Bashir invoca un fronte contro il “neocolonialismo” dell’Occidente

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Bashir invoca un fronte contro il “neocolonialismo” dell’Occidente

05 Marzo 2009

All’indomani della decisione della Corte internazionale di Giustizia di emanare un mandato di arresto internazionale nei suoi confronti per crimini di guerra, il presidente sudanese Omar al-Bashir ha parlato durante un comizio tenuto a Khartoum durante una manifestazione in suo sostegno.

Tra le altre cose, ha detto di essere accusato "dalle stesse persone che hanno fatto una guerra Vietnam, che hanno lanciato bombe atomiche in Giappone e che sostengono Israele". "Colgo l’occasione per salutare i mujahidin degli Hezbollah libanesi", ha aggiunto affermando che "i veri criminali e si trovano in Europa e negli Stati Uniti. I Paesi che parlano di diritti umani sono i primi a violarli".

Secondo Bashir ci sarebbe una connessione tra i negoziati di pace in Darfur e gli Stati Uniti: "Ogni volta che c’è un progresso, il congresso Usa adotta decisioni contro il governo sudanese, riarma i ribelli e invia loro il messaggio che non c’è posto per la pace".

Il presidente sudanese ha poi accusato i Paesi occidentali di aver tentato senza successo di applicare sanzioni contro il Sudan, prima della decisione di emettere un mandato di cattura nei suoi confronti per le stragi nel Darfur. "I nostri nemici hanno prima tentato di attaccarci con un embargo economico e politico – ha dichiarato Bashir – e ora arrivano con questo nuovo attacco. Vogliono avere il nostro gas e il nostro petrolio".

Rivolgendosi ai "popoli dell’Asia, dell’Africa, del mondo arabo e dell’Europa", Bashir ha poi chiesto "la formazione di un grande fronte dei popoli liberi contro il neocolonialismo e l’egemonia straniera". "I Paesi che fingono di proteggere i diritti dell’uomo – ha incalzato ancora il presidente sudanese – sono i primi a violarli", e ha quindi salutato "la resistenza in Libano e a Gaza", con riferimento alle attività degli Hezbollah libanesi ed ai movimenti palestinesi come Hamas.

Prima di concludere il suo discorso, durato circa un’ora, Bashir ha messo in guardia "le organizzazioni che sono in Sudan dal commettere qualsiasi atto che possa destabilizzare il Paese". Il riferimento è a quelle organizzazioni internazionali che si trovano a operare sul territorio sudanese. Infatti, nei giorni scorsi dieci Ong sono state espulse dal paese. Secondo il presidente Bashir "avevano agito contro il Sudan. Ci sono molte parti che hanno approfittato della guerra in Darfur. Due miliardi di dollari sono stati spesi per le organizzazioni internazionali sul posto, che hanno perciò interesse a tenere in piedi il conflitto".

Al Bashir è accusato di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità per la repressione della rivolta nella regione del Darfur, dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise dalle milizie filo-governative.

Le reazioni della comunità internazionale sono state tante e diverse. La Cina, che è il principale acquirente del petrolio sudanese e mantiene relazioni amichevoli col Governo di Karthoum, si è detta "dispiaciuta e preoccupata" per la decisione della Corte internazionale di Giustizia, augurandosi che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu chieda al Tribunale Internazionale di sospendere il processo. Lo ha affermato il ministero degli Esteri di Pechino in una nota pubblicata sul suo sito web.

Nella giornata di ieri era arrivato anche il disappunto del governo russo. Mosca ha criticato con queste parole il mandato di arresto nei confronti di Bashir: "Certamente – ha detto il rappresentante speciale del presidente russo per il Sudan Mikhail Margelov – i responsabili di crimini di guerra e di genocidio in Sudan devono subire la giusta punizione, indipendentemente dal loro incarico. Tuttavia non capisco il criterio seguito dalla giustizia dell’Aja. Perchè incriminare solo il presidente el Bashir mentre si lasciano impuniti i rappresentanti delle formazioni ribelli. Forse le parti in conflitto in Sudan non sono sullo stesso piano?". Secondo il rappresentante del Cremlino, la decisione dela Corte dell’Aja può destabilizzare la situazione nel paese africano.

Nel frattempo il consigliere del presidente sudanese, Mustafa Ismayl Uthman, lancia un appello a unirsicontro la decisione del Tribunale Internazionale: "La prima cosa di cui abbiamo bisogno ora è la riconciliazione nazionale", ha spiegato. Il popolo sudanese deve manifestare le proprie obiezioni nei confronti di questa forma di neocolonialismo e dobbiamo aumentare il livello di coesione tra i cittadini". "Ringraziando Allah non abbiamo bisogno di molto per raggiungere questo obiettivo perchè il popolo sudanese, da quando ha avuto notizia della decisione della Corte internazionale, ha dimostrato di volersi unire come un solo uomo contro di essa", ha concluso Uthman.

Dichiarazioni di solidarietà giungono anche dalla Lega Araba che si dice "profondamente preoccupata": "Sosteniamo il corso della giustizia – ha affermato il segretario generale della Lega, Amr Moussa – ma temiamo per la stabilità del Darfur". Preoccupazioni giungono anche dall’Unione Africana: "La ricerca della giustizia dovrebbe essere perseguita in modo da non ostacolare o mettere a repentaglio la promozione della pace". In una nota, il presidente della Commissione dell’Unione africana, Jean Ping, si dice molto preoccupato per le "conseguenze" della decisione della Corte penale internazionale, che "arriva in un momento critico del processo di promozione di una pace duratura, di riconciliazione e di governance democratica in Sudan".

Anche dagli Stati Uniti giunge l’appello alla moderazione. Se da un lato il segretario di Stato Hillary Clinton ha espresso la sua approvazione per la decisione della Corte affermando che "Bashir potrà difendersi davanti al Tribunale", dall’altro il portavoce del Dipartimento americano Gordon Duguid ha esortato "il governo del Sudan, i gruppi ribelli armati e le altre parti in causa a esercitare la moderazione in risposta a questi sviluppi e a garantire la sicurezza delle vulnerabili popolazioni sudanesi, dei civili stranieri e dei peacekeeper in campo".