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Il cavalier serpente

Bacchette o forchette?

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Martedì dieci luglio, Parco della Musica, pomeriggio. Apertura del Japanese Musicfest con mostra di calligrafia giapponese contemporanea, concerto e spuntino sushi dopo i discorsi. Riassumiamo.

La calligrafia: è una bellissima pittura che va letta, da chi ci riesce, naturalmente. Ci dicono che ha anche significati più profondi di quelli esclusivamente decorativi che arrivano a noi. “Non ci sono correzioni. L’autore ripete la sua creazione cinquanta, cento volte finché non ne è soddisfatto. Di queste, una sola è l’opera che verrà mostrata al pubblico”. Per noi è un altro mondo, anche se, nelle lapidi, il latino un po’ ci aveva abituati a una bella presentazione estetica delle lettere dell’alfabeto. Ma le nostre sono troppo poche e semplici in confronto agli ideogrammi. Non c’è lotta. Noi riusciamo al massimo a notare quant’è elegante la codina della Q che si intrufola sotto la R di SPQR.

La musica: ci hanno offerto un concertino di due suonatori di shamisen. Si tratta di strumenti a tre corde con la cassa di pelle, suonati con un grosso plettro. Voce fiacca e piuttosto fessa, estensione limitata. Percorso musicale dell’esecuzione, naturalmente incomprensibile. Nessuna armonia o contrappunto, è ovvio. E allora? Rimane poco. Forse la nostra mancanza di entusiasmo è dovuta a ignoranza, ma francamente crediamo che se fossimo dall’altra parte e qualcuno ci facesse ascoltare Mozart per la prima volta l’effetto sarebbe un po’ diverso.

Il sushi: anche qui, boh. Buono pezzetto di pesce crudo, buono riso colloso, buono alghe, ma tutto sa di soja; e poi quei bastoncini! Pittoreschi, però qualche tempo fa qualcuno ha inventato la forchetta. Non veniteci a raccontare che non è più comoda. Portare il cibo alla bocca è senz’altro un’operazione estetica, ma ci pare proprio che sia anche e soprattutto una faccenda pratica.

Di corsa a San Giovanni in Laterano. C’è il Coro e l’Orchestra di Aquisgrana. Vivaldi, Bach e altri barocchi. Centosettanta musicisti impeccabili, tutti in nero. Davanti a loro, il pubblico; centocinquanta persone, sì e no, scalcinate e visibilmente stanche; naturalmente neanche un italiano. Fuori, sul sagrato si trascina uno dei tanti eventi romani, lettura della mano, birra e fritto misto. Esilarante il pieghevole del concerto, tradotto dal tedesco da qualche sconsiderato sacrestano o addirittura dal computer, costellato di “dirigenti d’orchestra” e di “componisti”, che chiude con una frase di cui non vogliamo privarvi (non ci siamo inventati niente): “Il motivo principale degli esecutori è quello di far godere gli ascoltatori durante le messe e i concerti. Se in questa occasione si riuscirà a trasportare la fede cristiana questo è un effetto ben desiderato”. Cantano e suonano benissimo. L’acustica dell’immensa chiesa amplifica e dà di magico all’orchestra e soprattutto al coro. Loro, un minestrone di ragazzi e vecchi, sono dentro una bolla divina, si vede. Trasportati in paradiso dalla musica. Anche noi siamo in un paradiso di aria condizionata naturale, suggestione sonora, bellezza per gli occhi, anche se di tanto in tanto importune risalite gastriche ci ricordano lo spuntino orientale di pochi minuti fa. In siffatta inappuntabile perfezione non ci è sfuggito un piccolo cedimento del “dirigente d’orchestra” che, prima di rientrare dopo l’applauso, nascosto dietro un pilastro, si arruffava il ciuffo, troppo composto.

Abusivamente seduti nella primissima fila di poltroncine di velluto, di solito riservate ai prelati, inspiegabilmente assenti (non abbiamo visto una tonaca in tutta la basilica), viziati dalla musica, ci siamo dedicati a un esame approfondito del pavimento cosmatesco della chiesa. Labirinti, curve, triangoli composti di migliaia di pezzetti di marmi colorati e pregiatissimi, recuperati in epoca medievale fra le rovine dei monumenti romani. In quei tempi tutto era ridotto in frammenti dai crolli e dagli incendi, e ciò evidentemente ha suggerito questo stile geometrico e pittoresco, e soprattutto basato sul recupero, in un’epoca poverissima, di materiale ricchissimo, ma a pezzi. Elemento di raccordo fra queste geometrie sono dei tondi di marmo bianco, più o meno tutti della stessa misura. E qui ci è venuta l’illuminazione. Quei tondi sono fette di colonna. Siamo sempre in un’epoca povera, senza materiali, senza trasporti, senza utensili. Cosa ci può essere di più fortunato che trovare sotto terra una colonna romana, magari spezzata. Non è più intera, non è riutilizzabile; basta issarla su un cavalletto, tagliarla come un salame e, hoplà, ecco pronto il bellissimo pavimento.

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L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

 

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