Ballo e canto sulla nostra barchetta di legno che sembro Britney Spears

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Ballo e canto sulla nostra barchetta di legno che sembro Britney Spears

18 Agosto 2009

Guarda come dondolo, guarda come dondolo… su ‘sta barca! Con le gambe ad angolo, con le gambe ad angolo, ribaltooo ‘sta barca!”

Sono in piedi, ballo e canto sulla nostra (in affitto) barchetta di legno, che neanche Britney Spears.

Mi è sempre piaciuto storpiare le canzoni, lo faccio da sempre, non so come sia iniziato questo vizio. Ora c’è Mario che mi ascolta (e che, a giudicare dal sorrisino tirato e dalla faccia rivolta dall’altra parte, non mi sopporta quasi più) ma spesso mi rendo conto di farlo anche da sola.

E quando dico da sola intendo sola con me stessa, persa nei miei pensieri, magari però circondata da un sacco di gente. Mi è successo in negozio, alla stazione, per strada. Una volta ho canticchiato anche nella sala d’attesa del mio dentista, mentre aspettavo di farmi ricostruire un dente che era partito come cariato, si era aggravato tanto da essersi meritato una devitalizzazione e infine era defunto.

“Mi ritorna il denteeee, bello come me, forse ancor di più… ù ù ù!”

Una signora dell’età di mia nonna aveva alzato gli occhi da una rivista di almeno tre anni prima (ma perché ci sono sempre riviste vecchie dai dentisti?) lanciandomi uno sguardo tra lo sbigottito e lo spaventato. Io, ormai paonazza, non sapendo bene che fare, mi ero messa ad intonare anche il seguito, seppur a voce un pochino più bassa.

“ Una-carie-e-sei-caduto-al-voolooo, un buco ora sei, in tutti i sogni miei. Come ti rivorrei…”

Lei aveva aggrottato un sopracciglio e posando la rivista sul tavolino di vetro mi aveva risposto: “Aspetti quando arriva il contooo! Paparappàpapà!”

La follia a volte è contagiosa.

Mi scrollo di dosso i ricordi e faccio ritorno all’agosto 2009, alla Sicilia e al mio Mario. Ma, prima che io riesca a riprendere pieno contatto con la realtà, il mio Cicciobello mi dà una spinta vigorosa e io mi ritrovo a volare giù dalla barca, per atterrare nel blu.

“Benvenuta a Cala Rossa, Profitterol!” e si tuffa anche lui.

La sensazione del tuffo è bellissima, sembra di volare. Ci ributtiamo entrambi, nel blu dipinto di blu, più e più volte.

L’ultima è quella decisiva: mi metto a posto i capelli bagnati dietro le orecchie, faccio un po’ la figa, poi mi lancio e colpisco in pieno una medusa che si ritrovava a passare da lì.

Il bruciore è incredibile, mi sembra che la coscia sinistra stia prendendo fuoco. Ho le lacrime agli occhi, m’innervosisco e inizio ad insultare Mario.

“Lo sapevo, l’idea della barca è stata tua e guarda cosa mi hai fatto fare! Non ci vengo mai più in barca, io! Non potevamo starcene su una spiaggia? Ti odio, ti odio, ti odio!”

Mario, giustamente basito, mi s’avvicina. Lo allontano e mi metto a piangere.

Ma non a piangiucchiare. Proprio a piangere.

Ci sono momenti, mi rendo conto, in cui nessun uomo può niente contro la furia inconsapevole e feroce di una donna.

Faccio un rapido calcolo mentale, mancano circa cinque giorni all’evento. Ovvero, come insegnano i pubblicitari, al “Mi Devono Arrivare Day”.

Mario è risalito sulla barca, lo seguo e ora che sono calma cerco di rimediare alla scenata di poco prima. Il mio tortellino apre il suo zaino, ne estrae una scatoletta e me l’allunga, imbronciato più di Brontolo dei sette nani. E’ un gel astringente al cloruro d’alluminio, un vero e proprio toccasana per le carezze delle meduse. Mentre me lo spalmo, chiedo scusa, con nonchalance.

Niente.

Che carino che lo ha portato, e certo, l’anno scorso se l’è prese tutte lui le meduse della Sardegna!

“Amore, ci facciamo un giro fino all’isolotto del Preveto? Ci volevi andare così tanto! La gamba non mi brucia quasi più e poi è solo una medusa… passa! Dai, andiamo…”

Sorride speranzoso.

“Davvero ci vuoi andare, amore mio?”

“No”, penso, “per niente.”

“Sì”, rispondo, “più di ogni altra cosa al mondo. Ti amo!”.

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