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La donna di Berlino

Angela, la “ragazza” che vuol rimettere la Germania al primo posto della UE

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La rivista americana Forbes l’ha dipinta come “La donna più potente al mondo”. Non ha tutti i torti. Angela Dorothea Merkel guida dal 2005 la Germania, anche e soprattutto attraverso quella che lei stessa ha definito “La peggiore crisi per la Germania dopo il secondo dopoguerra”.

Ma il Cancelliere tedesco non è solo “Una donna di ferro”, come disse di lei il presidente statunitense Barack Obama. In questi cinque anni ha saputo coniugare una linea politica inflessibile a una visione complessiva dello stato delle cose che in pochi hanno avuto, non guardando solamente a Berlino, ma al mondo intero. Più pragmatica che altro “La ragazza”, come la definiva Helmut Kohl, è pronta per traghettare la Germania, e l’Europa, fuori dalla crisi.

Nata nel 1954 ad Amburgo, la Merkel ha una formazione rigorosa. Figlia di un pastore luterano e di un’insegnante, Angela studia fisica a Lipsia e chimica a Berlino-Adlershof per poi continuare il suo percorso accademico nella ricerca sulla chimica quantistica.

Amante dell’Opera – ogni anno partecipa alla prima della Deutsche Oper – e della natura, Angela sembra essere l’esatto opposto del suo predecessore Gerhard Schröder, forse troppo incline ai piaceri della vita. Più che pensare a divertirsi come i coetanei, Angela studia tanto e vive in modo particolarmente intenso il suo rapporto con la caduta del Muro di Berlino, dato che si avvicina al partito Risveglio Democratico, di cui diventa portavoce. Kohl disse proprio che questa indole alla dedizione e alla fatica è stata portata dall’infanzia vissuta nella campagna berlinese, a Templin. Grazie a Risveglio Democratico, la politica le piace e prende il sopravvento sul resto. Si avvicina sui banchi di scuola e si costruisce un mix di esperienze trasversali, forte di influenze di entrambe le Germanie. Entra poi nella CDU e quella è la prima svolta.

Riesce a far fuori prima quel colosso che era Kohl, lo stesso che la definì “das Mädchen”, la ragazza, ai tempi del dicastero ambientale. Ma poi fa fuori anche Wolfgang Schäuble, storico membro della CDU. Con i Cristiano Democratici lei c’entra poco. Da evangelica convinta, ha ricevuto pesanti critiche quando è stata eletta nel 1998 a capo della Segretaria-Generale della CDU, generalmente conservatrice e di matrice cattolica. È riuscita anche a far fuori Schröder per poi governare solitaria in un mare di perplessità.

Eppure, i suoi consensi sono stati unanimi. Merito del suo pragmatismo schietto e sincero, lo stesso che è servito, nel momento forse più difficile della sua carriera politica, ad allearsi coi Liberali dell’FDP, unione arrivata nello scorso settembre. Tutto sembrava di nuovo tranquillo, peccato che poi fosse arrivata la crisi debitoria europea. Ma lei era già pronta a questo.

La finanza impazzita nel 2007 l’ha indotta a un nuovo tipo di registro, meno teutonicocentrico e più internazionale. Il crack di Lehman Brothers e le sue conseguenze sono forse il segno che l’economia mondiale sta cambiando. I miliardi di capitalizzazione perduti nella Borsa di Francoforte e il rischio di incorrere in una recessione, che poi avverrà ugualmente, la fanno andare di fronte al Bundestag a dire che “A volte la ragione deve prevalere e quindi bisogna capire che tutti noi dobbiamo cambiare registro”. Parole pesanti, che la portano a una flessione della popolarità fra i suoi cittadini. Ma fanno reggere la locomotiva tedesca. Non è un caso che infatti sia proprio la Germania la prima a ufficializzare l’uscita dalla recessione economica. E non è un caso che sia stata proprio Berlino la prima a proporre una tassazione sulle rendite finanziarie e a vietare la vendita di titoli allo scoperto, anticipando anche il G20 sulle regole della nuova finanza.

Questo però non basta per evitarle la gogna mediatica della manovra più costosa degli ultimi anni, varata pochi mesi fa. Gli 80 miliardi di euro di austerity che serviranno alla Germania per riequilibrare i conti pubblici saccheggiati dai troppi interventi statali a favore del settore bancario, non sono stati leggeri. Soprattutto, Angela voleva abbassare le tasse per i suoi cittadini, ma il solito pragmatismo l’ha indotta a desistere. “Non siamo in grado di tagliare le imposte, ma almeno cercheremo di non alzarle ulteriormente”, disse nel suo discorso alla nazione.

Ci sono poi i rinnovati rapporti con la Francia e il resto d’Europa. Il presidente transalpino Nicolas Sarkozy nel 2008 gli consegna il Premio Carlo Magno “Per la sua opera di riforma dell'Unione europea”. Con Sarkò c’è feeling fin da subito, a tal punto che nel periodo più nero della crisi dei debiti sovrani, i due pesi massimi decidono di coalizzarsi per trovare una soluzione comune da proporre a un’Europa che sembra aver perso la via della ragione. L’asse franco-tedesco è tornato quindi in auge e con esso anche una rinnovata voglia di contare ancora di più in un mondo che si sta prefigurando bipolare, diviso fra Stati Uniti e Cina per via del declino europeo.

Strano destino per una dottoranda che è finita a far politica credendo nel pensiero di una coesione europea sopra ogni cosa. Riesce a coniugare episodi mondani e frivoli, come quello in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi le fece il “Cucù” in quel di Trieste. Lei si mise a ridere, dimostrandosi affabile in ogni occasione. Del resto, se è diventata la prima donna a guidare il G8 un motivo doveva esserci. E se le relazioni fra Berlino e Mosca sono molto buone, è perché Angela ha saputo far fruttare la doppia anima della sua formazione giovanile.

Ragione e rigore. Sono queste le due caratteristiche basilari della Merkel, che in tutti questi anni è stato più volte paragonata a Margaret Thatcher per la sua forza propulsiva, pragmatica e riformista. È una politica strana, avulsa ai magheggi visti altrove e difficile da decifrare utilizzando il solo linguaggio politico. Di lei si dice che la sfida maggiore è sempre la prossima. E in questo caso, è quella di far tornare la Germania sul primo posto d’Europa.

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