Bashar al-Assad, il medico riformatore improvvisatosi despota sanguinario

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Bashar al-Assad, il medico riformatore improvvisatosi despota sanguinario

08 Luglio 2011

A volta la vita non va esattamente come ci si sarebbe immaginati. Oggi Bashar Assad è da tutti conosciuto come il dittatore siriano la cui racapricciante repressione contro i manifestanti ha preso la vita di centinaia di civili. Ma, val la pena ricordarlo, durante il suo periodo londinese, nei primi anni novanta, sarebbe stato difficile capire cosa covava in cuor suo il giovane medico tirocinante. A quel tempo Assad era considerato un uomo piuttosto timido, studioso e colto, non privo di un particolare fascino. 

A quel tempo Assad sembrava destinato a trascorrere la sua vita in un reparto di oculistica in un rinomato ospedale, molto distante dalla politica. Suo padre, il presidente siriano Hafez Assad, aveva scelto il figlio maggiore Bassel quale successore alla presidenza. Ma quando l’erede prescelto morì nel 1994 in un incidente d’auto, la vita precedente di Bashar Assad, come si dice, era diventata storia. Bashar fu richiamato a Damasco, dove con molta fretta fu istruito alla gestione dello Stato dal padre sofferente.

Quando nel 2000, dopo la morte di suo padre, Bashar Assad assunse il potere, tento’ di intraprendere una serie di riforme tanto economiche che politiche. Nei circoli diplomatici europei questa successione trovò consensi, ritenendosi allora che un outsider della politica come lui avrebbe finalmente guidato la Siria fuori dal dogma baathista che aveva segnato il governo del padre. Benché il giudizio degli americani fosse all’epoca più sobrio, l’amministrazione Bush jr del primo mandato andò dietro al branco europeo.

Centrale nel programma di riforme di Assad fu la liberalizzazione dell’economia siriana. I cartelli che i sostenitori di suo padre avevano messo in campo per controllare settori strategici dell’economia furono eliminati e sostituiti con strutture più competitive. Damasco promise l’inaugurazione di una nuova era di diritti umani e s’impegnò perché alcune forme di opposizione al partito al potere si potessero organizzare. Il governo di Assad allentò i suoi legami con l’Iran e incominciò a meditare su possibili relazioni commerciali e politiche con l’America.

Una risoluzione del conflitto tra Israele e Siria avrebbe potuto costituire un catalizzatore per queste riforme. La tregua con Israele avrebbe potuto significare la fine del più ampio conflitto arabo-israeliano, e con ciò Assad avrebbe potuto trasformare la mappa politico-economica di tutto il Medio Oriente. Tuttavia capì velocemente che non egli non era forte a sufficienza per fare pace con Israele e sopravvivere economicamente.

Per decenni il regime di suo padre aveva giustificato l’alta spesa siriana in difesa – a cui facevano il paio le scarse risorse allocate in assistenza sanitaria – come necessaria per proteggersi contro Israele. In realtà Damasco spese così tanto in difesa per ragioni di politica interna: innanzitutto per acquistare la lealtà delle proprie forze armate e per mantenere il regime al potere. Eliminare la minaccia esterna di Israele avrebbe significato eliminare la giustificazione di questo sistema.

Per queste ragioni Assad, e come lui suo padre, pretese che un qualsiasi accordo di pace con Israele fosse accompagnato da un contingente di armi o da qualsiasi altro aiuto economico dall’esterno volto a mantenere la potenza del suo regime. Gli americani rifiutarono e di riflesso l’interesse di Assad a un processo di pace scemò drasticamente. Assad iniziò a guardare verso Est, scoprendo che la Russia di Vladimir Putin sarebbe stata più che felice di svendere a basso costo ingenti quantita di armi alla Siria, pur di poter esercitare una qualche influenza politica su quel paese.

Quando le cose iniziarono ad andare male sotto il profilo economico e in politica interna, Assad inasprì la sua retorica contro Israele e si adoperò per stringere in profondità i suoi legami con l’Iran e Hezbollah. Si sentì improvvisamente coinvolto emotivamente nel triste destino dei palestinesi e iniziò a porre la risoluzione del conflitto palestinese quale condizione per il raggiungimento di un qualsiasi accordo di pace con Israele. Nel frattempo inizio’ a corteggiare l’idea di un programma nucleare per contrastare la potenza israeliana, al solo scopo di provocare Israele, obbligandolo a bombardare il suo reattore.

Tutto ciò ci porta alla domanda delle domande ovvero cosa abbia trasformato il tranquillo dottore nell’ennesimo despota mediorientale. La prima spiegazione sta nel fatto che l’opposizione siriana nella quale Assad si è imbattuto, si è rivelata molto più robusta di quanto egli non si aspettasse. Significative in quest’ottica, sono le continue battaglie interne della stessa famiglia Assad per controllare settori strategici dell’esercito siriano. E si dice pure che sulle sue riforme economiche sia stato posto il veto proprio dagli alleati interni della famiglia che gli avevano promesso il loro sostegno.

Tutto ciò però non spiega l’apparente cambiamento politico di Assad. Il vecchio adagio secondo cui il potere corrompe potrebbe essere pertinente in questo caso, ma non spiega interamente l’ampiezza della sua trasformazione.

Forse Assad semplicemente non capisce la portata di quel che sta facendo. Assad si è aggrappato al potere, lasciato solo anche dai suoi stessi sostenitori, e questo soltanto perché ritienere che non vi siano alternative. Il recente incontro tra il vice presidente siriano Farouk al Sharaa e alcuni rappresentanti dell’opposizione moderata si è rivelato improduttivo, ma ha dimostrato quanto Assad sia distante dalla realtà politica della sua Siria e del mondo arabo.

Con l’aggravarsi della situazione in Siria, ci si domanda quante volte Assad abbia maledetto suo fratello maggiore e quella sua guida spericolata nella nebbia che una notte lo ha portato alla morte nei pressi dell’aeroporto di Damasco. Se suo fratello non fosse morto, Bashar Assad oggi starebbe assaporando una più placida estate immerso in qualche congresso internazionale di medicina.

Invece Assad è ormai perso, privo di speranza, incapace di dar fiducia a chicchessia, compresa la sua stessa famiglia. Tale è il suo stato di pariah che – con ogni probabilità – tenterà di fuggire, magari per tutta la vita, dalla giustizia siriana e internazionale che lo perseguirà per la brutale repressione messa in atto contro l’opposizione. La tragedia siriana ha oramai raggiunto proporzioni shakespiriane. Troppo pure per il timido dottore Assad. Figurarsi per il popolo siriano.

Neill Lochery è direttore del Centro degli Studi su Israele al University College of London

Tratto dal Wall Street Journal

Traduzione di Alice Casana e Edoardo Ferrazzani