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Anche Prodi dà la colpa alla crisi della politica

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Per Romano Prodi, passato in quarantott’ore dal cabaret all’agronomia, domenica e lunedì non è accaduto niente che non fosse stato abbondantemente previsto. Sono i tempi della coltivazione, dice lui: quando si pianta una vite, non ci si aspetta i risultati dopo un anno ma bisogna attenderne cinque. E la stessa cosa vale per “un premier serio”, anche se il Professore, avendo annunciato che nel 2011 tirerà i remi in barca, sembra destinato in ogni caso a sottrarsi al giudizio. Nel nord, ammette il presidente del Consiglio, esiste un problema. Ma si tratta di un “disagio evidente nei confronti della politica”. Non nei confronti del governo Prodi, come sembra invece ritenere una larga parte della maggioranza che lo sostiene.

Il disagio esiste: per Antonio Di Pietro si chiama insicurezza, per Giovanni Russo Spena si chiama scarsa equità sociale, per Daniele Capezzone si chiama tasse. Si chiama invece Partito democratico per un largo e composito schieramento che all’interno dell’Unione va da Francesco Rutelli ad Alfonso Pecoraro Scanio, passando per Clemente Mastella, Piero Fassino e Fabio Mussi. Sembrerà strano, e probabilmente lo è, ma nel day after dello tsunami elettorale fra le file della sinistra non si discute d’altro che di Pd. Secondo i diretti interessati (Ds e Margherita) la costruzione della nuova casa dei democratici all’amatriciana va troppo per le lunghe, secondo gli altri partiti della coalizione dell’argomento in questi mesi s’è invece parlato fin troppo, col risultato che in queste ore è sotto gli occhi di tutti.

Nello specifico, per Rutelli il nodo della leadership andrebbe sciolto in fretta, mentre Fassino, che avendo optato per ottobre come data di nascita del nuovo soggetto politico non può permettersi di forzare la mano, parla più genericamente della necessità di uno “scatto”, a fronte di un risultato elettorale che “sarebbe errato sottovalutare”. Gli “altri”, a sinistra e a destra del nascituro, presentano il conto: Mastella invita Prodi a pensare “prima al governo e poi al Partito democratico”, un “partito finto forte che non c’è” e del quale “non possiamo accettare il ricatto”. Il Guardasigilli torna a chiedere un “tagliando” per l’esecutivo in panne, e la stessa metafora – da diverse posizioni – viene adottata dal socialista Enrico Borselli.

Gongola il “fuoriuscito” Fabio Mussi, di fronte ad un partito nascente che “va malissimo” e regala un “notevole successo” a liste e candidati chiaramente di sinistra. Non è vero, ribatte Rutelli, il Pd non andrà bene ma pure la sinistra non ha guadagnato nulla. Perché le amministrative, si sa, son fatte così: la matematica non è un’opinione, ma entro certi limiti con i numeri si può giocare, e ognuno cerca di far credere ciò che più gli aggrada. L’unica certezza è la sconfitta dell’Unione. Quanto alla guerra fratricida per l’attribuzione delle responsabilità, c’è da scommettere che nei prossimi giorni ne vedremo delle belle. Anche perché il Documento di programmazione economica e finanziaria è alle porte, e Oliviero Diliberto ha già provveduto a far sapere che “questa volta un documento a scatola chiusa non lo votiamo davvero”.

Resta da capire cosa farà il centrodestra. Silvio Berlusconi per tutto il giorno è rimasto silente a godersi lo spettacolo di una maggioranza a pezzi, ma sembra che entro questa sera si pronuncerà. Nell’immediato, il presidente di Forza Italia deve decidere se recarsi o meno al Quirinale per reclamare elezioni politiche anticipate. Nel lungo periodo, c’è invece da capire come reagiranno gli altri partiti della Cdl di fronte ad un risultato che ha riconfermato prepotentemente la forza della leadership del Cavaliere.

Sul fronte opposto, Walter Veltroni ha rotto il silenzio, ma solo per dire che “il risultato delle amministrative merita una riflessione molto seria, molto approfondita e molto realistica”, ma “nella sede che abbiamo deciso e cioè nella riunione del coordinamento dell’Ulivo”. Di più non dice, il buon Veltroni. Non attribuisce colpe né dispensa giudizi. Forse l’ex vice-premier ed ex segretario Ds teme che qualcuno possa ricordargli a seguito di quale disastro elettorale è finito a fare il sindaco di Roma.

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1 COMMENT

  1. crisi?no
    Il Presidente del Consiglio Romano Pordi probabilemnte ragiona in questi termini: la Politica è la sinistra, la sinistra è in crisi e perde le elezioni, ergo, la Politica è in crisi.

    e’ un atteggiamento insopportabile quello di chi presume di essere uno “statista” , cercando di relegare chi ha vinto le elezioni amministrative occorse ieri e cioè il centrodestra, nell’anti-politica.

    Già, perchè di sicuro chi pensa in questo modo non è sicuramente uno “statista”, tantomeno capisce cosa sia la POLITICA e il vero interesse della Nazione.Figurarsi combinare qualcosa di buono.

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