Benvenuti nel secolo postamericano

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Benvenuti nel secolo postamericano

17 Giugno 2010

Secondo John R. Bolton, Barack Hussein Obama è un presidente senza precedenti e senza confronti. Unico, eccezionale, inimitabile. Ma non è un complimento. Perché ciò che l’inquilino della Casa Bianca ha di straordinario è l’essere la somma di tutto quanto non è americano, anzi di quanto sta al di là del bene e del male, in una formula “postamericano”. La tesi è di quelle forti, un pugno diretto nello stomaco, a tratti persino azzardata. Ma Bolton se ne assume tutte le responsabilità culturale già da un po’ e sostiene di averne le prove. Per chi non lo ricordasse, l’autore di questa richiesta d’impeachment culturale è l’ex ambasciatore all’Organizzazione delle Nazioni Unite nominato del presidente George W. Bush jr., Senior Fellow all’American Enterprise Institute for Publicy Policy Research di Washington, conservatore adamantino sul piano culturale, politicamente Repubblicano mai attendista, fiero assertore della legittimità e addirittura della moralità del perseguimento pervicace e deciso dell’interesse nazionale da parte degli Stati Uniti d’America, in breve un uomo che in Francia, in una stagione appena trascorsa, avrebbero definito souverainiste, che se il contesto fosse quello europeo forse noi chiameremmo euroscettico e che quelli a corto di parole e d’idee bollerebbero come “nazionalista”.

Una opinione isolata, la sua? Una boutade partigiana al limite del ridicolo? Parrebbe proprio di no, dal momento che inizia a far scuola. Uscirà infatti a fine luglio addirittura un libro che s’intitola nientemeno che The Post-American Presidency: The Obama Administration’s War on America. Sì, avete letto bene: Obama, dice il libro, ha dichiarato guerra frontale al proprio Paese. Parola di una coppia di autori al fulmicotone, con Bolton che firma una premessa valevole imprimatur.
Il primo dei due è la giovanissima Pamela Geller, fondatrice, editrice e direttrice di  AtlasShrugs.com. E che è, direte voi? “Semplicemente” una di quella macchina di propaganda che i settori più dinamici del mondo conservatore grassroots hanno impiantato da un po’ su e giù per il web creando sconquassi nel mondo autoreferenziale e autoalimentantesi di quei mezzi d’informazione che sono cronicamente abituati a stare con l’aria che tira. La Geller, mix esplosivo di libertarianism e di spirito neocon, è la classica “promessa” del “fusionismo” americano.

Filoisraeliana come pochi, filocapitalista granitica, testimonial ai “Tea Party”, sostenitrice in tivù di Sarah Palin, Pamela firma editoriali e commenti per The Washington Times, Human Events, Newsmax, Israel National News, World Net Daily, FrontPage,  New Media Journal e Canada Free Press, intrattenendosi volentieri, quando ve n’è l’occasione, con Geert Wilders, Bat Ye’or, Ann Coulter, e Mark Steyn, ma pure Christopher Hitchens e Natan Sharansky. Sua è la formula, modellata sull’«Eurabia» di Bat Ye’or, «Amerabia» a descrivere il lento scivolamento degli USA verso una islamizzazione inavvertita.

Il secondo autore è Robert B. Spencer, cattolico, un tipo abituato a evitare con perizia le mezze misure e a cacciarsi magari anche nei guai pur di veicolare verità mai addomesticate attraverso Jihad Watch, il suo blog-osservatorio diventato negli anni una fonte sicura d’informazioni autentiche per chiunque voglia comprendere le mosse del terrorismo internazionale di matrice islamista. Sul tema, ha scritto una decina di libri e qualcuno ne ricorderà almeno uno, giacché uscito pure in traduzione italiana, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle crociate (Lindau, Torino, 2208).

Interessante è inoltre notare che l’editore del suddetto libro è la Threshold, il marchio della famosa Simon & Schuster (la divisione libri della CBS Corporation) specializzata in saggistica conservatrice. L’etichetta nacque nel 2005 per coprire il fianco destro del colosso editoriale newyorkese dopo che due rivali di grande livello, il Penguin Group e la Random House, avevano lanciato le proprie dépendance conservatrici, Sentinel HC e Crown Forum. La dura legge del mercato: quella che ti strumentalizza solo per accumulare denari, che ti crea una “riserva indiana” e ti ci ficca dentro per limitare i danni, ma che se s’inventa nicchie così è segno che c’è richiesta, enorme.

Torniamo al libro. La tesi è questa. Obama ha coscientemente rinunciato al ruolo guida in cui gli Stati Uniti hanno sempre creduto. Ha abdicato. Non ci crede, non ci crede più, chissà se c’ha mai creduto. Porta il Paese solo alla piattezza, alla confusione, alla rinuncia. E lo fa per relativismo, ritenendo che gli USA non abbiano niente da dire e da dare al mondo, che ogni opzione etica valga tanto quanto un’altra, che non esista uno specifico carattere americano. Il sogno che lo anima non è il bene e la grandezza del suo Paese, anzi nemmeno ha un sogno. Vuole solo un Paese rinunciatario e rattrappito, depresso e deprimente, che si ritira, arretra, scompare. Stati Uniti che lasciano soli gli amici e abbandonano gli alleati. Un’America che non crede in nulla, anzitutto e soprattutto non in se stessa. Una post-America inutile e inservibile, ingombrante e ridondante. Un Paese per vecchi, insomma, in cui non vale più la pena di abitare. E, dicono gli autori del libro, è la prima volta che accade: nemmeno il presidente più banale, scialbo o cattivo degli Stati Uniti, comunque la pensasse e a qualsiasi partito appartenesse, ha coltivato coscientemente questo incubo di disfatta. Guardate, dice il libro, il modo in cui Obama si muove a livello internazionale, le sue ritirate, le sue strategie inesistenti, la sua retorica parolaia: non è solo un presidente che non sa che pesci pigliare in ogni frangente, che arriva perennemente tardi, che si muove goffamente. Si tratta di una guida che non ha voglia di guidare, che non sa perché deve guidare, che non sa cosa deve guidare, che maledice chi gli ha dato la patente.

Ora, da noi un orgoglio e quindi una denuncia così fanno sorridere, nessuno le scriverebbe mai. Anzitutto nessuno le penserebbe sul serio del proprio Paese. Da noi si fa altro, si scrive liberamente a stampa che non esiste libertà di stampa. Negli USA invece quel tipo di linguaggio è, buono o cattivo che sia, parlato dalla gente. Ma la vera differenza tra loro e noi è che qualora il Paese dovesse essersi a torto o a ragione fatto invivibile, in Italia gl’intellettuali scrivono che se vince le elezioni Silvio Berlusconi espatriano per disgusto ma, accidenti, non lo fanno mai, mentre negli Stati Uniti  restano, combattono e cambiano la classe dirigente in modo democratico.

Per questo tipi come la Geller, Spencer e Bolton, benché denigrati come “estremisti”, non fanno male ad alcuno, si muovono sempre dentro le regole, non sono eversivi e hanno un seguito di popolo enorme. That’s America nonostante Obama.

Marco Respinti è il Direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]