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Dopo l'attacco alla chiesa cattolica

Baghdad: da Beirut unanime condanna del mondo religioso, divisi i politici

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All’indomani di un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicata alla Chiesa cattolica in Medio Oriente, la presa di ostaggi e la strage della cattedrale Saydet el-Najat  (Nostra Signora del perpetuo soccorso) di Baghdad sono venute a confermare i peggiori timori di alcuni “Padri” dell’assemblea: la regione è - in parte - ormai inospitale per i cristiani e quelli tra loro che decidono di emigrare, compiono una buona scelta.

All’accaduto, nella sua atrocità, come d’abitudine, le personalità e le forze politiche libanesi hanno reagito con condanne verbali, tanto energiche quanto gratuite.

Le autorità religiose caldee – i caldei cattolici sono i cristiani maggioritari in Iraq – hanno dato prova, loro, di senso pratico. Anticipando una nuova ondata di emigrazione di cristiani in fuga dall’Iraq, una delegazione comprendente il vescovo caldeo degli Stati Uniti, Ibrahim Ibrahim, che sta compiendo un giro nella regione, si è recato prima alla sede patriarcale di Bkerke e poi nelle residenze di Amin Gemayel et Samir Geagea.

La delegazione ha chiesto al patriarca maronita, al presidente Gemayel e a Geagea di intervenire per far sì che i cristiani in fuga dalla trappola iraniana siano ben accolti in Libano e trattati con maggiore umanità. “In questo Paese – ha detto mons. Ibrahim, uscendo da Bkerke – ci sono tra sei e settemila rifugiati iracheni e la loro situazione lascia a desiderare, ma noi contiamo sugli uomini di buona volontà, in Libano, per aiutarli a superare le loro difficoltà e a rendersi autosufficienti”.

Il vescovo, peraltro, ha attribuito la “piena responsabilità” del massacro di Baghdad “al governo iracheno, agli Stati Uniti e all’Onu”. “In nome di quale religione – ha aggiunto – si massacrano i miti della terra?”.

Quanto a  Geagea, il capo delle Forze libanesi, dopo aver ricevuto la delegazione caldea, ha lanciato un appello al governo iracheno, alla Lega araba e al Consiglio di sicurezza, perché ognuno faccia “il suo dovere” nei confronti delle minoranze cristiane irachene “senza difesa”.

Kabalan: “Azione imperialista”

“Non in nome dell’islam”, ha risposto indirettamente il vicepresidente del Consiglio superiore sciita, Abdel Amir Kabalan, il quale ha affermato che la sua religione “condanna ogni attentato o aggressione contro la persona umana”. “In Oriente musulmani e cristiani debbono continuare a vivere da fratelli”, ha detto ancora, esortando poi i cristiani iracheni a “restare legati alla loro terra” e a “non sottomettersi a gente che combatte l’islam e il cristianesimo con strumenti svianti”. A suo parere, in effetti, l’attentato è “un’azione imperialista”.

Da parte sua, il presidente della Camera, Nabih Berri, a sostenuto che « dopo il sinodo (…)  i circoli di dilogo si moltiplicheranno e che l’Oriente dimostrerà, ancora una volta, di essere un modello di coesistenza delle religioni, ma l’attentato è venuto a dimostrare (…) che alcuni sono decisi a distruggere questa immagine civile dei rapporti islamo-cristiani”.

Hezbollah, poi, in un comunicato pubblicato ieri, ha ricordato che questo tipo di attentati “era sconosciuto prima dell’occupazione degli americani, che si sono impegnati a risvegliare e far crescere le suscettibilità confessionali e settarie”. Per il Partito di Dio, l’attentato “porta il marchio evidente e ipocrita del sionismo, perché il progetto sionista ha sempre avuto come obiettivo il frazionamento della regione in entità ostili l’una all’altra, allo scopo di imporre una unica egemonia”.

Riunione di concertazione a Saida

All’esame della situazione irachena sarà dedicata, oggi, la riunione mensile di concertazione che la signora Bahia Hariri tiene a Saida con dignitari religiosi musulmani e cristiani della città.

L’attentato, peraltro, è stato condannato dalle componenti religiose e sociali della comunità siriana in Libano, il partito Kataeb, il Consiglio superiore greco-cattolico.

La sola nota insolita, nel concerto delle proteste è quella del partito dell’Unione siriaca, il cui capo, Ibrahim Mrad, ha invitato i cristiani iracheni ad “armarsi e a difendersi”, nell’attesa che sia trovata una “soluzione realista” al problema. Secondo Mrad, essa consiste nel delimitare “una zona di autonomia riservata ai cristiani” che permetterebbe loro “di restare legati alla loro terra e alla loro storia”.

(Tratto da AsiaNews)

 

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