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Belardinelli: “La riforma premia il merito e apre gli atenei ai territori”

"Non credo sia uno stravolgimento epocale e nemmeno quella rivoluzione così devastante paventata da chi protesta". Fedele al titolo che ha scelto per l’appello lanciato ai colleghi professori (“Difendiamo l’università dalla demagogia”) e che, in pochi giorni, ha superato le 400 adesioni a favore dell’approvazione del ddl, Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, riconosce i meriti del ddl Gelmini, ma è prudente sui reali effetti della riforma.

Quali sono gli aspetti più significativi del disegno di legge?

Sicuramente l’aver rimesso al centro il merito e l’aver legato i finanziamenti pubblici alla qualità della didattica e della ricerca. Importante è anche la drastica riduzione dei corsi di laurea che, in questi ultimi anni, sono proliferati in maniera persino scandalosa. Inoltre, mi pare significativo prevedere l’ingresso di figure esterne al mondo accademico nei consigli di amministrazione, favorendo così il collegamento delle università con i territori di riferimento.

Qual è, invece, il limite di questa riforma?

Fra i tanti problemi che il ddl punta a risolvere, ce n’è uno che, invece, non sarà nemmeno scalfito. Mi riferisco alla drastica mancanza di risorse: l’università ha bisogno di finanziamenti. In Italia investiamo un quarto di quanto fanno i nostri partner europei e, questa carenza di risorse, ci impedisce di essere attrattivi per i ricercatori e i professori stranieri che, eventualmente, volessero venire qui a lavorare.

Perché, secondo lei, questo problema si trascina da così tanto tempo?

Perché scontiamo un deficit culturale che non considera l’educazione centrale per la crescita di un Paese moderno. In questo senso, il ministro Gelmini ha avuto il grande merito di rimettere al centro del dibattito pubblico la necessità di avere una scuola di qualità davvero meritocratica. Certo, se poi le risorse continuassero a non arrivare le cose non potranno che peggiorare.

Cosa fanno all’estero per risolvere questo problema?

In gioventù sono stato borsista di fondazioni tedesche in Germania. Esistono istituzioni del genere in Italia? La risposta è no. Eppure, in Germania, grazie alle borse di studio finanziate dalle fondazioni private, sono riusciti ad attrarre studenti da tutto il mondo, avendo anche un grande ritorno in termini economici. Di questo abbiamo bisogno: di Fondazioni che canalizzino risorse sull’università e la ricerca. Così potremmo migliorare la nostra ricerca e la qualità della nostra didattica.

E, magari, scalare le classifiche internazionali, visto che nessuna università italiana è tra le migliori 150 al mondo...

Innanzitutto mi piacerebbe conoscere i parametri che vengono utilizzati per stilare queste classifiche internazionali. La situazione è meno drammatica di come viene rappresentata. Molti professori e ricercatori italiani sono conosciuti e stimati all’estero. Insomma: la base è buona.

(Tratto da Avvenire)

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