Berlusconi allontana lo spettro delle urne e fissa la tregua con Fini

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Berlusconi allontana lo spettro delle urne e fissa la tregua con Fini

06 Ottobre 2010

Un Consiglio dei ministri per ciascuno dei cinque punti programmatici sui quali il Cav. ha ottenuto la fiducia in Parlamento. La road map è cadenzata fino al 5 marzo. Si comincia domani con all’ordine del giorno un unico decreto attuativo sul federalismo. Poi a seguire un Cdm sulla giustizia, uno su sicurezza e immigrazione, poi il Piano di sviluppo per Sud e per finire quello sulla riforma tributaria con al centro l’impegno del governo sulla riduzione della pressione fiscale per famiglie e imprese. In agenda ci sono il quoziente familiare e la riduzione dell’Irap per le imprese.

Silvio Berlusconi elenca i provvedimenti nella conferenza stampa convocata a Palazzo Chigi e servita anche a mettere in chiaro che no, non ci saranno elezioni anticipate, tantomeno ipotesi di governi tecnici a sbarrare la strada alla legislatura. Segnali distensivi nei confronti dei finiani che seguono il vertice parlamentare di maggioranza a Palazzo Madama tra Pdl, Lega e Fli e che fanno intravedere la possibilità di una tregua, almeno su alcune questioni sulle quali c’è un accordo di fondo: Lodo Alfano, riforma dell’università e presidenze della commissioni parlamentari.

L’attuazione del federalismo passa da un solo decreto legislativo. Il premier spiega che sarà articolato in 27 punti e che dopo l’ok di Palazzo Chigi passerà al vaglio della conferenza Stato-Regioni e quindi approderà in Parlamento e calcolando la durata dell’esame al Senato e alla Camera potrebbe diventare legge già a marzo. Saranno vertici “operativi e cadenzati settimanalmente”, dice Berlusconi , consapevole del fatto che da questo dipenderà molto del prosieguo della legislatura. Ma sul piano politico è chiaro che serviranno anche per disinnescare la mina delle polemiche delle ultime settimane, tutte incentrate sul braccio di ferro tra maggioranza e finiani. Non a caso il Cav. li contrappone al “chiacchiericcio” di questi ultimi mesi che ha portato nelle case degli italiani “uno spettacolo deteriore della politica”. Non vuole sentire parlare di ritorno alle urne perché “sono stato sempre convinto che sarebbero state un grosso guaio” e allo scetticismo di Bossi che ancora oggi paventava il voto a marzo replica così: “Bisogna sempre interpretare il ministro Bossi. Io ho la chiave interpretativa e quindi sono assolutamente tranquillo”.

Il Cav. dunque ostenta sicurezza , si dice “assolutamente sereno” e conferma che tra senatori e deputati “non c’è nessuno che ha voglia di andare a casa”. Concetto che applica anche agli uomini del presidente della Camera sulla maggioranza dei quali ribadisce di avere fiducia sottolineando che “un numero importante di persone che sono state messe in lista da Gianfranco Fini e che hanno ritenuto di seguirlo, per nulla al mondo farebbero mancare il loro voto a questo governo e a questa maggioranza”.

Giudizio tranchant anche sull’opzione governo tecnico. Per Berlusconi un’eventualità del genere “sarebbe facile, l’opposizione avrebbe sessanta posti di governo da assegnare… Ma non sarebbe utile e conveniente”.

Si va avanti, è il refrain di una giornata iniziata col vertice di maggioranza a Palazzo Madama dal quale la coalizione esce col sì di Fli su Lodo Alfano e riforma dell’università. L’intesa passa anche dal rinnovo delle presidenze di commissioni in scadenza, in molte delle quali i finiani sono determinanti (dalla Giustizia con la presidente Bongiorno, alla commissioni Lavoro e Affari Costituzionali). Insomma tutti restano al loro posto anche se nei commenti dei deputati in Transatlantico ricorre un interrogativo: “Basterà a scongiurare il rischio di imboscate?”. Della serie: “Ci si può fidare fino in fondo dei finiani?”. Interrogativo più che lecito se si pensa che finora l’esercizio in cui i fedelissimi del presidente della Camera si sono mostrati abili è stato quello di spostare sempre in avanti l’asticella, alzando di fatto il prezzo della posta (politica) in palio: la stabilità del governo e la durata della legislatura. E’ pur vero che in questo momento Fli – col partito ancora in nuce – non può permettersi ulteriori forzature, tantomeno il rischio di vedersi imputare eventuali incidenti di percorso che gioco-forza ne pregiudicherebbero l’appeal elettorale.

Tregua, insomma. Come fanno intendere anche le parole di Giulio Tremonti accanto al premier nella conferenza stampa a Palazzo Chigi. Illustrando i provvedimenti del governo, il  ministro dell’Economia ha aperto al dialogo costruttivo anche nei confronti dell’opposizione. Eppure le riunioni che per tutta la giornata hanno avvicendato a Palazzo Grazioli esponenti del centrodestra fanno pensare ad un premier che tiene la strategia aperta su due fronti: da un lato una accelerazione delle cose da fare con l’obiettivo di continuare a governare riaprendo un canale di confronto (attraverso i suo emissari) con il presidente della Camera, dall’altro preparandosi anche ad affrontare l’eventualità moto. Per questo già da alcuni giorni ha ‘oliato’ la macchina organizzativa del partito nell’ipotesi estrema di dover sostenere una campagna elettorale. Per il momento il Cav. tiene i toni bassi e ai suoi chiede la stessa cosa per evitare polemiche e ulteriori fibrillazioni interne. Ieri ha riunito gli ‘uomini macchina’, quelli che dovranno far decollare i ‘team della libertà’ (Verdini, Valducci, la Brambilla), oggi ha visto gli ex colonnelli di An.

Gianni Alemanno, Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri hanno assicurato al premier il massimo impegno a sostegno dell’azione politica del governo. A seguire la riunione con i leader dei partiti che stanno in coalizione: da Rotondi a Giovanardi, da Nucara a Pionati. Ma se la parola d’ordine è tregua, c’è già un passaggio che nelle file della maggioranza viene guardato con sospetto. E’ la convergenza di Fli con Pd, Udc e Idv sulla riforma della legge elettorale. Convergenza ‘sospetta’ – è il ragionamento di molti pidiellini – perché potrebbe essere strumentale alle prove generali di ribaltone. Proprio oggi i finiani si sono associati all’opposizione che chiede la calendarizzazione del dibattito alla Camera.  Pdl e Lega fanno muro e Calderoli avverte: “Non può scrivere la legge elettorale chi ha perso le elezioni contro chi le elezioni le ha vinte”. E riprendendo il concetto già espresso dal vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello spiega che “prima andrebbero fatte le riforme costituzionali, poi si può discutere di legge elettorale”.

Su una cosa Berlusconi e Fini sembrano essere d’accordo: andiamo avanti ma teniamoci pronti alle urne. Resta da capire se, alla fine tra i due sarà solo una tregua armata.