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Avevi prenotato un concerto? Ecco perché rimarrai fregato

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Sono ormai tante le voci che si alzano contro l’eccesso di burocrazia che nel nostro paese blocca le iniziative private e pubbliche, e rischia di vanificare ogni sforzo per mettere in moto la ripresa. I legislatori, però, da questo orecchio non ci sentono, e continuano a infilare limitazioni e cavilli dappertutto. Anche l’accesso ai più semplici diritti deve essere regolato da condizioni capestro, procedure insensate che si risolvono in una corsa ad ostacoli per il cittadino già impaurito dal Covid e stressato dal lock down, e alla fine il poveretto rinuncia ad esigere quello che gli è dovuto e si rassegna al danno e alla beffa. Prendiamo per esempio il rimborso per l’annullamento di spettacoli già prenotati e pagati. Nel cosiddetto Cura Italia, appena passato in Parlamento, c’è una piccola norma (art. 88, comma 3 e 4) che ha già messo in allarme le associazioni dei consumatori e fatto andare su tutte le furie moltissimi giovani.

I biglietti per concerti e spettacoli non saranno rimborsati, ma sostituiti da voucher che vanno utilizzati entro un anno. La soluzione trovata è comprensibile, anche se non è detto che chi ha speso i soldi per un concerto di Vasco Rossi accetti di scambiarlo con l’esibizione di Gigi D’Alessio. Ma ecco che cominciano le solite vessazioni: il voucher andava chiesto tassativamente entro il 15 aprile. Se non ti sei accorto in tempo che nel decreto c’è questo incomprensibile limite (e quanti fan di Vasco Rossi, ma anche di Gigi D’Alessio, sono accurati compulsatori di decreti?) sei fregato. L’Aduc già a marzo protestava, ricordando che non ci sarebbe nemmeno bisogno di una norma apposita, dato che il codice civile prevede che, in caso la prestazione sia diventata impossibile, chi ha ricevuto il pagamento debba restituirlo: “Il rischio è che quella norma pensata per facilitare cittadini e consumatori finisca per creare ostacoli, incomprensioni e contenziosi.” E così è: anche chi, come per esempio il Teatro dell’Opera di Roma, aveva già avvertito che avrebbe rimborsato i biglietti entro un mese dallo spettacolo annullato, ha subito ritirato la proposta, trincerandosi dietro la nuova norma. Ma se, come abbiamo detto, tutelare le società organizzatrici evitando che mettano mano al portafoglio e sostituendo il rimborso con il voucher è una misura comprensibile in tempi di crisi, imporre anche una data rigida certamente non lo è. Che necessità c’è mai di fissare la perentoria scadenza del 15 aprile per le richieste dei poveri consumatori? La confusione generata da questo limite è infinita. C’è chi ha avuto pochissimi giorni per chiedere il benedetto voucher. L’annullamento degli spettacoli è slittato insieme ai decreti che hanno più volte prolungato il lock down, e ancora oggi non si sa cosa accadrà degli spettacoli previsti per maggio o anche per l’estate. La norma poi, se al comma 3 impone per legge una scadenza precisa, al comma 4 si dice che “ le disposizioni si applicano fino alla data di efficacia delle misure previste dal DPCM 8 marzo 2020 e da ulteriori decreti attuativi”. Insomma tutto può slittare, ma la data-ghigliottina per riavere, se non i soldi, almeno il diritto di assistere a un altro spettacolo, quella è immutabile. Se si voleva scaricare sui poveri cittadini anche il costo degli eventi annullati, il sistema è stato trovato.

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