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Bagnasco e la “normalità” di vivere sotto scorta

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Una decina di anni fa l’allora segretario del Partito democratico della Sinistra, on. D’Alema, assicurava che il governo dei progressisti avrebbe garantito un’Italia “normale”. A distanza di tempo, quanto accade in queste ore a Mons. Bagnasco permette di verificare se e in che misura la sinistra mantiene gli impegni assunti. Il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana non rientra nelle categorie di soggetti normalmente ritenute “a rischio”, tali da rendere necessaria – in presenza di elementi concreti – l’applicazione di un dispositivo di sicurezza. E’ un Pastore di anime che, nell’importante ruolo assunto da pochi giorni, ha ribadito posizioni già espresse dal suo predecessore e dai vescovi italiani in tema di integrità della famiglia e di rischi per la sua ulteriore dissoluzione, derivanti dalle iniziative legislative tese a istituire i pacs/”dico”. Tutto questo è stato sufficiente a causare scritte minacciose nei suoi confronti sulla porta della Cattedrale di Genova (città della quale è Arcivescovo) e in altri luoghi.

Si obietterà: che cosa c’entra la sinistra di governo, che esprime le sue opinioni con note alla stampa e con interviste, con la sinistra di lotta, che esprime le sue opinioni con la vernice, utilizzando come tavolozza le chiese? Nessuno li accomuna, ma è difficile sostenere che fra di esse esistano dei compartimenti a perfetta tenuta stagna. Se si avesse l’abitudine di leggere e di commentare gli interventi pubblici di chiunque, ma soprattutto di chi ha responsabilità di Chiesa, dalla prima all’ultima parola, si eviterebbe, come è accaduto per il lungo e approfondito intervento di Mons. Bagnasco che ha scatenato le polemiche, di sintetizzare in una frase a effetto ragionamenti articolati e complessi. E invece esponenti autorevoli della sinistra, rappresentanti non solo di partiti ma anche di istituzioni, hanno fatto a gara nello stracciarsi le vesti e nel criticare chi – a loro insindacabile avviso – avrebbe messo sullo stesso piano convivenze e pedofilia.

La “normalità” non deriva automaticamente dal fatto che governi uno schieramento invece di un altro: deriva anzitutto – chiunque governi – dal chiamare le cose col loro nome e dal non giocare con le parole e con i concetti. Giocare con le parole, anche nei commenti, può soddisfare i propri afiçionados ideologizzati: ma quando dalle parole si passa alle scritte – e alle scritte sul muro di una Cattedrale – è necessario smetterla di giocare e provare, se ci si riesce, a mostrare un minimo di responsabilità (anch’essa elemento pregiudiziale della “normalità”). Se si ritiene “normale” un paese in cui un vescovo – a detta anche di uomini di governo – non deve aprire bocca se non per dire cose a loro gradite, non deve criticare proposte di legge del governo, anche se hanno effetti devastanti, e se invece ha l’impudenza di farlo è tenuto ad ascoltare in silenzio le critiche più infondate, perché basate su discorsi manipolati e impropriamente sintetizzati, allora è altrettanto “normale” che quel vescovo vada in giro con la scorta, perché ritenuto “a rischio”. “Normale” più o meno quanto equiparare alla famiglia fondata sul matrimonio il riconoscimento pubblico, con effetti pressoché identici, di una convivenza fra persone del medesimo sesso.

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