Attaccare il debito (ma di brutto)
15 Febbraio 2012
Il 6 agosto 2004 Il Corriere della Sera pubblica in evidenza un’analisi di Giuseppe Guarino con un titolo che oggi, a quasi otto anni di distanza, appare molto attuale: “Il debito pubblico? Serve una cura choc. E’ il vero freno dell’economia italiana”. Il sommario auspica “un impegno bipartisan per accelerarne la discesa”. Ma è il contenuto che, in alcuni passaggi, fa impressione: “Nel sistema comunitario gli Stati membri non sono tenuti ad aiutarsi reciprocamente. Sono legittimati a trarre profitto dalle difficoltà degli altri. In 20 anni le nostre residue imprese maggiori o le migliori banche potrebbero passare sotto controllo estero. La causa cronica che debilita l’economia italiana è il debito. (…) Siamo prossimi a un punto di non ritorno. Anziché insistere con il metodo di sottoporre ancora per anni la collettività a salassi annuali dell’ordine di 20-30 miliardi di euro senza che se ne intravvedano benefici va valutato se non sia di maggior vantaggio incidere sul debito con tecniche che non comportano oneri né per il cittadino né per le imprese”.
Negli anni in cui cessa l’uso delle monete nazionali e i confronti di competitività con i Paesi dell’euro sono all’ordine del giorno, il tema del debito pubblico cattura l’attenzione politica. Nel marzo 2002 Tremonti, ministro dell’Economia, vara Patrimonio S.p.a. che forma un veicolo flessibile dove concentrare, in vista della dismissione, una parte di rilievo degli immobili pubblici. Nel 2003 è redatto, secondo gli standard internazionali, il primo stato patrimoniale del settore pubblico che fa emergere un rapporto patrimonio/Pil pari al 137% (valore più alto di quello medio dei partner europei). Il DPEF 2004, seguendo indicazioni Ue, prevede per il debito una riduzione di due punti percentuali annui durante il quadriennio che chiude al 2008. Guarino completa la sua analisi con una proposta radicale (realizzare un’operazione finanziaria in grado di portare rapidamente il rapporto debito/Pil almeno sotto la soglia del 90%) che è presentata nell’ottobre 2005 a una giornata di riflessione su “Debito pubblico e competitività” organizzata da Nexus (un’associazione di cultura politica promossa da Enrico Manca). L’idea parte da “una riflessione inquietante”: “la spirale ascendente del debito è destinata a prodursi a partire da qualsiasi momento, indipendentemente dal livello del rapporto debito/Pil che sia stato raggiunto, quando concorrano le due condizioni della crescita insufficiente dell’economia e della insussistenza di risorse ulteriori. La circostanza che lo Stato si dimostri incapace di arrestare l’ulteriore deterioramento del rapporto debito/Pil potrebbe costituire un preannuncio di bancarotta. La gravità delle conseguenze deve indurre a molta prudenza quando si ipotizza che tra quattro o cinque anni, per effetto della ripresa dell’economia mondiale, o di quella comunitaria o di quella dell’Italia in particolare, il problema potrebbe risolversi da sé. Se queste attese andassero deluse e se nel frattempo si fossero bruciate le ultime risorse disponibili, lo stato di default sarebbe inevitabile”.
Con la fine della legislatura 2001-2006 il tema del debito scivola in secondo piano: la congiuntura migliora, declina l’enfasi sulle grandi opere pubbliche (da finanziare per qualche via), cambia il governo. La strategia standard, che prevede l’erosione del debito con graduali avanzi annui suscitando i timori di Guarino (con i piccoli passi si finisce sempre, al primo refolo di vento, per tornare indietro), riprende a dominare: il controllo rigoroso dei conti (Padoa Schioppa prima, Tremonti poi) ridà sicurezza, fa scendere di qualche punto il rapporto debito/Pil e vela la fragilità di fondo.
La debolezza strutturale però non è sanata e anzi due processi che guadagnano forza nella seconda metà del decennio la aggravano. Da un lato aumenta, fino a raggiungere il 40% del totale, la quota del debito italiano detenuta da soggetti esteri: ciò implica un deflusso netto di capitali e assoggetta il costo del debito a valutazioni poste fuori dalla sfera d’influenza dell’emittente statale. Dall’altro lato cresce nell’area dell’euro, complicandone sia il governo sia la razionalità sistemica, la divergenza d’interessi tra gli Stati membri, acuita dalla barocca sovrapposizione delle norme. Quando nel 2008 la crisi finanziaria tramuta la brezza in tempesta e il dissolvimento di fiducia, dopo le banche, investe gli Stati che per salvare il sistema del credito dilatano il debito, gli elementi profondi di fragilità del nostro bilancio pubblico rimbalzano in primo piano, con un aspetto ancora più drammatico di quello mostrato negli anni in cui Guarino formulava la sua diagnosi predittiva.
Le divergenze all’interno dell’eurozona portano prima ad ammettere – durante la disputa sul salvataggio della Grecia – e poi a teorizzare che gli Stati membri, per i quali fino a poco tempo prima il rischio sul debito era stimato pari a zero, sono suscettibili di default. Ciò si riflette duramente sui titoli italiani: cresce il rischio percepito, le agenzie di rating segnalano allarme, i detentori esteri escono, s’innalza il premio richiesto: comincia la danza degli spread. Il tocco finale lo dà la bulimia normativa dell’Unione: appare una buona idea, nell’estate degli spread, aggiungere al tradizionale vincolo sul deficit (che non deve superare il 3% annuo; ma noi ci siamo impegnati dal 2013 al pareggio) anche un obbligo relativo al debito: i Paesi che, come l’Italia, hanno un rapporto debito/Pil superiore alla soglia ammessa del 60% sono tenuti a ridurre l’eccedenza di 1/20 all’anno. La combinazione delle due norme consegna all’Italia compiti a casa da brivido: il pareggio di bilancio implica nel 2013 un avanzo primario stimato oltre i 100 miliardi; con il rapporto debito/Pil oggi al 120% e il Pil destinato a calare, il taglio annuo previsto per lo stock di debito si aggira intorno ai 50 miliardi: ciò significa che per rispettare alla lettera gli impegni europei nel 2013 dovremo avere un avanzo primario superiore a 150 miliardi, oltre l’8% del Pil.
Sono cifre difficili da sostenere: le misure necessarie per realizzarle scatenerebbero una dura recessione. Le soluzioni che si prospettano sono allora solo due: o spuntare, in sede di negoziato europeo, qualche deroga alla clausola di riduzione annua dell’eccedenza di debito oppure realizzare cessioni di patrimonio in modo da abbattere lo stock di partenza. Per ora il governo dedica attenzione ai flussi, all’equilibrio di bilancio, ma si può immaginare che, superata l’emergenza immediata, dovrà rivolgersi alla questione degli stock.
Nel frattempo si sono moltiplicati gli esercizi sul tema e ormai si contano numerose varianti raggruppabili in tre tipologie. La prima prevede la costituzione di una Spa, all’inizio di totale proprietà dello Stato, che raccoglie e amministra il patrimonio pubblico (immobili, partecipazioni, crediti), si quota in Borsa e provvede a una cessione progressiva delle azioni (il cui valore si immagina correlato all’efficienza della gestione): con il ricavato lo Stato riduce il debito. E’ la proposta Guarino a suo tempo contrastata da obiezioni di stampo liberale: si crea un enorme centro di potere, un nuovo Iri, destinato ad agire più per conservarsi che per vendere asset e azioni (ponendo le premesse per scomparire). Una versione minimalista della medesima idea prevede che Cassa depositi e prestiti acquisti con liquidità propria le partecipazioni dello Stato nelle grandi aziende pubbliche (Enel, Poste, Sace, Fintecna, Anas, Invitalia ecc.) per un controvalore di 40-50 miliardi (da destinare a riduzione del debito). La proprietà rimane pubblica, ma cambia l’etichetta e c’è l’esborso di denaro fresco: un esercizio di funambolismo che fa maquillage.
Anche la seconda tipologia (Monorchio e Salerno Aletta, Cisnetto, Rebecchini) prevede di concentrare in un unico veicolo (fondo di gestione patrimoniale o società per azioni) immobili e partecipazioni; le quote di proprietà tuttavia non sono scambiate sul libero mercato, come nella proposta Guarino, ma sono acquisite in via obbligatoria dai cittadini italiani (in proporzione ,si presume, a qualche indicatore di ricchezza): di fatto non una cessione differita ma un prestito forzoso (nelle versioni che prevedono, sia pure a tempi lunghissimi, la restituzione delle somme investite) o una patrimoniale morbida (c’è un corrispettivo tangibile all’esborso dei cittadini). In questo schema, data la natura forzosa del congegno predisposto, i ricavi dello Stato sono immediati e certi, mentre nella proposta Guarino sono a medio termine e legati all’efficienza di gestione della Spa. La formula che ipotizza prelievi dai cittadini incontra due obiezioni. La prima ricalca l’obiezione mossa all’idea Guarino: nasce un simil-Iri che rischia di badare soprattutto ad auto-riprodursi (in ciò il fatto di essere una public company forse aiuta). La seconda obiezione è politica e investe il tratto un po’ da “oro alla patria” che l’iniziativa mostra: l’enormità del debito deriva dalla scelta politica (sbagliata) di espandere la sfera d’azione e le dimensioni dello Stato, ma a pagare i conti finali sono i cittadini cui neppure è garantito un cambio di rotta.
Nella terza tipologia (Mediobanca; Nocera e Luttwak) il patrimonio, immobili e/o partecipazioni, non è usato, come nelle proposte precedenti, quale asset di una Spa le cui azioni – valorizzate, si presume, nel tempo – sono destinate alla cessione; funge invece da garanzia per l’emissione di nuovi titoli il cui ricavato è impiegato per ridurre il debito. Si introduce così un effetto leva con il vantaggio di aumentare l’incasso a breve, ma al contempo si stabilizza l’esistenza della Spa e si mantengono gli asset vincolati al suo interno. Mediobanca e altri istituti ipotizzano di costituire – con criteri tali da tenerla fuori dal perimetro pubblico – una società veicolo che riceve in dote da Stato ed Enti locali beni per un valore di 80-90 miliardi e, su questa garanzia, emette obbligazioni a lungo termine. Banche e assicurazioni sottoscrivono i titoli consegnando Btp che dal veicolo sono trasmessi allo Stato a riduzione del debito. Di fatto un grande swap che consente alle banche di alienare a prezzo convenzionale titoli dai corsi ormai deboli e allo Stato di cancellare debito a valore facciale. Il veicolo rimane possessore degli asset e sono immaginate dismissioni in tempi favorevoli.
L’Italia ha un debito pubblico molto elevato sia in cifra assoluta sia in rapporto al Pil, detiene attivi poco redditizi (con rare eccezioni), gode di una fama politica non brillante (su riforma dello Stato e riduzione del debito le promesse sono state tante, i fatti pochi). Nei prossimi anni dovrà affrontare una recessione forse lunga, dinamiche monetarie non favorevoli, impegni con i partner europei molto pesanti. Operazioni finanziarie che dislocano abilmente il debito da una parte all’altra del perimetro pubblico danno sollievo temporaneo ma forse non sono all’altezza della complessità attuale. Cessioni reali di beni, basate su congegni che sfalsano i tempi fra incasso (rapido) e vendita (differita secondo le fasi di congiuntura), danno più sicurezza ai conti e più fiducia agli investitori. La scelta fra prelievo forzoso e appello al mercato, invece, ha carattere politico: i cittadini e le imprese – va però ricordato – patiscono già livelli di prelievo molto elevati.
(tratto da Il Foglio)
