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Gli errori dell’Onu

Ban Ki-Moon spezzetta il Kosovo e addio Piano Ahtisaari

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La Storia prima o poi presenta il conto. Chi divide Paesi unitari (come la Germania) prima o poi è condannato ad assistere alla caduta dei muri e alla riunificazione. E chi inventa Stati artificiali (come l’Unione Sovietica, la Cecoslovacchia o la Iugoslavia) prima o poi è destinato a vedere la loro disaggregazione. Nel caso della Iugoslavia l’ultimo atto della disgregazione si chiama Kosovo. Strana implosione, quella dell’ex repubblica federativa popolare socialista titina: sembra quasi regolata da una singolare legge matematica per cui i problemi aumentano in maniera esponenziale con il diminuire della latitudine.

Poche difficoltà per la Slovenia, già entrata nella NATO e nell’Unione Europea e già passata addirittura attraverso la storica esperienza della presidenza di turno della UE. Qualche problema in più per la Croazia, che tuttavia ha già un piede nella NATO e vede sempre più vicina anche la membership europea. I problemi aumentano man mano che ci spostiamo verso sud, con una Bosnia sempre divisa fra entità e sottoentità etniche e religiose, con una Serbia in affannoso cammino verso l’Europa, con un Montenegro di fresca e sofferta indipendenza e con una Macedonia che ancora non riesce a far accettare dal suo stizzoso vicino neanche il proprio nome.

 

Ma i problemi del Kosovo superano di gran lunga, per quantità e qualità, tutti gli altri. La comunità internazionale ha fatto di tutto per non risolvere l’enigma kosovaro, ed è riuscita perfettamente nell’intento. La NATO ha bombardato Serbia e Kosovo senza un chiaro mandato dell’ONU, l’OSCE non ha saputo dare risposte concrete a nessuno perché i principi fondamentali cui si ispira (autodeterminazione dei popoli e intangibilità delle frontiere) sono in netta contrapposizione fra di loro, l’Unione Europea non ha saputo parlare con una voce sola delegando ai singoli Paesi membri la facoltà di riconoscere il nuovo Stato e infine l’ONU, incapace di trovare un accordo in ambito Consiglio di Sicurezza, prima ha emanato una risoluzione ambigua (la 1244 che accetta l’integrità territoriale serba ben sapendo che ciò era una promessa impossibile da mantenere) e poi ha amministrato il Kosovo per quasi un decennio senza risolvere nulla. L’Italia, da parte sua, aveva sostenuto una linea ‘all’italiana’: “Siamo per una soluzione condivisa da tutti”, dimenticando che la soluzione condivisa da tutti non poteva esistere. O forse sapendolo benissimo, il che è peggio.

 

Alla fine i Kosovari (o quantomeno la loro stragrande maggioranza albanese) hanno fatto di testa loro ed hanno autoproclamato l’indipendenza a metà febbraio 2008. Ora a seminare ulteriore zizzania e incertezza arriva il “Piano Ban Ki-Moon”, un progetto in sei punti che difficilmente passerà alla storia come il Piano Marshall o altri “piani” più fortunati. Ma ripercorriamo la successione degli avvenimenti più significativi. Nel febbraio del 2007 l’inviato dell’ONU per il Kosovo, il finlandese Marti Ahtisaari, presenta il suo celebre piano secondo cui la missione UNMIK dovrà terminare cedendo tutte le sue prerogative al governo di Pristina. A metà giugno 2008, quattro mesi dopo l’indipendenza, il Kosovo adotta ufficialmente inno nazionale, bandiera e stemma; entra in vigore la costituzione kosovara che prevede – in ossequio al piano Ahtisaari – che il governo di Pristina assuma tutti i poteri di UNMIK, la missione onusiana che però è ancora attiva.

 

Il presidente Fatmir Sejdiu, il primo ministro Hashim Thaci e il presidente del parlamento Jakup Krasniqi sono concordi nell’affermare che la costituzione è valida su tutto il territorio kosovaro, compresa la parte nord, vale a dire quella Kosovska Mitrovica abitata da serbi e che impropriamente viene comunemente chiamata “enclave” (non è circondata da territori albanesi ma a nord è contigua a quelli serbi e pertanto non è un’enclave). Come contromossa, il presidente serbo Boris Tadic e il ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic, definiscono la costituzione kosovara “illegale e foriera di dannose conseguenze”.

 

Quasi contemporaneamente, dal cilindro del segretario generale dell’ONU, il sudcoreano Ban Ki-Moon, esce il piano omonimo, che egli sottopone ai vertici serbi e a quelli kosovari, ma in maniera formalmente asimmetrica. Infatti la lettera indirizzata al presidente serbo, due pagine e mezza, reca la dicitura “A Sua Eccellenza, Signor Boris Tadic, Presidente della Repubblica di Serbia, Belgrado”, mentre quella indirizzata a Pristina, una paginetta e poco più, è per “Sua Eccellenza Signor Fatmir Sejdiu, Pristina”. Non Presidente, quest’ultimo, dunque, ma semplicemente “Signor”, e speriamo che il postino lo conosca.

 

I sei punti in questione – che in parte smentiscono il precedente piano Ahtisaari –  riguardano polizia, tribunali, dogane, trasporti e infrastrutture, confini, patrimonio della chiesa ortodossa serba. Circa la polizia si prevede che quella operante nelle zone serbe faccia capo all’ONU e quella delle aree albanesi alla UE mediante la nuova missione EULEX: due catene di comando separate che fanno presagire una partizione “de facto” del Kosovo su basi etniche. Anche i tribunali nella zone serbe dovrebbero essere “addizionali e locali”, in pratica una sola legge ma due strutture ad interpretarla: una albanese e una serba. In quanto alle dogane si cercherà di costituire un’area doganale unica, mentre sui trasporti e le infrastrutture il segretario generale invita i due contendenti a risolvere la questione nell’ambito del “gruppo di dialogo tecnico bilaterale”, un gruppo in cui nessuno si parla.

 

Sui confini continuerà a vigilare la missione KFOR della NATO (ricordiamo che vi partecipano 1.400 militari italiani) mentre alla locale chiesa ortodossa sarà garantito “il diritto all’obbedienza all’autorità religiosa di Belgrado”, diritto che la locale chiesa ortodossa avrebbe esercitato comunque, con o senza autorizzazione di alcun Palazzo, fosse anche quello di Vetro.

 

Circa la missione EULEX (dei 2.000 funzionari previsti gli italiani saranno circa 200), nasce con le buone intenzioni di assistere e sviluppare il sistema giuridico locale, ancora debole e fragile, ma inizialmente è stata vista con sospetto, almeno da parte di Serbia, Russia e Serbo-kosovari, che chiedevano, piuttosto, la continuazione del mandato di UNMIK, temendo che EULEX stesse cercando di formalizzare l’indipendenza del Kosovo. Da parte di Pristina, invece, la missione europea è stata inizialmente vista di buon occhio in quanto era percepita come un passo avanti e come un elemento di rafforzamento delle relazioni con Bruxelles, fortemente volute (si pensi al fatto che la moneta ufficiale del Kosovo è l’euro, l’inno nazionale si chiama “Europa” e la bandiera nazionale, su sfondo blu, riporta le stelle europee oltre alla sagoma del Kosovo). Ora, invece, la missione europea diretta dal francese Yves de Kermabon è sempre più osteggiata anche dagli albano-kosovari, oltre che dai governi di Albania e Montenegro.

 

I due premier balcanici Milo Djukanovic e Sali Berisha, incontratisi a Tirana a fine novembre, hanno espresso la loro netta contrarietà sia al piano Ban Ki-Moon che al dispiegamento di EULEX sostenendo che “la divisione del Kosovo su basi etniche è un piano sepolto, che porterebbe una serie di reazioni a catena nella regione”. Anche a Pristina migliaia di dimostranti all’inizio di dicembre hanno manifestato contro la missione europea con eloquenti slogan: “No alla partizione”, “Il Kosovo è nostro”, “No EULEX”.

 

I due attori principali, Belgrado e Pristina, sembrano adottare la politica del piagnisteo: a volte conviene, lo fanno anche i bambini furbi con i genitori deboli e accondiscendenti. La Serbia, infatti, sa bene che il Kosovo è perso fin dai tempi di Milosevic, e sa benissimo che un Kosovo parte integrante della Serbia comporterebbe entro vent’anni o poco più, a causa del differente tasso di natalità delle due etnie, una Serbia a maggioranza albanese. Tuttavia la Serbia recrimina ugualmente, per ottenere qualche forma di ricompensa da parte della comunità internazionale, sia essa di carattere territoriale (Repubblica serba di Bosnia?) sia politico-economica (un percorso accelerato verso l’adesione europea?). Anche gli albano-kosovari sanno bene che non potranno mai esercitare completa sovranità sulla parte settentrionale del Kosovo, ma recriminano per analoghi motivi, sia politici che territoriali: se Kosovska Mitrovica venisse aggregata alla Serbia (magari in cambio del riconoscimento dell’indipendenza), perché il Kosovo non dovrebbe ottenere le valli di Presevo, Medvedja e Bunovac, territorialmente serbe ma etnicamente albanesi?

 

Quale soluzione, dunque, per il rebus kosovaro? La parola d’ordine più sensata è: integrazione. Ora che la disintegrazione ha quasi raggiunto la sua apoteosi, è tempo di favorire l’integrazione: solo l’inclusione di tutti gli attori balcanici nelle strutture di sicurezza euroatlantiche (NATO e Unione Europea) potrà rendere ininfluenti le attuali linee divisorie, siano esse politiche o etniche. Il piano Ban Ki-Moon, invece, sembra creare le premesse per due Kosovo: non ne bastava uno?

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18 COMMENTS

  1. Integrazione nel Kosovo:una chimera.
    Ampia , ma dettagliata , la panoramica sul Kosofo attuale offerta da Marizza con questo articolo da brivido….
    Se la situazione è quella descritta( e nulla mi fa pensare il contrario ,data la competenza dell’autore)non c’è da stare molto tranquilli.Gli stati coinvolti in questa complessa diatriba stanno a pochi passi dal nostro territorio e non si intravvede una “mente” capace di sbrogliare i bandoli di questa confusa matassa.Se poi dobbiamo affidare le nostre speranze alla “integrazione” dei popoli coinvolti,stiamo proprio male.Fra le altre cose, non va dimenticata la presenza mussulmana che non ha mai dimostato la benchè minima volontà di volersi integrare.Conclusione:articolo da conservare per capire cosa accadrà in seguito.
    E che Dio ci aiuti.

  2. indipendenza del kossovo
    veramente inquietante, c’è poco da stare tranquilli.
    potrebbe succedere anche in Italia, in un futuro non molto lontano, che qualche regione particolarmente “ricca” (?) di immigrati dichiari la propria indipendenza. con il consenso della Nato.
    saluti. giorgio.

  3. tutto vero, purtroppo
    Tutto drammaticamente vero. E in questo quadro è rilevante notare come il Kosovo sia al centro di traffici internazionali, di droga in primis, nell’ambito dei quali rappresenta una sorta di “hub” molto importante nei Balcani. Banche e stazioni di servizio proliferano letteralmente in un paese dal tasso di disoccupazione che sfiora il 50%, segno evidente di uno sviluppo economico ambiguo, se non sfacciatamente deviato. Ma molto male ha fatto qualcuno ad addossare, in modo piuttosto diretto, la responsabilità di tutto ciò alla NATO ed alla sua KFOR. Ciò è avvenuto in un servizio gionralistico: “La guerra infinita” alcuni mesi fa, andato in onda sulla RAI. Veri i fatti descritti ma disonesto dire che “Tutto avviene sotto il naso dei soldati NATO”. Eh no! i soldati in Kosovo fanno i soldati (con buona pace del nostro ministro della difesa…) e tali competenze erano della polizia di UNMIK e ora della polizia kossovara da essa organizzata. Con i risultati che si sono visti…

  4. Pace o tregua?
    Superfluo dire che l’articolo è fedelissimo nel tracciare le fasi della crisi kossovara, e sopratutto le incoerenze della comunita
    internazionale nel gestire quella crisi. Certo, con questo passo si va verso nuove crisi: diceva il povero Emmanuele Kant: “Ogni pace che continua a portare in se le semi di futuri conflitti, non è piu una pace, ma solo una tregua”. Le cose andavano risolte prima dell’anno 2000, quando a nessuno, neanche a Miloshevic, andava per la mente che un giorno si ritornava a metere in discussione l’indipendenza del Kossovo dalla Serbia, e addirittura l’accordo di Kumanovo, che oggi i Serbi lo vorrebbero decaduto!

  5. L’articolo è ben preparato,
    L’articolo è ben preparato, il Kossovo a tutte le raggioni ad essere un stato indipendente come lo è.
    Chi comenta, invece, dimostra tutta la sua impreparazione o meglio l’ignioranza che incombe nella stragrande maggioranza degli italiani sulla storia. Il popolo kosovaro non è figlia di un immigrazione come non sonno i albanesi e i greci, i unici popoli autoctoni della penisola balcanica. Aprite qualsiasi enciclopedia sperando che vi sia rimasta almeno quella delle elementari, e confrontate quello che vi dicono sulla storia dei balcani e quello che dite voi. Il Kossovo e altre due reggioni della Serbia, buona parte dell’sud di Montenegro, tre reggioni dell’ovest della maqedonia e quasi tuttu l’Epiro dell’sud era abitato da popolazione di etnia albanese. Nel 1913 con la caduta dell impero otomano spezzarono queste reggioni causando nella sola grecia oltre 150 000 profughi e oltre 37 000 morti. Ancora oggi i figli non possono vizitare le tombe dei antenati in Grecia e per i terreni a loro sottrati non se ne parla nemeno nonostante la corte di Strasburgo si sia espressa a favore degli albanesi. Sucesse la stessa cosa con l’Austria dopo il primo conflito mondiale sotraendoli il Sudtirol “l’Alto Adige”, causandoli sotto Mussolini soferenze e umiliazioni immani e con la Germania nel secondo conflitto mondiale. E ovio che doppo tanta soferenza e umiliazione soportata dai kossovari per seccoli ne emerga una situazione alarmante come quella che viviamo. Io non voglio prolungarmi troppo in una predica che crea solo oddio ma secondo voi nessuna nazione o reggione tenuta per anni o seccoli prigioniera della potenza di un altra nazione non meriti di avere la sua lingua scritta, di pensare e perche no di governare la sua gente.

  6. Rispondo a Giorgio
    La situazione è meno preoccupante di quanto possa sembrare, quantomeno all’interno della comunità euroatlantica. L’eventualità di una secessione che interessi il territorio italiano è praticamente ridotta a zero. Questo vale non solo per l’Italia ma per qualunque Paese dell’Unione Europea, grazie proprio a quest’ultima. L’integrazione europea, infatti, ha reso inutili i confini al proprio interno. In quanto alla NATO, non potrà mai dare il consenso all’indipendenza di chicchessia nell’ambito dei propri Paesi membri. La NATO, infatti, siamo noi: una comunità di Stati sovrani e liberi che tende ad esportare stabilità, non ad importare instabilità. E’ proprio per questo che è così elevato il numero dei Paesi che chiedono di entrare nella NATO e nell’UE. Esattamente il contrario di quanto avveniva nel mai troppo disciolto Patto di Varsavia. Da lì si tendeva a uscire, mai ad entrare.

  7. Tutto ciò dimostra quanto
    Tutto ciò dimostra quanto fu criminale il piano attuato dagli U.S.A. con il criminale consenso di alcuni stati europei compreso il governo d’Alema, ossia bombardare Belgrado per punire una assolutamente presunta “pulizia etnica” in Kosovo. Risultato: gente serba, presente in Kosovo da secoli, la loro culla, è stata sradicata coattamente dalle loro terre, tantissime loro antiche chiese distrutte dall’ uck e i poveretti che stoicamente ancora ci abitano vivono nel terrore nascosti dentro le mura di casa. Tutto ciò è follia pura, sono perfettamente d’accordo con i commenti postati dagli amici lettori, se questa gente “figlia” a un ritmo 10 volte superiore di noialtri diciamo europei e/o balcanici cristiano-ortodossi, ben presto ci ritroveremo in inferiorità numerica sul NOSTRO territorio. Dovremmo per questo essere costretti a lasciargli il passo, dargli le nostre terre, regalargli l’indipendenza? Loro che non si sognano nemmeno di integrarsi? NO alle moschee, NO all’integrazione con chi non fa nulla per integrarsi e dimostra solo disprezzo per la nostra civiltà, da loro stessi considerata formata esclusivamente da “cani infedeli” da sterminare!!! Se solo non capiamo la lezione del Kosovo e non agiamo di conmseguenza faremo ben presto la fine dei poveri serbi del Kosovo!S v e g l i a m o c i

  8. integrazione necessaria
    Vorrei ringraziarvi per il articolo. In anzi tutto vorrei aprezzare aspetto realistico del articolo. E dificile esprimere in un articolo cio che e acaduto in questi ultimi 15 anni nei Balcani e in particolar modo in Kosovo, ma io vorrei condividere l’analisi dei fatti e particolarmente il conclusione “L’INTEGRAZIONE”.

  9. Efficaci pennellate per
    Efficaci pennellate per descrivere una situazione sicuramente piú articolata e complessa e di non facile soluzione, e tanto meno di comprensione per chi non segua questo filone dell’attualitá.
    Si, certo, l’integrazione potrebbe rivelarsi un ottimo metodo per `asfissiare` le contrastanti aspirazioni locali e le strumentalizzazioni esterne. Piccolo dettaglio, servono risorse che la comunitá internazionale non ha o non é disposta a contribuire (politiche, economiche oltre che militari) ed una maturitá dei diretti interessati che stenta ad emergere.

  10. A proposito di integrazione
    Concordo pienamente. L’integrazione avviene solamente nel “più grande”. L’esempio di Grecia e Turchia, pur con tutte le problematiche connesse, ha consentito forme di “convivenza” e di “condivisione” altrimenti non raggiungibili. Sono però molto scettico circa la possibilità di una soluzione rapida in tal senso. La Comunità Internazionale e gli “onusiani” in particolare amano le contraddizioni. Quanto definito nelle risoluzioni ONU per la Bosnia e per il Kossovo ne sono la prova tangibile.

  11. Rispondo a Claudio
    Caro Claudio, l’esempio di Grecia e Turchia è illuminante. Una regola non scritta delle relazioni internazionali dice che se ci sono attriti fra due Paesi, è conveniente averli entrambi dentro una certa organizzazione internazionale oppure entrambi fuori. In questo senso la NATO, che ha accolto entrambi i Paesi nel suo ambito fin dagli anni 50, è stata più saggia dell’Europa, che ha accolto la Grecia escludendo, finora, la Turchia. E pensare che la NATO è “solo” un’alleanza, mentre l’Europa si è fregiata dei titoli di Comunità e, in seguito, di Unione. Curiosamente, talvolta la NATO è più comunitaria dell’UE.

  12. una bandiera a 2 colori
    perche non vivere insieme e dimostrare al mondo . che due religioni possono convivere , che differenza c’e se io prego di mattina ‘,e’ loro di sera , o viceversa .fare 2 kossovi ,,perche non fare una bandiera, a due colori , o magari !perche non pregare al digiuno ,

  13. Qualche perplessità
    Capisco il politically correct; perchè però non annovera l’italietta fra le creature artificiali? Mi pare che l’unico esempio vivente/funzionante di integrazione siano gli USA. Si tratta però di integrazione sui generis. Chi veramente conduce il gioco non mi pare che si integri proprio tanto tanto. In ogni caso loro scelgono – bene o male – il buono e il cattivo. Il ritenuto buono lo aiutano, il cattivo prima lo distruggono e solo poi lo aiutano. Noi scegliamo sempre di mediare; e, vergognosamente, anche fra il nostro alleato e il nemico.

  14. Rispondo a Franz
    E’ pur vero che anche l’Italia è una creatura artificiale, ma l’attuale livello di integrazione interna (fra Nord e Sud) ed esterna (con gli altri Paesi dell’Unione Europea) è stato raggiunto a tempo di record, soprattutto se consideriamo il paragone con gli USA. L’abolizione della segregazione razziale nelle forze armate americane avvenne solo nel 1948. Nel 1955 Rosa Parks, una donna nera, osò salire su un autobus per bianchi a Montgomery in Alabama e fu arrestata. La segregazione razziale nelle scuole fu dichiarata incostituzionale solo nel 1954, ma soltanto sulla carta, perché tre anni dopo il presidente Eisenhower dovette mandare mille soldati a Little Rock in Arkansas per consentire a nove studenti neri di entrare a scuola. E il primo studente nero entrò in un’università americana solo nel 1962, e non da solo ma accompagnato da trecento poliziotti, mentre veniva accolto a sputi e con un lancio di pietre da parte degli studenti bianchi. E per esercitare il diritto di voto per la prima volta i neri dovettero aspettare il 1968, ossia 192 anni dopo l’adozione della costituzione americana.
    Quindi: non buttiamoci troppo giù…

  15. Leggendo alcuni commenti,
    Leggendo alcuni commenti, che immagino provengano da “diretti interessati”, si comprende ancora meglio il perchè i Balcani..sono i Balcani. In questo particolare frangente è pressochè inutile cercare nella storia, torti, ragioni, nè tantomeno soluzioni. E’ infatti l’impressionante memoria storica delle genti balcaniche una delle ragioni di tutto ciò che è accaduto. Basti pensare al famoso discorso del 28 giugno 1989 di un certo Slobodan Milosevic a Kosovo Polje. E tutto ebbe inizio. Inutile tirare fuori motivazioni pro-albanesi, perchè i filoserbi ne possono tirare fuori altre risalenti al XIII° secolo, in un infinito e sterile batti e ribatti. Certo è anche uno sforzo culturale che deve essere fatto e non è facile superare eventi luttuosi da cui ci separa solo poco meno di un decennio. Ma gli stessi protagonisti sul posto devono definitivamente assimilare il fatto che è imperativo travalicare tutti i condizionamenti di un pesantissimo passato. Anche in questo sta la grande sfida. Altrimenti ogni INTEGRAZIONE verrà sempre e comunque “balcanicamente”, prima ufficialmente accettata e poi subito dopo sabotata e svuotata.

  16. Pensandoci bene, forse
    Pensandoci bene, forse davvero spingere l’acceleratore su un integrazione sovranazionle può adire a qualche soluzione. Anche e soprattutto considerando un tasselo affatto trascurabile del mosaico: cioè le…forze armate del neonato quasi-stato del Kosovo, che i Kosovari reclamano. Ora infatti c’è una nuova entità, nata dall’ex UCK/ex TMK, che dovrà essere somigliante in qualche modo ad un corpo militare, mentre il precedente TMK era volutamente presentato più come una sorta di protezione civile. Altre questioni spinose sul tappeto: La NATO, per mezzo della KFOR, fornirà addestramento e mezzi/equipaggiamenti? se si (come parrebbe..) in che termini? come reagirà la Serbia? come si garantirà il controllo effettivo di uno strumento militare in mano alla maggioranza albanese? Piove davvero sul bagnato….

  17. il giardino di casa
    In merito al piano di Ban-Ki-Moon e al Kosovo e, più in particolare, alle eventuali ricompense, al do ut des, non le sembra che, agli inizi del ventunesimo secolo la tendenza dei popoli sia quasi più tesa alla frammentazione, alla rivendicazione di piccoli spazi d’autonomia e indipendenza, piuttosto che alla collaborazione, alla convivenza? Non mi riferisco solo al Kosovo, è ovvio. Però è molto triste che le energie e le competenze di tanti individui siano ancora oggi incanalate in tal senso, piuttosto che a un mondo decente per tutti. Troppe persone hanno ancora la mentalità da “questo è il mio giardino, guai a chi pesta l’erba”…

  18. Rispondo a Patrizia
    Proprio così: la tendenza alla frammentazione esiste, ma a metterla in pratica sono più le leadership che le popolazioni. A quest’ultime interessa solo vivere bene e possibilmente migliorare la qualità della vita, mentre alle dirigenze interessa il mantenimento dei vecchi privilegi e la creazione di nuovi. L’unico rimedio alla frammentazione (soprattutto quella balcanica) è l’integrazione nelle strutture euroatlantiche (NATO e Unione Europea) ma prima, purtroppo, bisognerà portare a termine quel fenomeno perverso iniziato a Westfalia che ha originato gli Stati nazionali e che ha visto il suo punto più basso nella prima guerra mondiale con l’abolizione degli Imperi sovranazionali e l’istituzione di uno staterello per ciascuna nazionalità, con tutto quel che ne è seguito (migrazioni forzate e pulizie etniche). L’ex Iugoslavia è un esempio lampante: non si può far convivere in uno stesso Stato chi non ne ha la minima intenzione. Quindi facilitiamo pure la tendenza (perversa finchè si vuole ma inevitabile) a creare entità omogenee, dopodiché quelle entità dovranno essere ammesse una a una in Europa. E solo allora i confini diventeranno ininfluenti, come lo è oggi quello fra Italia e Austria o fra Italia e Slovenia

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