17 Maggio 2013


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Anonymous, gli italiani si fanno sempre riconoscere

La Polizia italiana colpisce di nuovo Anonymous, il collettivo senza nome e senza capi fatto di attivisti web che si nascondono dietro la maschera di Guy Fawkes per colpire obiettivi comuni. L’operazione della polizia postale italiana, soprannominata ironicamente "Tango Down" (la parola d’ordine che dà l’abbrivio a tanti attacchi informatici) ha portato agli arresti domiciliari per quattro Hacktivist e almeno un’altra decina di perquisizioni.

Come nel caso di Wikileaks, anche per Anonymous non si dovrebbe cadere in logiche preventivamente repressive e punitive, considerando che si tratta di fenomeni legati a un uso condiviso del web di cui avremo chiara e completa percezione sono negli anni a venire, quando gli storici si saranno impegnati a interpretare questa generazione informatica che usa il web come una forma di protesta a sciame nel solco del mediattivismo. Fenomeni che nascondono molte ombre ma anche delle luci, se è vero che Anonymous ha sostenuto la Green Revolution iraniana contro il regime di Ahmadinejad.

Il problema è che gli italiani debbono sempre farsi riconoscere. Da quanto si apprende, infatti, pare che gli smanettoni nostrani finiti ai domicialiri, colpevoli di aver preso di mira siti istituzionali come quello del ministero dell’interno, dei Carabinieri o del Vaticano, in realtà non lo facevano semplicemente per puro spirito di sabotaggio legato a un alto ideale di Internet condivisibile o meno. Secondo l’Ansa, invece: "I quattro arrestati facevano parte del movimento di Anonymus anche se ne sfruttavano il logo per interessi personali". Insomma, in Italia siamo sempre alla storia dei furbetti del quartierino. Lasciate perdere i meravigliosi fumetti di Alan Moore e la "coscienza cosmica".

Qualche losco interessuccio dietro le grandi parole d’ordine sul futuro del web e gli sciami di uccelli liberi di migrare dove gli pare ci sta sempre.