Fanno giri immensi e poi ritornano

Bentornato centrosinistra: Pd e 5Stelle, insieme, nel nome di Romano Prodi

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Non è corretto battere sull’innaturalezza di un governo giallorosso. Le analisi sulla non compatibilità tra piddini e grillini fioccano, ma non corrispondono al vero. Tra le forze che siedono in Parlamento, Pd, MoVimento 5 Stelle e Liberi e Uguali sono le più simili. Ursula, come la chiama Romano Prodi, ha motivo d’esistere. Per tutta una serie di ragioni. L’anomalia vera era l’alleanza gialloverde.
Qualche tema? Ius soli, aperture sull’accoglienza dei migranti, per non dire migrazionismo, statalismo pronunciato, nel senso di interventismo calato dall’alto, assistenzialismo, relativismo bioetico, quindi depenalizzazione dell’eutanasia, “nuovi diritti” a poggia e così via. E poi il socialismo di ritorno, la redditualità universale (leggetevi i programmi dei Dem a stelle e strisce, che da sempre dettano tempi e temi in Europa), una certa dose di reverenza nei confronti dell’Unione europea (chi ha votato insieme la Von der leyen?), la geopolitica filocinese, la distanza dagli Stati Uniti di Donald Trump e dal protezionismo, l’ anti-putinismo, l’ecologismo integrale, il bergoglismo, il gretathunberghismo, il jovanottismo, l’attenzione morbosa nei confronti dell’alta tecnologia, giustizialismo mitigato dal garantismo dell’opportunità, il giovanilismo scanzonato di chi va ai concerti di musica indie e il terzomondismo. In caso di necessità, è possibile allargare la rubrica.
Ah, poi c’è l’elenco dei fenomeni non sopportati dagli uni e dagli altri: citofonare liberalismo, conservatorismo e sovranismo populista. É una conventio ad excludendum abbastanza larga, ma provate a convincere i grillopiddini a mettere in piedi tre riforme: della giustizia, fiscale e bioetica in senso restrittivo. Tipo la revisione della legge sulle Dat. Non ci siete riusciti? Si vede che abbiamo ragione noi.
É per questa prossimità ideologica che il dialogo tra Partito Democratico e Cinque Stelle, e mettiamoci anche Leu, procede spedito. Matteo Renzi e Luigi Di Maio si detestano? Quelli sono personalismi. Sono solo le persone sbagliate nel momento sbagliato. Ma Lucio Battisti aveva già sentenziato sulla questione degli scogli e del mare. É Matteo Renzi a non essere di sinistra. É Luigi Di Maio a incarnare il doroteismo di ritorno. A pensarci bene, sono più simili di quello che sembra. I loro dissapori rappresenterebbero delle barriere, ma l’horror vacui delle urne è un collante niente male.
Poi ci sono la segreteria di Nicola Zingaretti, il “nuovo corso”, e il revanscismo di Alessandro Di Battista, il grillismo originario: sono proprio fatti per andare d’amore e d’accordo. Non prendiamoci in giro: ce lo aspettavamo. Solo che si attendeva che il matrimonio venisse consumato tramite un passaggio elettorale. Stiamo assistendo a un’accelerazione, operata da protagonisti meno perfetti di come sarebbero stati il Presidente della Regione Lazio e l’ex deputato grillino. Avranno tempo per innamorarsi. Ora la partito si gioca in Parlamento. Nicola Zingaretti ed Alessandro Di Battista sono due panchinari pesanti. Entrambi preferiscono il voto. Servirebbe a rivendicare una leadership, che per ora posseggono solo in potenza. Vedremo.
Se la giocano Matteo Renzi e Luigi Di Maio questa partita. Con Romano Prodi alla regia e Pietro Grasso sceneggiatore capo. I commentatori sgomitano. Cercano di affermare una inconciliabilità che non esiste. Si chiama centrosinistra. Matteo Salvini ha contribuito alla sua rinascita. Prendiamone atto e organizziamoci di conseguenza. Buona opposizione a tutti.
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