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Una sfida per Europa e Stati Uniti

Asian waves. L’avanzata cinese in Africa

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Da qualche giorno una missione archeologica cinese sta cercando in Kenya i resti della flotta guidata dall’ammiraglio Zheng He, che raggiunse la costa africana all’inizio del XV secolo. Lo scopo è mostrare come le proiezioni imperiali cinesi verso l’Africa nera avessero preceduto quelle delle potenze marittime europee. Un modo anche questo per dare sostanza a un rapporto – quello attuale tra una Cina diventata grande potenza mondiale e un continente ricco di materie prime indispensabili alla crescita – che conosce un boom straordinario. Dal 2000, gli scambi commerciali sono decuplicati, da 10,5 a 106,8 miliardi di dollari.

Nella sua proiezione africana, si dilata per la Cina il concetto di sicurezza, che si lega da un lato agli approvvigionamenti (energia, materie prime, prodotti alimentari), dall’altro alla libertà di navigazione e al controllo delle principali vie di comunicazione marittime nell’area che va dall’ Oceano Indiano al Mar della Cina meridionale (quest’ultimo oggi causa di preoccupanti attriti tra Washington e Pechino). La Cina in Africa sembra puntare sul soft power – ha anche accettato di partecipare a missioni di peacekeeping, come in Darfur – ma lo fa a suo modo: Pechino non si cura certo dei malumori occidentali quando si tratta di fornire armi a chi le richiede. Invece, ha una chiara impronta militare e strategica la presenza di una consistente flotta antipirateria nel Golfo di Aden: nei giorni scorsi si è conclusa la quinta missione cinese di scorta. In quelle acque i cinesi sono in buona compagnia, vista la forte presenza occidentale, ma tale presenza va ben al di là della lotta alla pirateria: con l’Arabia saudita tornata essere il loro primo fornitore di idrocarburi e col Pakistan scelto come il proprio terminal nell’Oceano Indiano, tutto lascia pensare che siano nella regione per restarci.

Gli Stati Uniti, e in generale i Paesi occidentali, interpretano i successi cinesi in Africa come la conseguenza del cinismo di Pechino nel concedere aiuti in varie forme: l’accusa è cioè di “concorrenza sleale” nell’assistenza ai paesi poveri perché Pechino non pone condizioni relative alla salvaguardia dell’ambiente, la buona governance e il rispetto dei diritti umani. La Cina appare insensibile a simili obiezioni, e in realtà anch’essa pone condizioni ai partner africani, ma di ben altra natura. L’escalation della sua presenza nel continente è stata infatti accompagnata dal forte ridimensionamento di quella di Taiwan, che ora mantiene rapporti solo con Burkina Faso, Gambia, Swaziland e Sao Tomé e Principe – certo non i maggiori attori regionali. I sempre più frequenti incontri tra rappresentanti cinesi e dei paesi africani si concludono invariabilmente con il formale sostegno da parte di questi ultimi alla politica di “una sola Cina”. Una tradizionale posizione di Pechino che naturalmente riguarda anche la questione del Tibet e che ha toccato i rapporti con la locomotiva africana, il Sudafrica: non a caso su pressione cinese l’anno scorso Pretoria negò il visto al Dalai Lama.

Per il resto, la politica cinese riempie spesso i vuoti che si vengono a creare, come indica il recente caso del Niger. I protettori di sempre, i francesi, hanno voluto punire il regime in nome della difesa della democrazia calpestata dal presidente Tandja (peraltro senza mettere in discussione la presenza della compagnia di stata Areva, che sfrutta in Niger due miniere di uranio). Così il Paese al sesto posto del mondo per riserve di uranio, messo alle corde dalle sanzioni occidentali, è entrato nell’orbita della Cina, pronta a dare gli aiuti necessari perché l’intero apparato statale tirasse avanti, forze armate comprese.

Pechino naturalmente non si limita a riempire i vuoti lasciati dalle potenze occidentali. Sono molteplici i fattori che facilitano la strategia cinese: anzitutto la difficoltà degli Stati Uniti di rimodellare la loro politica malgrado le grandi speranze suscitate inizialmente Obama “l’africano” sul continente; in secondo luogo, il mai risolto contrasto tra e Stati Uniti ed ex potenze coloniali europee, soprattutto quella Francia che all’Africa continua a chiedere un “surplus di potenza” e di conseguenza non rinuncia a difendere i suoi interessi monopolistici; ci sono poi le contraddizioni in cui si dibatte l’Unione Europea, raramente capace di parlare con una sola voce; infine, la concorrenza di altre potenze esterne come Brasile, India, la rinata Russia, in grado di erodere spazi e profitti a chi si muove con troppa lentezza, ma poco competitive rispetto ai cinesi per quanto riguarda la disponibilità di capitali.

Altri aspetti della competizione che favoriscono Pechino riguardano l’essenza del sistema politico cinese e il mercato della manodopera. La fusione di socialismo e mercato (o capitalismo di stato) che caratterizza l’attuale fase di sviluppo della Cina, appare infatti la più adatta a trovare punti di incontro con le esigenze di un’Africa in grande trasformazione in termini di struttura della classe dirigente. Inoltre, i cinesi accettano margini di rischio maggiori degli occidentali, tempi di rientro del capitale più lunghi e profitti più esigui. Un recente esempio è l’accordo quadro per la costruzione in Nigeria di tre raffinerie (costo 20 miliardi di dollari) da cui uscirà benzina a prezzi politici e quindi poco redditizia (è per questo che l’affare non interessava alle compagnie occidentali). In Zambia, invece, il gruppo cinese Jinchuan ha da poco riaperto la miniera di nickel di Munali dopo essere subentrata a una multinazionale australiana, che aveva bloccato le estrazioni per il calo del prezzo internazionale del metallo.

A ciò si deve aggiungere che la Cina accompagna i suoi investimenti con una massiccia iniezione di operai e tecnici. E’ vero che questa prassi provoca alcuni malumori, dato che riduce le opportunità di lavoro per i locali. Ma ha il vantaggio di tagliare i costi e i tempi, aumentando l’efficienza soprattutto grazie all’assenza di gap culturali e linguistici. Soprattutto, si pongono così le basi per una sorta di “colonizzazione dal basso” (non sono pochi i lavoratori cinesi che, scaduto il contratto, non tornano in patria) che crea legami importanti, facilita gli scambi e dà ossigeno alle attività di piccole e medie imprese.

In ogni caso, la vera carta vincente della Cina è la duttilità. Ad ogni partner si riserva un trattamento particolare anche se da qualche anno ha cominciato ad avere un reale ruolo di orientamento l’ecumenismo rappresentato dai forum Cina-Africa. L’ultimo si è svolto nel novembre scorso in Egitto. Allo Zimbabwe, che dopo la cacciata degli agricoltori bianchi è da anni nel caos economico e politico, si offrono tecniche agricole con contadini al seguito. In Guinea la Cina ha puntato a conquistare uno dei più ricchi giacimenti di ferro del mondo accordandosi con la Rio Tinto – ma soltanto dopo una prova di forza economico-giudiziario senza esclusione di colpi, compreso l’arresto in Cina di alcuni dirigenti della multinazionale australiana. In Angola, eletta a partner continentale numero uno, fornitore del 16% di tutto il petrolio che le industrie cinesi consumano, si è saputo cucire a suon di lucrosi contratti un’alleanza a prova di bomba con un regime in passato apertamente osteggiato e che dunque avrebbe aveva ottimi motivi per preferire altri partner.

Caso speciale il Sudan, spesso indicato come il centro di irradiazione dell’avanzata cinese in Africa e come prova lampante del cinismo di Pechino, pronta per i suoi interessi a sostenere un presidente accusato di crimini contro l’umanità. In realtà, la Cina ha approfittato delle incertezze e delle paure di chi non credeva nella pacificazione del Paese – dilaniato dalla guerra civile tra Nord e Sud – né nel suo enorme potenziale di materie prime. Insomma ha giocato la carta – tipica della sua politica africana – del rischio calcolato. Rischio ancora non sciolto perché neppure l’accordo tra Nord e Sud del 2005, sponsorizzato anche dagli Stati Uniti, ha risolto tutti i problemi. Pende infatti sul Sudan la spada di Damocle del referendum (previsto per il 2011) che potrebbe portare all’indipendenza delle province meridionali, peraltro in mancanza di un accordo sul tracciato del confine proprio nella zona più ricca di giacimenti di petrolio. Potrebbe derivarne una ripresa della guerra e una interruzione della produzione di greggio diretto in Cina. Si assisterebbe in tal caso alla prima battuta di arresto dell’avanzata di Pechino nel continente, e al primo grande test per la strategia del “rischio calcolato".

© Aspenia

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