Attenzione alla “biolatria”: è l’ultima frontiera del nulla
12 Febbraio 2009
Non è mia intenzione intervenire di nuovo sulla <vexata quaestio> Englaro né, tanto meno, schierarmi a favore della tesi che vede nella sua morte un ‘omicidio’ o dell’altra, eguale e contraria, che parla della fine pietosa dell’accanimento terapeutico. Invidio sinceramente le tetragone certezze di quanti hanno partecipato ai cortei e hanno firmato manifesti in un senso e nell’altro e mi ritiro nel limbo degli ‘incerti’, che, guarda caso, ospita liberali doc come Luca Ricolfi, Angelo Panebianco, Piero Ostellino e anche qualche cattolico come Giovanni Reale.
Ognuno è tenuto a obbedire, in primo luogo, alla sua coscienza. Lo ribadì in termini inequivocabili il Cardinale Joseph Ratzinger nel “Commentary on the documents of Vatican II”, (vol. V, p. 134, a cura di Herbert Vorgrimler, Edizioni Herder and Herder, New York, 1967-1969 –trad. inglese di Das Zweite Vatikanische Konzil Document und Kommentare ) <Al di sopra del papa come espressione del diritto vincolante dell’autorità ecclesiastica sta ancora la coscienza individuale di ciascuno, alla quale bisogna obbedire prima di tutto, in caso di necessità, anche contro le ingiunzioni dell’autorità ecclesiastica. Con questa centralità dell’individuo che nella coscienza è posto davanti ad una suprema ed ultima istanza che, da ultimo, è svincolata dalle pretese delle comunità esterne, compresa la chiesa ufficiale, è posto contemporaneamente il principio contrario al crescente totalitarismo che non può accettare una tale obbligazione contrapposta alla sua volontà di potenza>. Né mi si venga a dire che <è troppo comodo stare in mezzo!>, giacché è posizione comoda in una società pacifica e rispettosa dei diritti e dei valori di tutti ma diviene scomodissima quando il clima diventa da guerra civile e scatta allora il terribile aut-aut (lievito di tutti i totalitarismi e gli integralismi del Novecento):<chi non è con me è contro di me>. In questo caso, infatti, si possono ricevere botte da orbi (in senso figurato, s’intende, ma alla lunga non si sa mai….), a destra e a manca, e anzi si rischia di diventare l’unico punto d’accordo tra i paladini di Carlo Magno e i mori di Agramante, gli uni e gli altri pieni di disprezzo per chi non se la sente di scendere in campo, aborrendo i fanatismi dei due campi (ma è pronto, poi, a battersi per cause, a suo avviso, ben più <civili>).
Fatta questa premessa personale dico subito che il caso Englaro mi ha fatto venire in mente la vicenda di Joseph O’Dell, l’americano che aveva stuprato e ucciso una donna e, per tale reato, era stato condannato a morte, nel 1997, da un Tribunale della Virginia. In quell’anno era al governo Romano Prodi—ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick—e contro quell’esecuzione si mobilitarono il Presidente del Consiglio, il Presidente della Repubblica (Oscar Luigi Scalfaro) quasi tutti i partiti, AN compresa, oltreché, ‘il va sans dire’, l’Associazione radicale ‘Nessuno tocchi Caino’ e l’immancabile ‘Amnesty International’. Leoluca Orlando Cascio, allora sindaco di Palermo conferì a O’Dell la cittadinanza onoraria del capoluogo siciliano e, in seguito, quando nonostante l’inutile appello a Bill Clinton (nessuno aveva detto ai politici italiani che nell’ordinamento federale nordamericano il diritto penale è di competenza degli ‘States’ e non della ‘Nation’), l’omicida stupratore fu giustiziato, andò a prendere la salma in America per seppellirla nel famedio palermitano. (Un’operazione che costò al contribuente italiano più di un miliardo di lire e che solo pochi politici, tra i quali Gustavo Selva, e giornalisti osarono denunciare).
Non vorrei essere equivocato dalle guardie bianche di FederVita e di altre associazioni similari: tra Eluana Englaro, una donna da diciassette anni in coma–per alcuni medici irreversibile, per altri, convinti che potesse partorire, no, ma sempre <in coma profondo>–e O’Dell, un assassino (tale almeno per la Corte virginiana), vivo e vegeto, condannato alla pena capitale, c’è un abisso. E allora qual è il rapporto tra i due che le vicende di questi giorni mi hanno fatto istituire? Il filo sottile, ma resistente come l’acciaio, c’è ed è la <sacralità della vita>, di qualsiasi vita, della vita dello stupratore come della vittima incolpevole di un incidente: della vita nel pieno delle proprie facoltà intellettuali e della vita larvale, confinata nel cono d’ombra dello stato vegetativo. Dietro questa etica che accomuna un ampio spettro di famiglie ideologiche—dai non violenti di Rifondazione Comunista alle comunità cattoliche di base, da Pannella ai Legionari di Cristo—c’è un sentimento, per così dire epocale, quello della ‘fine della storia’ ma non certo nel senso di Francis Fukuyama.
Le ‘inutili stragi’ della prima guerra mondiale, i campi di sterminio, Lager e Gulag, gli etnocidi coloniali, l’orrore di Hiroshima e Nagasaki, il bombardamento di Dresda e gli altri innumerevoli olocausti—l’ultimo e più terrificante, quello del comunista Pol Pot—hanno aperto un invisibile, permanente, Tribunale di Norimberga contro la Storia, quasi che in tutte le sue stagioni essa sia stata sostanzialmente quella raccontata dall’immortale romanzo di Alessandro Manzoni. Dappertutto sangue e mortammazzati, dappertutto carceri e fili spinati: non c’è stato ideale che non se ne sia insozzato, né ci sono tregue o posti di ristoro nel percorso nichilistico del Divenire. I neoconvertiti al liberalismo che guardano al Nord America e ne contrappongono la ‘rivoluzione’ pacifica a quella violenta della Francia dell’89 sembrano ignorare la sorte riservata ai coloni rimasti fedeli alla corona inglese o la violenza della guerra di secessione scatenata per preservare l’eredità di Hamilton e di Washington. Viviamo in un mondo che non sembra credere più nella bontà di una qualsivoglia causa: il sangue versato compromette tutti gli ideali e, persino in Italia, sta diventando sempre più difficile trovare un cattolico che condivida il confronto istituito da Manzoni tra la ‘civiltà’ del Risorgimento italiano e la ‘barbarie’ della Rivoluzione francese—v. il ‘Saggio comparativo sulla rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859’.
Le efferatezze del secolo breve condannano a morte ogni tipo di <storicismo>, sia quello liberale, che da Vincenzo Cuoco arriva a Rosario Romeo, sia quello ‘razionalistico’, la cui miseria Popper portava alla luce (chiamando, peraltro, ‘storicismo’ quella che era una ‘filosofia della storia’ d’impianto razionalistico e illuministico—linea Condorcet/Marx, insomma). Di qui un panrevisionismo antistorico che, nei secoli del ‘moderno’, non risparmia nessuna vicenda umana ma che, nondimeno, ha interiorizzato proprio il nocciolo duro della filosofia esecrata: la tesi del <non poteva andare diversamente>, che le istituzioni prosperano o si guastano non per le determinazioni e le qualità che acquisiscono nella loro evoluzione e che via via ne definiscono e consolidano la natura ma per il marchio impresso nella loro‘origine’; sicché, se non ci fosse stato il Risorgimento, non ci sarebbe stato il fascismo, se non ci fosse stato Bismarck non ci sarebbe stato Hitler, se i Romanov fossero ancora sul loro trono non avremmo avuto i Gulag etc.
Che questa mentalità alligni nel cattolicesimo oscurantista—che in questi anni sta rialzando la testa—è comprensibile. La tentazione di dire <ve l’avevamo detto!> diventa irresistibile in un mondo di greggi che disobbediscono ai pastori. A cosa è servito l’aver tolto lo scettro agli unti del Signore se i risultati del trionfo della democrazia sono i totalitarismi di ogni colore? Ormai sta diventando sempre più difficile guardare al passato se non da dietro le sbarre di lager, gulag e foibe.
Stupisce non poco, invece, che anche alla sinistra radicale, che un tempo giurava sul vangelo di Karl Marx, ovvero del pensatore che per il suo robusto realismo era stato definito il ‘Machiavelli del proletariato’, la non violenza appaia come la stella polare alla cui luce (o mancanza di luce) giudicare irrevocabilmente uomini ed eventi. La spiegazione sta nell’idea—assai poco marxiana ma nel nostro paese il materialismo storico ha sempre attecchito debolmente, limitandosi per lo più a dare una patina intellettuale a ribellismi sociali e ad anticlericalismi atavici–che la borghesia ha creato il peggiore dei mondi possibili e che il fallimento dei chirurghi—i ‘socialismi reali’—che hanno tentato di estirpare il male alla radice non cambia in positivo un realtà ontologicamente negativa.
La morte di O’Dell colpisce perché è iscritta in un sistema capitalistico perverso in cui la devianza è un sottoprodotto del profitto, quella delle migliaia di cinesi condannati alla pena capitale induce a parlare di ‘errore’, di un’operazione sbagliata: ci sono le vittime ma non ci sono i carnefici (tali non possono dirsi i chirurghi che maneggiano male il bisturi: hanno sbagliato mestiere ma non sono degli assassini). I movimenti collettivi, i centri sociali, le ricordate comunità di base, gli zeloti delle ‘autonomie’, chiamandosi fuori dalla storia, si ritrovano con le mani pulite: nelle tante regioni del pianeta in cui lavorano a pieno ritmo gli scannatoi bellici non si trovano certo loro ma biechi affaristi—dalle multinazionali ai governi in competizione per il controllo delle materie prime—che non rispettano nessuna forma di vita vegetale, animale, umana. Con l’’immagine del bimbo palestinese, perito sotto le macerie, durante un raid israeliano, <s’è detto tutto>. L’incapacità di proporre programmi e modelli sociali e politici di riferimento, in tal modo, diventa la forza della sinistra antagonista—come attestano gli articolisti pacifisti e universalisti del ‘Manifesto’–. Sono gli altri a dover dimostrare la loro capacità a gestire la società industriale pacificamente e senza spargimento di sangue.’Vaste programme’, come avrebbe detto il Generale, e, inoltre, impossibile da realizzare giacché basta la soppressione di una sola vita per far scattare la condanna di un intero ‘ sistema’ da parte del bio-integralista .Che nella non violenza e nel rispetto della vita alla fine trova il solo criterio di giudizio e l’unico credibile riferimento di valore.
Se la vita in quanto tale, però, diventa il valore più alto ed assoluto che senso ha sacrificarla alla ‘qualità’? Perché un suddito del Papa-Re avrebbe dovuto metterla a rischio per stare meglio, per vivere in un paese con uno Statuto e il governo eletto dal popolo? La vita del suddito può essere subordinata alla ‘qualità della vita’ del cittadino, se il perseguimento di questa mette in pericolo quella? Il tricolore sul Quirinale valeva tutti i morti delle guerre d’indipendenza?
Alla luce dell’ossessione biolatrica, che ha colpito da tempo la sinistra antioccidentale, non si vede bene il motivo di dissenso tra radicali e antagonisti, da un lato, e difensori oltranzisti del‘bios’ di Eluana Englaro. In quest’ottica <umanitaria>, infatti, la libertà di disporre del proprio corpo, in situazioni estreme, merita la stessa stima riservata alla scelta del ‘kamikaze’—scontando l’ovvia differenza che, in un caso, si tutela la dignità della persona, che non vuol protrarre un’esistenza da vegetale, nell’altro, si tutela la dignità di un popolo che non vuole le corazzate straniere dinanzi alle sacre sponde della patria.
<Sol chi non lascia eredità d’affetti> scriveva il poeta dei ‘Sepolcri’<poca gioia ha dell’urna>: quando non si crede, sostanzialmente, più a niente, quando <non c’è nulla di più sacro della vita umana> e non si teme più <propter vitam, vivendi perdere causas>, diventa tutto assurdo: la pretesa di liberare i napoletani dal governo borbonico reazionario e intollerante come la pretesa di liberare la fortezza Europa dall’incubo nazista–<ma chi ce l’ha fatto fare?> si chiedono alcuni storici anglosassoni:<ma chi ve l’ha fatto fare?> ribattono i negazionisti del continente. In questo clima, <la difesa della vita, di qualsiasi vita> diventa la più inequivocabile manifestazione di nichilismo: il principio che una cellula viva sia meglio di una cellula morta è l’unico brandello di certezza morale sopravvissuto alla pretesa caduta di tutti gli idoli. Per il resto, a meno di non essere religiosi per davvero, tutto si equivale.
Se Arcigay, atei razionalisti e compagnie di giro varie si sono schierati contro Giuliano Ferrara è per un residuo libertario, una fiammella sempre più fioca, che già ora crea non pochi imbarazzi a una parte non trascurabile della sinistra ‘esterna’. Se la morte <è il peggior di tutti i mali>, infatti, un milligrammo di vita non dovrebbe essere preferibile all’estinzione totale? Paradossalmente erano i paladini di O’Dell a non credere a nulla laddove gli americani favorevoli alla pena di morte erano motivati da valori forti, <presi sul serio>, tali da imporsi al rispetto anche di quanti, come me, sono contrari alle esecuzioni capitali.
