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Banche: riforma dirigista ma c’è l’uscita di sicurezza

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Obolenski (primo presidente, nel 1917, del Consiglio superiore dell’economia nazionale dell’Unione Sovietica) non avrebbe osato chiedere di più. Poco meno di 400 banche ricondotte, con un colpo di bacchetta magica, all’interno di un unico gruppo bancario. Legate alla capogruppo (e dunque fra loro) da un “contratto di coesione” tale da trasferire nella capogruppo i poteri di indirizzo strategico, la direzione ed il coordinamento dei singoli istituti nonché poteri di veto circa la nomina degli amministratori.

 

Responsabili in solido delle obbligazioni assunte dalla capogruppo e dalle singole banche aderenti al gruppo. Private, in caso contrario, del patrimonio e dunque poste di fronte ad una proposta che – come direbbe qualcuno – non si può rifiutare: aderire al gruppo bancario unico. Senza condizioni. O sparire. L’ipotesi di autoriforma del sistema del credito cooperativo elaborata dalla principale organizzazione di categoria rappresentava, indubbiamente, un esempio di pianificazione dall’alto come pochi si erano visti e ancor meno sperimentati.

 

Sia chiaro, che il sistema del credito cooperativo avesse assoluta necessità di un processo di consolidamento è fuori discussione. Che le posizioni al suo interno meno solide andassero messe in sicurezza è altrettanto indubbio. E infine, che il tutto dovesse portare alla nascita di un numero molto ristretto di gruppi bancari era inevitabile, ma della proposta di autoriforma dell’organizzazione di rappresentanza di molte (ma – è bene non dimenticarlo - non tutte) Bcc, colpisce la natura dirigistica a 24 carati. Come pure scelta di mettere le mutande al mondo purchessia (nonostante che il mondo manifesti da sempre la sua tendenziale insofferenza per questo tipo di soluzione), e l’indifferenza nei confronti della libertà di impresa (ancora tutelata – fino a prova contraria – costituzionalmente).

 

Esattamente per questi motivi non si può non apprezzare, in questo caso, la scelta del governo di promuovere con decisione un processo di consolidamento del sistema delle Bcc, attraverso la costituzione di un unico gruppo bancario di comparto, ma al tempo stesso di lasciare una via d’uscita a quegli istituti di credito convinti di avere la storia, la forza, la capacità, l’organizzazione e le idee per poter rimanere autonomamente nel mercato (essendo, naturalmente, in grado di dimostrarlo all’Autorità di vigilanza). Certo, un supplemento di comunicazione avrebbe evitato alcune inutili polemiche. Avrebbe chiarito, ad esempio, che le Bcc che stanno valutando l’ipotesi di way out non intendono mettere in discussione il loro radicamento nel mondo cooperativo.

 

Avrebbe spiegato, per fare un secondo esempio, che è corretto ipotizzare anche in questo caso che si tratti di una via d’uscita onerosa: se si sceglie una strada diversa, è corretto restituire le imposte non versate in ragione del favor fiscale da sempre riservato al sistema cooperativo. La concorrenza presuppone, come dicono gli anglosassoni, un level playing field. Ma quelle banche che opteranno per un scelta di autonomia non avranno, con ogni probabilità, motivo di pentirsene. Saremmo pronti a scommettere che, volendo, potranno trovare sul mercato le risorse per pagare l’imposta sostitutiva prevista dal decreto varato solo qualche giorno fa. Non c’è nulla, infatti, che crei valore come la libertà.
 

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