Redditività e stabilità tra mercati e regolatori

Bassa redditività degli istituti di credito? Razionalizzare i costi non è l’unica soluzione

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Da un po’ di tempo a questa parte una delle preoccupazioni principali che richiama l’attenzione delle banche centrali è quella riguardante la bassa redditività degli istituti di credito e, di conseguenza, la difficoltà nel trovare investitori che possano contribuire al rafforzamento del loro capitale. Ovviamente una, se non quella più immediata, delle soluzioni richieste per far fronte a questa problematica è quella del contenimento e della razionalizzazione dei costi. Questo approccio non è però affatto risolutivo, come riportato dal mensile “The Banker” del Financial Times. Tanto più nell’attuale fase di ascesa del Fintech in quanto richiede un profondo cambiamento culturale all’interno delle stesse banche che, ancora adesso, sono alla ricerca della strada giusta per incorporare al meglio gli strumenti e le innovazioni sviluppati grazie al continuo progresso della tecnologia digitale, al fine di aumentare le possibilità di usufruire di un numero sempre più ampio di servizi da parte di una platea giustamente più esigente di clienti, e che si ritrovano a gestire situazioni di tasso creditore nullo se non addirittura negativo. Come, poi, sottolineato recentemente da un report dell’agenzia tedesca Scope Ratings, in futuro, sarà sempre più difficile continuare a seguire la strada del contenimento dei costi. Il problema torna così al punto di partenza per quanto riguarda la bassa redditività. Il report pone la domanda se, forse, questa attenzione alla redditività delle banche non sia eccessiva e non abbia condizionato, all’interno dell’unione bancaria europea e con la Banca Centrale Europea dedita alla ricerca di una maggiore stabilità per tutto il sistema, la formazione di processi di fusione tra banche che, oltre al contenimento dei costi, ha determinano una diminuzione del numero delle banche e un aumento della loro dimensione media. E’ opportuno, allora, rimarcare come, su una questione che resta centrale per le banche europee, e non solo nella fase attuale, la domanda da porre sia un’altra, ossia quali sono le cause che hanno determinato valori così bassi della redditività prima di pensare ai rimedi necessari. Il contesto economico dal 2008, salvo rari momenti, è stato molto complesso: politica monetaria fortemente espansiva con un tasso di riferimento su valori pressoché nulli e con conseguenti margini molto bassi; introduzione delle riforme promosse dal Comitato di Basilea per rafforzare la regolamentazione e la vigilanza degli istituti di credito orientate verso un approccio sempre più prudenziale, ma sbilanciate nei confronti di un modello di banca più finanziario. In questo contesto, le banche più votate all’intermediazione hanno dovuto affrontare difficoltà crescenti per conciliare l’operatività bancaria con il raggiungimento di un utile soddisfacente e le difficoltà maggiori hanno interessato proprio quegli istituti di credito che, in questi anni, si sono maggiormente adoperati per supportare l’economia reale durante la recessione. Sarebbe, dunque, più opportuno evidenziare come il primo errore di valutazione sia stato a monte, ossia quando alcune banche, in particolare quelle maggiormente dedite ad attività finanziarie e tra le più importanti a livello globale per dimensioni, prima della crisi, mostravano nei loro bilanci di fine anno un livello estremamente elevato degli utili, frutto di operazioni che però tendevano ad essere esclusivamente speculative e molto pericolose per la stabilità di tutto il sistema. Forse, oggi, per gli stessi investitori sarebbe più tranquillizzante e più produttivo sapere di poter contribuire al capitale di una banca che non si pone in modo aggressivo e spregiudicato sul mercato assumendo rischi pericolosi ma che contribuisce alla ripresa dell’economia e dell’attività produttiva. Proprio imparando dagli errori e dagli eccessi del passato è possibile quindi lavorare per favorire lo sviluppo di un sistema in cui possano coesistere banche diverse focalizzate su mercati e business differenti, dove la stabilità patrimoniale rappresenti un valore aggiunto per gli investitori e possa favorire le economie e i territori. Solo attraverso norme idonee che, valorizzando la solidità patrimoniale degli istituti e favorendo la loro tradizionale opera di intermediazione creditizia, siano in grado di favorire l’apporto di ulteriori capitali, sarà possibile, per le banche, continuare a fornire supporto alla crescita economica e all’inclusione ed evitare i rischi connessi ad operazioni finanziarie “strutturate” troppo rischiose che hanno portato agli eccessi degli anni precedenti la crisi.   *Segretario Generale, Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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