Bacchettato, Obama prova a ripensare la sua strategia con la stampa
24 Marzo 2009
Sembrava destinato a raccogliere l’eredità di Ronald Reagan, il “grande comunicatore”. Invece per il presidente Obama la luna di miele con i grandi giornali che lo avevano appoggiato in campagna elettorale –New York Times in testa – è già finita. Le firme di punta della stampa Usa non fanno che punzecchiarlo dai temi economici alla politica estera. Domenica scorsa, l’editorialista Frank Rich ha scritto che per il presidente è arrivato il “momento Katrina”, la tragedia che segnò il giro di boa (in negativo) della comunicazione politica di George W. Bush.
Dov’è finita la star, il genio dei media, l’uomo capace di conquistare i cuori dei cinici giornalisti di Washington? Non basta il carisma per imporsi come comunicatore pubblico, tanto più se Vanity Fair inizia a descriverti come un tipo freddo, noioso e permaloso. Così Obama sta modificando la sua strategia mediatica, rivelano quelli di Politico. Vuole scavalcare il “White House press pool” – il gruppo di giornalisti e corrispondenti accreditati che seguono le conferenze stampa e i briefing alla Casa Bianca – per rivolgersi a uno spettro più ampio di commentatori liberal, reporter locali e media etnici.
Ha rilasciato un’intervista all’Ed Schultz Show, un trasmissione radiofonica progressista che si rivolge alla working class e all’America profonda. Nel giro, "Ed" è anche conosciuto come il “Rush Limbaugh di sinistra”. Un’altra incursione è stata quella sulle pagine web dell’Huffington Post, il celebre aggregatore di notizie che fa concorrenza allo storico e conservatore Drudge Report. L’“HuffPo” è stato definito dall’Observer “il più potente blog mondiale” e solo nel 2008 è riuscito a raccogliere qualcosa come 15 milioni di dollari di fondi.
L’intero staff della Casa Bianca sembra muoversi nella stessa direzione: Peter Orszag è andato nelle trasmissioni radiofoniche mattutine per spiegare il piano economico del presidente, Rahm Emanuel ha organizzato una serie di conferenze con i rappresentati della stampa ispanica e afroamericana per non perdere il consenso tra studenti, avvocati e uomini d’affari delle minoranze etniche.
Il presidente ha parlato ai microfoni del "Black Enterprise Magazine", una rivista che si occupa del mondo degli affari afroamericano; a Telemundo, la seconda rete in lingua spagnola che trasmette negli Usa raggiungendo oltre il 90 per cento del pubblico ispanico; all’"Eddie ‘Piolin’ Sotelo", la radio messicana di Los Angeles che, secondo il LA Times, è tra le cento emittenti più potenti della California meridionale. I temi sono stati la lotta al razzismo e alle discriminazioni, la questione dell’immigrazione, i problemi economici e il piano casa.
Il valore aggiunto di Obama, se mai, è la rivoluzione informatica. Siti, blog e tv via cavo negli ultimi anni hanno dato voce alla energica base popolare che ha determinato la vittoria dei democratici. Un fenomeno per molti versi simile a quel framework di intellettuali, giornalisti e semplici militanti che hanno fatto la storia della rivoluzione conservatrice. Obama ha tutto l’interesse di corteggiare e incoraggiare i movimenti democratici che l’hanno fatto eleggere e il braccio di ferro contro l’establishment giornalistico di Washington riecheggia le parole d’ordine della campagna elettorale contro le lobby della capitale.
In un mondo dell’informazione sempre più parcellizzato è necessario comunicare su una vasta gamma di piattaforme. Se l’obiettivo è raggiungere i diversi segmenti del mercato dell’informazione, il vantaggio di Internet e dei nuovi media è proprio quello di poter passare da un’informazione massificata e indistinta ad una sempre più personalizzata e di nicchia. Prendendo in prestito una metafora sportiva il motto è flood the zone, allaga, invadi il campo.
Ma se il presidente parlerà direttamente a ogni singolo americano dallo schermo del pc, e il NYT dovesse perdere di autorevolezza, il concetto stesso di opinione pubblica sparirebbe e resteremmo soli con il grande faccione di Obama. Uno scenario poco rassicurante.
