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L'analisi

Benedetto come “Kathecon” e la dissoluzione dei tempi

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Pubblichiamo alcuni estratti dal libro “Capire Benedetto XVI – Tradizione e modernità, ultimo appuntamento”, di Stefano Fontana, appena uscito per le edizioni Cantagalli.

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Di fronte alla ingenerosità dei tempi, Benedetto XVI svolse una azione da Kathecon, di trattenimento di processi dissolutori. Dopo la fine del suo pontificato, il 28 febbraio 2013, la Chiesa cambiò volto e lo stesso papa Francesco ha parlato di un cambio di paradigma. La tesi di una continuità tra Francesco e Benedetto è insostenibile.

Come vedremo, Benedetto XVI non diede una sistemazione definitiva a tutti gli appuntamenti della storia nei quali fu coinvolto, e questo ha lasciato aperte delle fessure. Ma l’impianto del suo pensiero e del suo pontificato non ha nulla a che fare con quello di Francesco. Infatti del pontificato di Benedetto XVI nella Chiesa ufficiale di oggi rimane poco. Il tentativo di dimostrare la continuità è tuttora in corso e perfino a proposito della religione del Logos si sostiene che le posizioni dei due papi sono convergenti. Ma si tratta di forzature.

Sono state fatte molte analisi del pensiero di papa Francesco, anche diverse tra loro, ma alla fine tutte confluiscono in un pensiero storicista e antimetafisico. Nella sua visione della ragione Benedetto XVI recupera in modo originale la tradizione patristica e scolastica, talvolta la contamina con altre derivazioni, comunque si deve riconoscere che assegnò sempre all’ontologia e alla metafisica un ruolo fondativo del sapere anche teologico. Di orientamento molto diverso Francesco. Lo stesso riferimento al concetto di “opposizione polare” di Romano Guardini su cui molti insistono, testimonia un atteggiamento esistenziale e vitale più che metafisico: tra l’essere e il non-essere, tra il bene e il male non ci può essere “opposizione polare”. La cosiddetta “teologia del popolo”, che ha caratterizzato la formazione teologica e pastorale di Francesco, è pure di impianto storicistico. Essa si configura come una «teologia a partire dal popolo», perché il popolo non va evangelizzato ma «si evangelizza».

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Il dogma cattolico ha delle esigenze epistemiche. Esso per virtù propria incontra la ragione e non ogni tipo di ragione. La religione del Logos esprime essenziali pretese di verità che costituiscono un appello anche per la ragione naturale. In questo appello la ragione naturale è chiamata, nel senso pieno della parola vocazione, ad essere se stessa fino in fondo e a comprendere così di non potere stare senza la fede, anzi di esservi essenzialmente ordinata. Nell’enciclica Spe salvi, Benedetto XVI dice che la volontà umana ha bisogno della ragione che le faccia da guida, ma poi anche la ragione ha bisogno della speranza cristiana perché si possa rimanere fedeli alla verità anche quando c’è un prezzo da pagare. Questo è uno dei tanti spunti dagli scritti di Benedetto XVI dai quali risulta come la ragione abbia bisogno della fede, non per diventare altro da sé, ma per essere veramente se stessa. Questo si intende quando si parla di bisogno “essenziale” della fede da parte della ragione.

Questa sua pretesa ed esigenza di verità qualifica il cristianesimo come la religio vera e, proprio per questo, anche “dal volto umano”. Questa espressione, pronunciata da Benedetto XVI nel discorso al Convegno nazionale ecclesiale italiano di Verona del 2006 significa che quando la ragione umana si incontra con Cristo ne vede accolte, confermate e purificate tutte le proprie esigenze naturali – san Tommaso direbbe le proprie “inclinazioni” – comprese quelle della recta ratio. Quando accoglie la fede cristiana, l’uomo non deve rinunciare a nessuna verità della sua ragione rettamente condotta. Si tratta di un aspetto decisivo dell’apologia. La ratio, però, per essere recta, non deve rinunciare al rapporto con la fede. L’appello di verità della fede cristiana non si rivolge quindi ad una ragione pura, ma ad una ragione naturalmente disposta ad accoglierla e che quindi già gode della relazione con essa e della sua «protezione». La religio vera interpella la recta ratio e questa è tale perché accoglie la religio vera.

Questo quadro è entrato in crisi nella modernità, quando c’è stata una «autolimitazione della ragione» cui abbiamo già accennato, frutto della sua presunzione di assolutezza: una ragione assoluta non può che essere limitata. A quel punto la ragione ha preso la strada del positivismo, ossia di una «razionalità puramente funzionale», secondo cui «razionale è soltanto ciò che si può provare con degli esperimenti». Qui per positivismo non si intende solo una corrente filosofica della seconda metà dell’Ottocento, ma in generale una filosofia appiattita sul misurabile. Benedetto XVI la chiama anche «illuminista radicale» e dice di essa che tende ad estendersi in tutto il mondo. Con l’estensione del positivismo, egli nota, è come se all’uomo «venisse strappato il cielo da cui sembra provenire e gli venisse lasciata in mano soltanto la terra dei fatti; quella terra in cui egli cerca ora, con la sua misera vanghetta, di decifrare la faticosa vicenda del suo divenire». Ratzinger ha ben messo a fuoco la dittatura della tecnica, che egli chiama positivismo, secondo la quale «ciò che si sa fare, si può anche fare». Egli aveva da tempo seguito lo sviluppo della tecnica e nell’opera Introduzione al Cristianesimo ne aveva descritto la genealogia. Secondo lui i passaggi sono stati tre: Cartesio ha trasformato il sapere in calcolo, Vico ha individuato la verità nel factum; Marx l’ha vista nel da farsi. Questa adesione al novum inteso come faciendum ha comportato di intendere l’alienazione come persistenza del passato (tradizione) e del trascendente (metafisica).

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Il libro può essere ordinato all’Osservatorio Cardinale Van Thuan, scrivendo all’email info@vanthuanobservatory.org, per riceverlo senza spese postali.

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