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Il ruolo dell'Italia nell'Ue

Anche per la Cenerentola d’Europa è giunta l’ora del riscatto

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Se fosse una favola, quella dell’Italia in Europa, sarebbe certo quella di Cenerentola. Con il nostro Paese nelle vesti della bistrattata sorellastra, volonterosa ma sfortunata. Cenerentola, però, il suo destino l’aveva subìto, mentre l’Italia sembra averlo pervicacemente voluto.

A pochi giorni dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona - che dal primo dicembre renderà effettivo il nuovo assetto istituzionale dell’Unione a 27 - la trasversale e bipartisan miopia della politica nostrana è saltata agli occhi in tutta la sua evidenza. Dimostrando, ancora una volta, come sia stata rispettata la tradizione italiana di sottovalutare le istituzioni europee, relegando il nostro Paese a ruoli di secondo piano e impedendo all’Azienda Italia di pesare nei posti che contano.

Il caso più eclatante è quello del Parlamento Europeo, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona acquisterà nuovi e maggiori poteri, e sarà chiamato a decidere su un importante pacchetto di provvedimenti che riguardano i mercati. Il sistema della co-decisione, infatti, attribuisce proprio all’Euroassemblea un ruolo fondamentale sui provvedimenti di natura economica e finanziaria. Cosa che risulta ancora più importante se si considera che oltre il 50% della legislazione in materia proviene proprio dall’Unione Europea. Ebbene, all’indomani delle elezioni europee e al momento di soppesare la propria presenza nelle varie commissioni parlamentari, la più importante di tutte, la Econ (Commissione Affari Economici e Finanziari) è stata snobbata dagli eurodeputati italiani, a favore di più visibili ma certamente meno efficaci commissioni, come la Esteri (dove vantiamo anche la presidenza), la Libertà civili, Giustizia e Affari Interni, o la commissione Agricoltura, della quale deteniamo la presidenza e che è l’unica, forse, dove l’Italia ha saputo giocare le sue carte.

Scelte poco accorte e scarsamente lungimiranti, non per niente tutt’altro che condivise dai nostri colleghi francesi, tedeschi e inglesi. Nella commissione Econ, per fare due conti, sono presenti ben 8 deputati tedeschi, 6 britannici, 6 francesi, 4 spagnoli. Gli italiani sono solo 2. Eppure è proprio qui che direttive e regolamenti di natura finanziaria transiteranno prima di essere definitivamente adottati.

Eppure, con la scomparsa dei piccoli partiti – che dopo e ultime elezioni a Bruxelles non hanno più alcuna rappresentanza – la delegazione italiana, con i suoi 72 deputati, è la seconda per grandezza dopo la Germania ad essere presente nelle tre principali famiglie europee dei popolari, socialisti e liberali. Un numero, questo, che avrebbe dovuto far contare l’Italia in modo almeno proporzionale al peso della sua rappresentanza. Ma che, di fatto, ci rende più visibili che efficaci.

Tra due anni e mezzo, a metà legislatura, ci sarà la possibilità di ripensare la composizione delle commissioni parlamentari. Un’occasione da non sprecare, per la Cenerentola d’Europa, di riscattare il suo destino di sorella sfortunata. Ma intanto in questi giorni si gioca l'importante partita del rinnovo della Commissione di Bruxelles con l'attribuzione dei portafogli ai vari Paesi membri. L'Italia ha già deciso di riconfermare Antonio Tajani alla guida della Commissione Trasporti, con l'eventulità di un allargamento della delega che includerebbe anche l'Industria (ma sempre legata al settore dei trasporti).

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