale politico e, dal punto di vista di molti osservatori, neanche metodi e contenuti. Uscirono persino dalla bufera con l’ambizione di esser legittimati a governare il Paese. Non superavano, complessivamente con gli alleati della sinistra estrema, il 25% ma pretendevano, con Occhetto e la sua “macchina da guerra”, di ottenere la maggioranza assoluta del Paese, grazie al maggioritario ed alla frammentazione dei gruppi politici residuali.

Si ha l’impressione che ora sia giunto il loro tempo. Il tempo per i post comunisti di pagare il tributo che la storia assegna alle contraddizioni ed alle mistificazioni. Usciti da tangentopoli senza i riflettori puntati, anche perché alle luci erano addetti gruppi di attivisti collaterali, ora non riescono più a  mantenere intatto quel quadro di omertà ideologica che aveva annacquato responsabilità e omogeneità comportamentali con le altre formazioni politiche. Viene meno anche quella sensazione diffusa che alcuni avevano artatamente alimentato di ostentata diversità morale. Si avverte la percezione che i nodi siano venuto al pettine, e che la diversità sia solo in relazione ai comportamenti ed alle attitudini dei già comunisti nel far prevalere la ragione di partito agli interessi dei singoli, secondo i principi classici del marxismo-leninismo.

L’intervento di qualche giorno fa di D’Alema sul Corriere della Sera offre il segnale della consapevolezza che questo quadro politico è destinato a precipitare. D’Alema afferma che la politica sia in crisi. In realtà è entrata in crisi la sinistra o le sinistre italiane. La proposta del centro sinistra è vistosamente fallita. Sono entrati in crisi per l’incapacità di presentare una proposta politica credibile, ammesso che possa formularsi una proposta politica che fa convergere su di un programma comune Bertinotti e Dini o Di Pietro e Franca Rame=Dario Fo, per non parlare dei soliti Mastella e Diliberto. I reiterati ed ipocriti appelli della sinistra alla tensione morale, rivolgendosi ad altri, hanno solo voluto nascondere l’incapacità di governare, se non contro qualcosa o qualcuno. Le bugie e le ipocrisie non reggono più al confronto con il sentimento della società civile e lo sdegno della rabbia popolare. L’aria che spira avverte che stanno emergendo episodi di rilevanza morale su atti e comportamenti di uomini che ancor oggi perpetuano ambizioni e protervia.

L’episodio di Visco e la volontà di allontanare ufficiali responsabili della Guardia di Finanza in Lombardia, impegnati a rilevare episodi penalmente rilevanti collegati a vicende già note che coinvolgono Unipol e uomini politici di sinistra, è di una gravità assoluta che non può non avere una posta altissima. Qualcuno ipotizza risvolti incredibili collegati ai 50 milioni di euro costituiti all’estero dai responsabili Unipol. Anche il silenzio del Presidente della Repubblica su di un episodio tanto grave lascia una sensazione di disagio. Chi non ha pensato a ciò che ha affermato il Presidente Cossiga: “Se il governo ritiene che il Generale Speciale abbia mentito, formulando gravi e false accuse al suo superiore politico diretto, deve, in Consiglio dei Ministri, non limitarsi a destituirlo ma radiarlo dalle Forze Armate per mendacio e fellonia”?

Qualche giorno fa anche le dimissioni rese irrevocabili del giudice costituzionale Vaccarella dinanzi al dilagare delle pressioni politiche dei rappresentati, anche di governo, della sinistra sulla Consulta perché questa adotti risoluzioni conformi alla volontà della sinistra politica del Paese, ha alimentato quella sensazione di ineluttabilità di un nuovo ciclone che si sta per abbattere sulla scena politica.

Dell’aria che tira si stanno rendendo conto persino i poteri del Paese. Il Corriere della Sera quasi prende le distanze dal Governo. Luca Cordero di Montezemolo si butta persino nell’agone e denuncia gli sprechi della politica ed i suoi alti costi. C’è chi sospetta che voglia proporsi come candidato di un governo di conciliazione, magari sulla spinta popolare della rivoluzione del sistema dei partiti. Si corre il rischio, però, di legare ogni cosa con lo stesso fascio, distraendo l’attenzione dalla vera crisi del Paese che è la crisi di questa improponibile sinistra.

Questa sinistra è quella che, per correre dietro ai fumosi progetti di Prodi ed alla retorica scalfariana, ha reso vana l’unica rivoluzione politica tentata negli ultimi anni in Italia. Quella riforma costituzionale che avrebbe semplificato e ridotto i costi della politica, responsabilizzato il personale politico, resi stabili i governi, ridotto i poteri dei partiti.  Questo governo dopo le elezioni amministrative raggiungerà il minimo del gradimento popolare e cadrà per implosione e forse anche per qualche bufera giudiziaria. Decreterà per Prodi e forse per qualche altro con lui, come è giusto che sia, la fine della loro carriera politica. Non rimarrà poi altra alternativa alle elezioni anticipate, se non un governo a termine di ampie convergenze che attui una riforma elettorale, si spera rigorosamente bipolare e con sbarramenti significativi.

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