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Una inchiesta di TIME/ 3

Atene brucia sotto il peso di immigrazione e crisi economica

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Hawa Sankoh parla in greco alle sue due figlie, eccetto – ammette – quando è arrabbiata. Allora ricade nel dialetto del suo paese d’origine, la Sierra Leone, ma con scarso successo. “Lo capiscono, ma non tanto bene”, si dispiace la donna.

Per la 16enne Fatima, da tutti conosciuta con il nome più greco di Stefania, e Marie, 14 anni, entrambe ateniesi di nascita, la Sierra Leone è un posto devastato dalla guerra di cui sanno qualcosa solo grazie a documentari e ai discorsi dei genitori. Ma agli occhi dello stato greco, e della maggior parte dei greci, non sono altro che visitatori temporanei di un paese che loro, invece, hanno adottato. “La legge è completamente razzista – dice Sankoh, che si è trasferita in Grecia 23 anni fa e che, come le sue due sorelle, è ancora invischiata in un interminabile ciclo di rinnovi del permesso di soggiorno, che scadono ogni due anni. – Non si può pretendere che un bambino cresciuto qui se ne torni al suo paese, perché è esattamente come gli altri bambini greci”.

Il governo greco è d’accordo, e ha proposto una legge che risolva il problema. George Papandreu, il primo ministro socialista eletto lo scorso ottobre, ha promesso di dare la cittadinanza ai figli di immigrati che siano nati o siano stati educati in Grecia, una platea di bambini stimata in 250 mila persone, che attualmente sono privi di ogni status civile. Papandreu sa cosa voglia dire essere uno straniero perché, sebbene suo padre e suo nonno furono entrambi primi ministri di Grecia, lui nacque negli Stati Uniti e passò gran parte della sua giovinezza all’estero. Ha fatto della modernizzazione dell’arretrato sistema legislativo greco sull’immigrazione una priorità del suo programma, e sostiene che il conferimento della cittadinanza alla “seconda generazione” di migranti è un tema che si inquadra nella difesa dei diritti umani fondamentali.

Però la sua proposta ha scatenato una violenta reazione, e un aspro dibattito sul significato di essere greci. L’opposizione più aperta e plateale è venuta dalla destra, che rivendica le origini della razza greca, discendente diretta degli antichi elleni, unita da una cultura comune e dall’appartenenza alla chiesa greca ortodossa. Ma, al di là di queste posizioni, c’è anche un diffuso disagio in tutta l’opinione pubblica verso il costante flusso di nuovi immigrati e la sfida che essi rappresentano per la società greca, tradizionalmente chiusa e familistica. La pubblicazione online della proposta di legge sulla cittadinanza ha provocato un diluvio di e-mail di commento, molte delle quali avevano il seguente tenore: “Chi non è di razza greca non può dirsi greco”, “Greci si nasce, non si diventa”. Papandreu alla fine ha deciso di mettere da parte la questione.

L’immigrazione è un fenomeno nuovo per la Grecia, la cui popolazione, nel corso del Ventesimo secolo, emigrò in massa. Tanto nuova che, fino al 1991, l’unico testo di riferimento sul tema era una legge del 1920 promulgata per controllare la comunità cristiana in fuga dalla Turchia al termine della Prima guerra mondiale. Ma basta uno sguardo al palazzo dove vive Sankoh per capire quanti cambiamenti ci siano stati da allora. Dieci anni fa, quasi tutti gli inquilini erano greci. Adesso, i nomi sui citofoni sono bengalesi, bulgari e ugandesi.

I residenti privi di cittadinanza, attualmente, sono il 10 per cento della popolazione greca. La grande maggioranza di questi nuovi arrivati proviene dai vicini paesi balcanici, Albania soprattutto. Ma negli ultimi anni la Grecia ha dovuto sopportare anche un aumento dell’immigrazione illegale da Africa e Asia, quasi tutta arrivata a bordo di piccole imbarcazioni salpate dalle coste turche. Durante la prima metà del 2009, quasi un quarto di tutti i respingimenti alle frontiere dell’Unione europea sono avvenuti in Grecia: più che in ogni altro paese, il doppio dell’Italia.

Senza una strategia coerente sull’immigrazione, il governo è stato sommerso dal volume dei nuovi arrivi. I centri di detenzione del paese hanno posto per appena mille persone, e soltanto nei primi nove mesi del 2009 si è registrato l’arrivo di 95 mila immigranti irregolari. La gran parte di loro viene trattenuta per un breve periodo, prima di essere rilasciata con un documento che impone l’abbandono del paese entro un mese. C’è anche un arretrato di 42 mila richieste di asilo, senza contare le migliaia di persone che non hanno ancora consegnato la propria domanda. Questo sistema caotico ha creato un vasto sottomondo di immigrati che vive in un limbo legale ai margini della società, e che sta trasformando alcune zone di Atene in bassifondi dove imperano crimine e traffico di droga. Le prostitute africane sono tanto diffuse che le figlie di Sankoh raccontano che ogni giorno, per la strada, uomini greci chiedono loro “quanto vogliono”.

Il nuovo governo – sostiene Michalis Chrysochoidis, ministro responsabile per l’immigrazione – riconosce l’importanza del problema; si è iniziato a riorganizzare il sistema degli asili, a controllare gli abusi della polizia. Però Chrysochoidis dice anche che verranno rese più impermeabili le frontiere, costruiti nuovi centri di detenzione e aumentate le espulsioni: si fa partire il messaggio “la Grecia non è più un posto aperto a tutti”. “La Grecia sta affrontando problemi enormi – dice il ministro – si devono gestire migliaia di esseri umani avendo rispetto della loro dignità, dei loro diritti, della loro libertà. Ma d’altra parte non possiamo ospitarli tutti, perché siamo una nazione molto piccola”.

Le associazioni pro-diritti umani plaudono alle iniziative del governo, ma avvertono: un fallimento nell’affrontare il problema dell’immigrazione, unito all’attuale crisi economica, potrebbe far esplodere il paese. “Il clima ad Atene sta diventando peggiore ogni giorno che passa – dice Alexia Vassiliou, avvocato del Consiglio greco per i rifugiati – dobbiamo fare qualcosa per attenuare una pressione in continua crescita”. (FINE)

Tratto da TIME

Traduzione di Enrico De Simone

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