Berliner Obama… ma negli Usa è McCain a guadagnare terreno
28 Luglio 2008
Obama presidente del “resto del mondo”. Ma negli USA? I berlinesi ricorderanno a lungo il discorso di Barack Obama sotto la Colonna della Vittoria. Ma ai cittadini di Springfield nell’Ohio la cosa interessa poco. Nel suo “rock star tour”, ad Obama è riuscito di tutto: ha incassato gli applausi di Olmert e Abu Mazen, l’endorsement di Al Maliki. Sarkozy, Merkel e Brown l’hanno ricevuto come un capo di Stato. Ha volato su un elicottero sopra Baghdad con il generale Petraeus, ha pregato al Muro del Pianto di Gerusalemme, ha infilato un canestro da tre punti al primo colpo davanti alle truppe in Kuwait. Folle di fan in visibilio l’hanno accolto con cori da stadio ad ogni sua apparizione. Insomma, l’Obamamania è diventata planetaria. Negli States, però, (anche se l’ultimo sondaggio Gallup lo dà ora avanti di 9 punti su McCain a livello nazionale) in molti hanno guardato con un certo fastidio a questa marcia trionfale del senatore dell’Illinois. Anche perché Barack Obama è stato trattato dai media come un president-in-waiting, mentre in realtà, formalmente, non è ancora nemmeno il candidato democratico alla presidenza. L’ufficializzazione, infatti, avverrà a fine agosto con la Convention di Denver. Tale sensazione è stata confermata da un sondaggio “Rasmussen”, pubblicato la settimana scorsa, secondo cui il 49 per cento degli americani ritiene che i media favoriscano Obama, mentre solo il 14 per cento si aspetta favoritismi per McCain in vista delle elezioni.
Il sondaggio più importante però l’ha pubblicato il 24 luglio la Quinnipiac Univeristy assieme al Wall Street Journal e al Washington Post. La ricerca demoscopica ha mostrato che John McCain ha conquistato terreno in 4 importanti Stati per le presidenziali: Colorado, Michigan, Minnesota e Wisconsin. Il caso del Minnesota è il più eclatante: a giugno, Obama aveva un vantaggio di 17 punti sul senatore dell’Arizona. Ora, il distacco si è ridotto a soli due punti percentuali. Da Londra, il candidato democratico si è mostrato sereno. Era prevedibile, ha dichiarato, che il “world tour” potesse non avere un impatto sull’elettorato americano. E gongolando, ha aggiunto: “Quando Bush va all’estero è accolto da fischi e proteste. Io dagli applausi”. La questione, però, è un’altra ovvero se, paradossalmente, i bagni di folla europei abbiano danneggiato l’immagine del senatore afro-americano in patria. I giudizi sono contrastanti. Anche i suoi avversari, infatti, devono riconoscere che il globe-trotter Obama ha dimostrato di reggere bene la scena internazionale.
Le critiche si appuntano soprattutto all’happening di Berlino, dove Obama, dotato di un carisma magnetico (e questo non è in discussione), ha pronunciato un discorso stilisticamente perfetto (e anche questo non è in discussione) che ha conquistato i cuori e le menti di 200 mila berlinesi. Tuttavia, come ha scritto The Economist, gli ascoltatori erano europei, “ma il vero uditorio era in America”. Bandiere a stelle e strisce e cartelli con su scritto “Ja, wir schaffen es!”, versione tedesca del tormentone “Yes we can!”, hanno fatto da cornice al discorso interrotto più volte da fragorosi applausi. Per i repubblicani è la dimostrazione che Obama, adorato nel Vecchio Continente, è un candidato elitario, sensibile alle esigenze degli europei, lontano dalle preoccupazioni degli americani alle prese con il caro-benzina e la crisi dei mutui.
“Se vuole vincere in America, Obama ha bisogno che gli europei raffreddino il proprio entusiasmo”, ha sintetizzato Margaret Carlson di Bloomberg News. Ha rincarato David Brooks, opinionista del New York Times: “Obama ha beneficiato di una settimana di ottime immagini, ma in fin dei conti l’ottimismo senza realtà non è eloquenza. E’ Disney”. Particolarmente efficace la battuta di John McCain, che, con senso dell’ironia, ha pensato bene di andare a pranzo in un ristorante tedesco in Ohio, mentre Obama incantava le folle berlinesi. “Io – ha detto il veterano del Vietnam – ho dedicato tutta la mia vita a proteggere, servire e migliorare l’America. Obama ha dedicato un pomeriggio a parlarne”.
Sotto accusa è soprattutto l’arroganza di Obama il quale, senatore da neppure quattro anni, ha osato proporsi come statista al pari di Kennedy e Reagan, che a Berlino fecero la storia con due indimenticabili discorsi. Un’arroganza, nota qualcuno, nascosta goffamente nel suo umile presentarsi “non come candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ma come semplice cittadino del mondo”. Toby Harnden del Daily Telegraph di Londra ha raccontato al riguardo un aneddoto significativo. Prima del “berliner speech”, Susan Rice, consigliere di politica estera di Obama, ha incontrato i giornalisti al seguito ed ha precisato: “Non sarà un discorso politico. Quando il presidente degli USA va all’estero non pronuncia discorsi politici”. Al che, un reporter le ha fatto notare: “Ma il senatore Obama non è il presidente degli Stati Uniti”.
Certo, dà da pensare che Obama sia oggi accusato di essere presuntuoso, di sentirsi già la vittoria in tasca. Una vittoria inevitabile, per lo staff del senatore dell’Illinois. Sono le stesse critiche che, fino a pochi mesi fa, lo stesso Obama rivolgeva ad Hillary Clinton. Avrà imparato la lezione?
