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Bayrou, il terzo uomo per una terza via?

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Da alcune settimane, François Bayrou (www.bayrou.fr), il candidato dell'Union pour la Démocratie Française (UDF www.udf.org), si sta confermando come outsider della campagna elettorale. Tra la spinta a destra di Sarkozy, sulle tracce dell'elettorato di Le Pen, e quella a sinistra della socialista Royal, in seguito al suo crollo nei sondaggi, la strategia centrista di Bayrou comincia a portare i suoi frutti. Critico in particolare nei confronti dell'UMP, la cui vocazione era la riunione della destra e del centro in un unico contenitore politico, Bayrou ha portato il suo partito, anche grazie alla campagna per ora disastrosa della candidata socialista, a recitare, meglio di lei, il ruolo di baluardo antisarkosiano. Tre i leitmotiv del suo progetto, che si richiama ai principi della cultura repubblicana francese : l'"unione nazionale", il "social-liberalismo" e l'"Europa dei due cerchi".

Riallacciandosi alla tradizione dei fondatori dell'UDF, l'"unione nazionale" di Bayrou risulta innanzitutto dalla situazione politica di bipolarismo del sistema politico francese. Da tempo, il presidente dell'UDF denuncia lo "scontro assurdo" e l'"antagonismo sterile" tra i due principali partiti francesi. Trova nell'esempio tedesco la presunta prova della validità e del successo di tale strategia. Non parla più, invece, di quello italiano, che evocava ancora qualche settimana fa! Non accenna neppure all'esperienza del partito democratico europeo, che creò insieme a Rutelli nel 2004 all'indomani delle elezioni europee per contrastare l'evoluzione euroscettica del PPE, ma che difficilmente trova una posizione comune nei grandi dibattiti del parlamento europeo.

Con un discorso dai toni spesso populistici e dai riferimenti vari, il progetto di Bayrou mira alla riforma di un sistema politico considerato "assolutistico" per rendere l'iniziativa al "Terzo Stato". Denuncia la "degradazione della vita politica francese" e fustiga i due principali partiti politici. L'"unione" darebbe invece a tutti i francesi "la certezza che saranno poste le vere domande e che vi saranno date risposte non partitiche". In questa linea, a differenza di Sarkozy, richiama il principio di un presidente arbitro e risparmia a Chirac le sue critiche, riconoscendogli il suo ruolo di "rassembleur". Proprio alla parola gollista del "rassemblement" egli fa riferimento quando parla del suo ipotetico governo, alla testa del quale vedrebbe volentieri un primo ministro di sinistra, "un Delors più giovane". Sulla scia di una vittoria, in seguito, tale governo avrebbe un effetto di trascinamento alle elezioni legislative successive dei candidati della "maggioranza presidenziale", i quali si ritroverebbero in seno ad una formazione che va di moda sul continente: un "grande partito democratico". Cosa succederebbe se Bayrou non vincesse, non è dato sapere... ma il 17% delle intenzioni di voto che gli attribuiscono diversi sondaggi d'opinione gli darebbe un vero potere contrattuale per il secondo turno.

Al repubblicanesimo inteso come motto dello Stato "rassembleur", imparziale e leale, è affiancato il repubblicanesimo come modello di società . Contro la "società dura", liberista di Sarkozy, e un modello, meno definito, ma che lascia un posto preponderante allo Stato nel progetto socialista, Bayrou difende con ardore la salvaguarda del cosiddetto "modello sociale francese", in seno ad una politica più generalmente "social-liberale", ossia una politica che dovrebbe coniugare progresso sociale, attraverso un "nuovo contratto sociale e repubblicano", e liberalismo imprenditoriale.

Sul versante europeo, egli difende l'idea di un Europa "a due cerchi": "un'Europa giuridica e un'Europa politica". La prima, ampia, fondata sulle regole del commercio e del diritto e che potrebbe ancora allargarsi ad esempio ai paesi del Mediterraneo o all'Ucraina; la seconda, ristretta ai paesi fondatori e della zona euro, nella quale i paesi accettano di agire insieme sui grandi argomenti sull'avvenire del pianeta.

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