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Attori e protagonisti del caos afgano

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La situazione dell’Afghanistan attuale ricorda per molti versi le scene che si osservano guardando una partita di “buskashì”, il gioco nazionale afgano. Un gioco in cui due squadre di cavalieri si affrontano per la conquista della carcassa di una capra decapitata. Non ci sono regole e alla fine l'unica cosa che conta è il possesso della carcassa. Il tutto tra nubi di polvere e sabbia, urla tribali e brandelli di capra che volano ovunque.

Tale è la confusione che regna sovrana tra i territori montuosi afgani sovrastati dall’Hindukush. Una confusione che è simboleggiata dall’espressione ricorrente riferita ad Hamid Karzai, ormai e purtroppo, solo il “sindaco di Kabul”. Effettivamente le cose stanno così. Enduring Freedom pareva aver ridato speranza a uno Stato che per la sua collocazione geografica si trova invischiato da sempre, suo malgrado, nelle contese geopolitiche internazionali, dal Great Game di fine ottocento all’invasione dei sovietici fino ad arrivare all’occupazione, senza alcun titolo di legittimità ed è bene ricordarlo, del governo Talebano sotto la guida del mullah Omar.

La convocazione della Loya Jirga ha illuso quanti credevano che dopo secoli di Storia il processo di formazione di un’identità nazionale afgana fosse finalmente giunto a compimento. Ma forse l’enfasi era solo dovuta alla miopia occidentale. Di questa identità, infatti, non v’è nemmeno una lontana parvenza ed è proprio questo il cuore del problema.

In Afghanistan, come nel “buskashì”, ognuno può fare ciò che vuole, non ci sono regole ne paletti. Così Emergency si è resa di fatto supplente del ministero della Sanità, curando indistintamente tutti coloro che si trovavano nella sua ben ramificata rete territoriale. Operazioni umanitarie, tanto umanitarie da denunciare in ogni occasione l’operato violento e disumano delle forze militari che si trovano sul campo, salvo poi scoprire che la stessa Ngo aveva i suoi canali diretti e privilegiati con i signorotti locali, i terroristi e i talebani. Quelli che sgozzano gli uomini a sangue freddo, ma comunque degni di essere curati e rimessi in piena forma per combattere contro il legittimo governo afgano, eletto liberamente dal popolo, e ovviamente contro le forze della coalizione guidata dalla Nato che cercano di stabilizzare il paese.

Ma una Ngo non può essere l’unica causa del problema. Basta dare uno sguardo alla carta geografica dell’Afghanistan per comprendere quanto il Pakistan sia importante. Il generale Pervez Musharraf, dopo l’11 settembre e le minacce di un attacco provenienti da Washington, ha sposato in pieno la causa della “War on Terrorism” fornendo a Enduring Freedom supporto militare (basi aeree in particolare) e garantendo l’immediata sospensione dei rapporti con i talebani. A Musharraf, inoltre, va dato atto di aver contribuito, in occasione dell’attentato al Parlamento di Nuova Delhi nel dicembre 2001 compiuto da estremisti islamici pakistani, ad evitare un’escalation che poteva anche sfociare in una guerra nucleare con l’India. Nel gennaio 2002, in un durissimo discorso alla nazione, ha condannato senza mezzi termini il terrorismo islamico, compreso quello attivo nel Kashmir, e ha poi lanciato un tentativo di campagna per la deislamizzazione e la modernizzazione del Pakistan.

A prima vista, dunque, Musharraf può sembrare un valido alleato dell’Occidente nella guerra globale al terrorismo. In realtà, così non è. L’accordo di non aggressione raggiunto recentemente con i talebani è solo una delle tante dimostrazioni dell’ambiguità di Islamabad. Se poi si considerano l’orografia afgana, l’arretratezza della rete infrastrutturale e i legami di sangue tra i clan pashtun a cavallo del confine, risulta evidente che i talebani ricevono supporto più o meno indiretto dall’intelligence pakistana. Da soli, infatti, non avrebbero scampo. Insomma, da un Major non-Nato ally americano, titolo che è stato proprio Bush a conferire al Pakistan, ci si aspettava una maggiore collaborazione per la stabilizzazione dell’Afghanistan.

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