Parla Salvatore Santangelo/ Prima parte

“Babel”, un’altra lettura della contemporaneità targata Salvatore Santangelo

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Un’altra fatica per il dottor Salvatore Santangelo, che dopo aver reinterpretato la più intensa delle vicende diplomatiche quella che ancora oggi muove le ruote della storia, ossia il rapporto diplomatico tra Russia e Germania, si interroga e risponde alla più grande delle domande geopolitiche: quale sarà il nuovo nomos della Terra?  “Babel”, l’ultimo libro uscita a firma del nostro, si interroga anche su questo. La Babele odierna è la globalizzazione, che non vive il suo apice, ma una delle sue fasi all’ìnterno di una sorta di ciclo storico vichiano. Il momentum costituito dai dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump segna invece l’ora sull’orologio opposto: quello delle chiusure, che seguono spontaneamente le fasi aperturiste. Di questo e di altro abbiamo parlato con il dottor Salvatore Santangelo.

Lei non parla di globalizzazione, ma di globalizzazioni. Siamo dentro una sorta di ciclo dell’eterno ritorno?

Il mondo non sta fermo e nessun ordine costituito è eterno. Le trasformazioni che stanno investendo il pianeta assumono un andamento così veloce che tutto cambia – senza sosta – direttamente sotto i nostri occhi. Una situazione che Seneca aveva così descritto nella sua Medea: «È caduto ogni confine, in terre nuove hanno posto mura di città, in un mondo divenuto percorribile muta sede ogni cosa». Prevedere con esattezza l’approdo di queste dinamiche è da ingenui, dal momento che anche le azioni coscienti e programmate originano conseguenze impreviste e in-intenzionali. Ciò però non ci esime da uno sforzo rigoroso e scientifico per “montare” i diversi fotogrammi in un quadro coerente e intellegibile.

Qual è l’evento che ha fatto sì che quella che lei chiama “chiusura” facesse di nuovo la comparsa nella storia?

Sono diversi. L’impetuosa crescita economica della Cina, le guerre in Afghanistan, in Iraq, in Libia e in Siria, le tensioni costanti in Africa e in Eurasia, le crescenti conflittualità di ordine religioso, i poderosi flussi migratori, il collasso delle istituzioni e delle pratiche multilaterali, le trasformazioni tecnologiche, l’internazionalizzazione dei mercati e le tempeste finanziarie: globalizzazione è il termine che compendia tutto ciò. Proviamo a tratteggiare una mappa di questo mondo nuovo. Otterremo un disegno incompleto, ma è possibile riconoscere alcune tendenze di fondo. L’impulso alla frammentazione, innanzitutto: la riscoperta delle identità particolari che si scontra con un orizzonte imperiale.

E in Italia, in termini geopolitici, come siamo messi? Siamo nel solco di Babel o in quello di una chiusura al mondo globalizzato?

Innanzitutto dobbiamo essere consapevoli che una logica meramente protezionista finirebbe per danneggiare drammaticamente un Paese come l’Italia che – attraverso il made in Italy – ha una forte propensione all’esportazione. Inoltre dobbiamo comprendere che nel nostro Paese la stagnazione economica ha assunto una drammatica peculiarità: sta coincidendo con una delle periodiche, lunghe fasi in cui l’Italia si è fermata e ha smesso di confrontarsi col mondo. Può essere utile un parallelismo con un altro fatale regresso che ha colpito l’Italia, quello che ha portato alla fine del Rinascimento. Il Rinascimento – un’originale creazione italiana – fu un fenomeno potentemente innovativo ed espansivo, che impose in tutta Europa stili e tecniche, arte e gusti. Era Venezia con la sua eleganza a dettare la moda (il made in Italy ha queste antiche origini). La stessa Venezia e le altre Repubbliche marinare commerciavano con l’Asia fino alla Mongolia, inventando innovativi mezzi di pagamento, cambiali, assicurazioni dei noli e girate bancarie; Firenze era la Borsa mondiale delle lane di Spagna e d’Inghilterra; Milano esportava metallurgia comune e fine: le armature “milanesi” ageminate facevano furore in tutto il Continente; la Sicilia esportava seta e cotone, allora raro; il velluto fu un’invenzione italiana. L’arte italiana faceva scuola, la cultura umanistica si imponeva come un impero dello spirito. Poi questo straordinario, fiero impulso innovativo si spense. Se ne sono attribuite le cause alla Controriforma, o alla scoperta dell’America che deviò i traffici dall’Oriente a Occidente; ma forse andrebbe notato un fenomeno tutto italiano e assai più decisivo. La classe arricchita dall’industria e dal commercio cessò di industriarsi e di scambiare, aspirando a un altro status: quello di proprietario terriero e di enormi, fastosi palazzi. Lì finivano i soldi guadagnati dai padri imprenditori, a Genova come a Firenze: le ricchezze si solidificavano in palazzi urbani, massicci e ricchi, immobilizzando ingenti capitali, sottraendoli all’industria e al commercio.

Diventati ricchi, gli armatori genovesi compravano terreni agricoli, bloccando in quell’impiego poco produttivo – l’agricoltura in Liguria – i capitali liquidi ereditati. E a provocare questa scelta non fu una retrograda aspirazione all’aristocrazia, una “rifeudalizzazione”, quanto qualcosa di borghesemente peggiore: la voglia di “vivere di rendita”. Quando Colombo presentò il suo progetto a Ferdinando e Isabella, gli armatori genovesi erano più ricchi e potenti di quel piccolo regno fondato dai due re iberici che avevano appena riunito i loro due feudi; in più, i monarchi spagnoli stavano ancora liberando il Paese dai mori, che resistevano a Granada. Eppure, ascoltarono Colombo e gli diedero i mezzi per la sua impresa. I genovesi avevano possibilità superiori, ma rifiutarono il progetto. Quel che mancò non furono i soldi, ma l’ambizione, la sete di scoperta e di primato, e vinse quello stato d’animo ristretto e gretto che Guicciardini esaltò: il particulare. Genova perse il suo destino – governare le rotte occidentali – rifiutando quel suo figlio che pensava troppo e troppo in grande. Finì così: nel ’600, mentre spagnoli e portoghesi, inglesi e olandesi si erano divisi il mondo, Venezia la Serenissima produceva ancora – in arsenali di Stato (nazionalizzati perché fuori mercato) – galee a remi, come quelle dell’antica Roma, con cui arrancava sotto costa nel Mediterraneo, dedita a piccoli commerci con la misera costa dalmata. Ecco la situazione in cui ci troviamo di nuovo, l’Italia non è tanto un Paese “immobile”, quanto “immobiliare”. Non a caso, i nuovi capitani coraggiosi sono palazzinari e immobiliaristi, un settore economico in cui l’accesso non richiede saperi sofisticati; inoltre, quasi in ogni famiglia, la rendita immobiliare integra il reddito calante. Siamo diventati quello che l’economista Geminello Alvi ha definito “un Paese fondato sulle rendite”. Tesi recentemente rilanciata da Ricolfi nel suo la “Società signorile di massa”. Si trascurano i temi fondamentali: l’energia, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, tre elementi strettamente connessi che costituiscono “la spina dorsale” di un Paese industriale. Questi temi, oggetto di confronto quasi esclusivamente nell’imminenza delle consultazioni politiche, ora sono addirittura scomparsi dalla discussione pubblica, sovrastati dall’emergenza di far ripartire un sistema soffocato da una politica prociclica, di austerità che ha peggiorato tutti gli indicatori economici e che ci ha tolto la fiducia nel futuro, accelerando la marcia verso il declino economico e culturale. Le poche proposte concrete si concentrano su provvedimenti di corto respiro, certamente necessari nell’immediato, ma privi della loro efficacia se non accoppiati a strategie volte a restituire competitività nel lungo termine.

Ritiene possibile pronosticare il futuro di quello che lei, utilizzando un’espressione cara alle analisi geopolitiche, ha chiamato di nuovo “nomos della Terra”?

Esso potrà assumere la forma di un vasto mercato planetario, di un’immensa zona di libero scambio, oppure di un mondo in cui i grandi blocchi continentali – nel contempo potenze autonome e crogioli di civiltà – svolgono un ruolo regolatore nei confronti della globalizzazione stessa, preservando così la diversità degli stili di vita e delle culture, vera ricchezza dell’umanità. Sullo sfondo, quella che Norman Podoretz ha definito la “IV guerra mondiale”, iniziata l’11 settembre e tutt’ora in corso: una guerra ibrida, tanto militare quanto economica, finanziaria, tecnologica e culturale. Volendo far nostro un approccio storico, non possiamo non notare come l’epoca della globalizzazione abbracci effettivamente gli ultimi venti anni del XX secolo; coincide essenzialmente con gli anni del post-comunismo, anni in cui si sono spontaneamente sviluppati e imposti alcuni imponenti flussi in precedenza impediti o fortemente condizionati dalle esigenze politiche legate alla Guerra fredda (e che alla fine hanno segnato l’esito di questo titanico confronto). Si tratta soprattutto di flussi informativi (pensiamo alla diffusione di tecnologie – come internet – precedentemente coperte dal segreto militare); di flussi di investimento (il libero trasferimento di attività manifatturiere verso Paesi con basso costo del lavoro, in cui era stato sempre presente il rischio della nazionalizzazione); di flussi di merci (essendo questi stessi Paesi diventati per lo più esportatori di prodotti manifatturati).

Lo stretto collegamento con queste condizioni rende difficile immaginare che questi flussi – che hanno appunto generato la globalizzazione – possano essere duraturi; e queste considerazioni sono supportate anche dall’analisi dell’impatto che essi hanno prodotto e dalle reazioni che hanno innescato, attivando inevitabilmente un meccanismo di feed-back che li sta pesantemente condizionando; in primis l’imporsi dei nuovi populismi. Per comprendere quello che verrà, occorre – come ha affermato il romanziere William Gibson – «Flirtare pericolosamente con le architetture segrete del mondo».

 

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