Patrizia Cavalli

Aria pubblica

Patrizia Cavalli è libera. Non deve rispondere al potere della stampa, della televisione e soprattutto della politica. La sua poesia può giudicare senza calcoli, solo ascoltando i sensi, se stessa. Non deve pensare cosa sia meglio o peggio per l’assessore, per il cronista o per il telegiornalista, o per il Sindaco-candidato-segretario. Sente e giudica. La sua Aria pubblica è diversa da quella strana di idea di pubblico che si è diffusa a Roma negli ultimi anni. Roma non aveva l’aria sbagliata, l’atmosfera sbagliata, i luoghi sbagliati quando la Cavalli l’ha conosciuta. Roma era la città chiassosa, e lo è ancora, anche di più. Ma Roma era anche la città sospesa, a volte rarefatta. Era la città del vuoto, non lo è più, perché come scrive la Cavalli, “i delegati a conservare il bene di tutti, cittadini e forestieri, fuggono il vuoto come peste nera, per loro il vuoto è vuoto di potere”. Ci vorrebbe poco per evitare che i bambini nei loro passeggini non abbiano da vedere solo “merda, piscio e noccioline”. Ma si preferisce il divertimentificio, il bieco e vacuo “panem et circenses”, attualizzato in “panini ed eventi”, e siamo tutti felici e contenti. Questi versi sono una testimonianza viva di ciò che ogni giorno viene violentato, cancellato, rimosso, in nome di una presunta bellezza che si trasforma quasi sempre in squallido abbandono, e non riesce ad essere bella neanche per un giorno, quello del taglio del nastro.  (b.m.)