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Emergenza educativa/2

Benedetto XVI una soluzione ce l’ha e non è affatto male

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Il papa, parlando all’assemblea dei vescovi italiani, si è rivolto come sempre ai suoi “confratelli nell’episcopato”. Però il suo interlocutore era il popolo italiano, cattolici e non, nella convinzione che “le prospettive che nascono dalla nostra fede possono offrire un contributo fondamentale al chiarimento e alla soluzione dei maggiori problemi sociali e morali dell’Italia di oggi”. Quali sono le condizioni perché questo avvenga? Come deve parlare la Chiesa affinché gli italiani la ascoltino e cosa devono pensare gli italiani perché i discorsi della Chiesa diventino interessanti? La Chiesa deve evitare il moralismo, ossia indicare valori morali senza tenere conto dei bisogni reali, gli italiani devono evitare il pragmatismo, ossia pretendere di soddisfare i bisogni reali senza tenere conto dei valori morali e religiosi. Non si riuscirà a riempire la pancia senza essere anche buoni, e cittadini con la pancia vuota non avranno tempo di essere buoni. Ogni costo umano ha un costo economico, ogni costo economico ha riflessi umani. La ripresa dell’Italia nascerà solo da un incontro tra bisogni e valori.

Ora, nel discorso del papa ala CEI ci viene fornito un esempio concreto di come bisogni e valori possano – e debbano – richiamarsi a vicenda. Il papa ha fatto due forti richiami: uno alla “emergenza educativa” e l’altro alla “parità scolastica”. Questi due temi si intrecciano in modo molto significativo tra loro ed anche con una necessità oggi all’attenzione del governo italiano: la riforma della pubblica amministrazione. Vediamo come valori e bisogni qui si incontrino in modo singolare.

Spreco di risorse materiali ed umane, inadeguata valorizzazione della famiglia come risorsa da utilizzare nell’educazione dei giovani, mortificazione della volontà di partecipazione e di creatività educativa, appiattimento dei programmi scolastici su una grigia “medietà” che vada bene per tutti gli utenti sono elementi che si intrecciano tra loro e che provocano insieme indebolimento educativo ed erosione di risorse.

Una concreta libertà di educazione, resa reale anche sul piano economico, permetterebbe alla pubblica amministrazione di risparmiare perché una scuola non statale costa la metà di una statale e nello stesso tempo di stimolare proposte educative emergenti dalla società civile, senza imbavagliarle nella burocrazia statale, con tutti i suoi pesi e le sue lentezze. 

Il papa ha detto: “In uno stato democratico che si onora di promuovere la libera iniziativa in ogni campo, non sembra giustificarsi l’esclusione di un adeguato sostegno all’impegno delle istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico. E’ legittimo infatti domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell’insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti , da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie”.

Il ministro Brunetta sta per presentare un piano di riforma della pubblica amministrazione. Un milione di lavoratori pubblici è impiegato nella scuola. Se un istituto comprensivo ha il “monopolio” dell’istruzione in un certo territorio è logico che i bidelli vadano a fare la spesa in orario di lavoro e che gli insegnanti battano la fiacca. Le famiglie non hanno alternativa, mentre bisognerebbe conferire proprio a loro il potere di decretare la validità di una scuola.

Chi non vede che simili situazioni non solo sono uno spreco economico, ma anche un impoverimento di proposta educativa, elemento non secondario di una emergenza che è sotto gli occhi di tutti? Chi non vede che qui c’è la ragione primaria della improduttività della nostra scuola rispetto agli altri paesi europei, come testimoniano ogni anno i rapporti dell’OCSE? Chi non vede che questa è, a sua volta, una delle cause del ritardo generale del nostro paese, di questo affannarsi arrancando, consci delle nostre potenzialità e demoralizzati per le zavorre di cui non riusciamo a liberarci?

La richiesta fatta dal papa di una concreta libertà di educazione, improntata certamente a dei valori, come la centralità della famiglia nella educazione dei figli o la necessità di una più chiara educazione morale dei giovani, risponde però anche a dei bisogni, come un più stimolante pluralismo educativo, una maggiore creatività didattica, la smobilitazione di posizioni di rendita e di garanzia per i nullafacenti, un risparmio di risorse economiche da dedicare allo sviluppo.

Una Chiesa moralista non si fa ascoltare. Ma una Chiesa che mostra l’incontro tra bisogni umani e valori del vangelo, sì. L’autorevolezza di quanto dice il papa agli occhi degli italiani dipende anche da questo. Benedetto XVI lo sa e non sbaglia un colpo.


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