Berlusconi contro i magistrati milanesi: “Nessun versamento a Mills”

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Berlusconi contro i magistrati milanesi: “Nessun versamento a Mills”

19 Maggio 2009

“Agì da falso testimone per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati. Nello stesso tempo, Mills ha contemporaneamente perseguito il proprio vantaggio economico”. E’ questo il nocciolo delle quasi 400 pagine di motivazioni depositate oggi dalla decima sezione dei giudici del tribunale di Milano – presieduta da Nicoletta Gandus, lo stesso magistrato già ricusato dal premier – che ha portato alla condanna dell’avvocato inglese David Mills a 4 anni e 6 mesi per corruzione in atti giudiziari.

Immediata la reazione del premier Berlusconi che, commentando la notizia, ha annunciato che presto riferirà in Parlamento: “Dirò finalmente quanto penso da tempo a proposito di certa magistratura”. Il Cav. si dice sereno perché in appello ci sarà un altro giudice davanti al quale potrà difendersi. “Se c’è un fatto indiscutibile è che non c’è stato alcun versamento al signor Mills. Durante il processo è stato spiegato chi aveva dato i soldi, è stato individuato il tragitto dei soldi, sono state individuate le azioni fatte da Mills su questi soldi e il fisco inglese ha costretto il signor Mills a pagare imposte, considerando questa entrata un suo compenso professionale. Se fosse stata una donazione, il signor Mills non avrebbe dovuto pagare alcuna imposta. E se questo non vi basta…”.

Al termine di una conferenza stampa il premier ha poi risposto seccato alla giornalista dell’Unità: “Sono già stati fatti 102 processi e ho già speso 200 milioni in consulenze e avvocati. Io sto lavorando tanto, crede che vada a perdere tempo?”. Al centro delle polemiche anche la posizione del capo del governo, stralciata in seguito al “Lodo Alfano” che garantisce l’impunità per le quattro cariche più alte dello Stato. Sulla questione di legittimità costituzionale di questa legge, tutto lascia pensare che la Corte deciderà non prima della fine di settembre, in seguito alla ripresa dei lavori dopo l’estate.

La vicenda risale al 2004, quando la guardia di finanza inglese scoprì nelle tasche di Mills 600mila dollari che non quadravano con i conti ufficiali. Secondo l’accusa, sarebbe proprio questo il prezzo del silenzio dell’avvocato inglese per non aver rivelato, in qualità di testimone nei processi degli anni ’90 di All Iberian e quello sulla corruzione nella Guardia di Finanza, informazioni su società off-shore usate da Mediaset. I magistrati ritengono che la cifra sia stata pagata anche per ricompensare Mills di tutte le operazioni di riciclaggio che egli avrebbe dovuto compiere per nascondere, mascherare, trasformare, la somma che gli veniva illecitamente corrisposta. I giudici hanno stimato che il momento della consumazione del reato avvenne nel febbraio del 2000 col trasferimento a Mills delle quote del “Fondo Torrey Global”.

Il collegamento con Berlusconi si basa su una confessione – poi ritrattata – che l’avvocato avrebbe lasciato al suo commercialista Bob Drennan e alla polizia dopo 10 ore di interrogatorio nel 2004. Qualche mese dopo, però, Mills spiegò che si era inventato tutto e che l’origine di quei soldi era legato a un affare di navi provenienti dalla Bahamas. Ma i giudici che hanno condannato Mills non hanno creduto all’ultima versione e spiegano che la ragione della reticenza dell’avvocato inglese nelle sue deposizioni sta nel fatto che “aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi la proprietà delle società off-shore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti”.

Le reazioni del mondo politico non si sono fatte aspettare. Dall’Italia dei Valori è giunta la richiesta delle dimissioni del Premier: “Fossimo in un Paese civile, Berlusconi sarebbe costretto a dimettersi dalla pressione dell’opposizione, della stampa e dell’opinione pubblica. Essere un corruttore di testimoni è un reato abietto”, ha detto il capogruppo dell’Idv alla Camera Massimo Donadi. Gli fa eco anche il leader del partito, Antonio Di Pietro che aggiunge: “Ecco perché continuo a dire che Berlusconi sta al Governo per farsi gli affari suoi, giudiziari, personali, imprenditoriali, dell’informazione. Il premier è un problema per il Paese, perché ogni volta che si rade la barba la mattina e prende una decisione in materia economica non sappiamo mai se lo fa per sé o se lo fa per gli altri”.

Il segretario del Pd Franceschini ha chiesto a Berlusconi di rinunciare ai privilegi del Lodo Alfano per sottoporsi al processo “come tutti i normali cittadini”. “La sentenza dimostra – ha aggiunto il leader dell’opposizione – in modo purtroppo incontestabile il coinvolgimento del presidente del Consiglio e dimostra allo stesso modo che la legge Alfano è stata fatta apposta per sottrarlo al giudizio a cui sono sottoposti tutti gli italiani”. Molto più cauta la posizione di Pier Ferdinando Casini che ha sottolineato come il gesto di Berlusconi di riferire in Parlamento sulla sentenza Mills sia “un gesto di responsabilità istituzionale importante”. “Abbiamo criticato il premier ogni volta che ha mostrato noncuranza verso il Parlamento – aggiunge il leader dell’Udc – ma è importante che in questo caso abbia fatto un’eccezione alla regola”.

Dalle fila della maggioranza la difesa è compatta nel sottolineare come i magistrati vogliano screditare l’immagine del leader del Pdl, proprio poco prima delle elezioni europee. “Sarà un caso – afferma Mario Valducci, presidente della commissione Trasporti della Camera – ma le sentenze o le motivazioni delle sentenze arrivano troppo frequentemente durante la campagna elettorale”. “Non possiamo che ringraziare – prosegue il parlamentare del Pdl – perché in questo modo aumentano i nostri consensi già molto alti. Sarebbe ora che la magistratura torni a essere credibile, episodi come questo creano solo disagi e disorientamento ai cittadini, oltre a confermare – conclude Valducci – quanto sia stato necessario approvare il Lodo Alfano”.

Il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto ha sottolineato invece come “la speculazione, fatta anche in Parlamento sul caso Mills dai presidenti dei gruppi parlamentari del Pd e dell’Idv, dimostria che, in assenza di una linea politica, l’opposizione cavalca solo l’antiberlusconismo e ritorna all’uso politico della giustizia”. “Il Pd è stato garantista per pochi mesi: solo quando sono stati chiamati in causa dai giudici alcuni dei loro esponenti in Campania, in Basilicata, in Toscana, in Calabria e in molte altre località. Adesso – sottolinea Cicchitto – come dal ’94 in poi sono tornati giustizialisti”.

Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha espresso solidarietà politica “piena e convinta” al presidente Berlusconi. Con un intervento in Aula al Senato, Gasparri ha osservato che in certe sentenze “c’è più politica che giustizia”. “Non abbiamo nessun timore a un pubblico confronto. Anche la tempistica elettorale di talune decisioni ci conferma che c’è chi fa campagna elettorale pubblicando le sentenze. Siamo convinti – ha concluso – che ulteriori gradi di giudizio daranno soddisfazione a chi la chiede”.

Nicolò Ghedini, deputato del Pdl e avvocato del premier, è sicuro che la sentenza Mills verrà ribaltata in Corte d’Appello. “È una sentenza annunciata – spiega il legale – dal tipo di istruttoria dibattimentale che ci è stata imposta: sono stati negati i testimoni della difesa, non sono state consentite le rogatorie richieste e si è proceduto con una tesi a senso unico”. Sulla questione della rinuncia all’applicazione del lodo Alfano, Ghedini è netto: “Si negherebbe la possibilità di espletare il suo ruolo da presidente del Consiglio perché in un processo fatto bene se ci sono 50 udienze, ce ne vorrebbero altrettante per ascoltare i testimoni della difesa. Stiamo parlando quindi di un anno e il premier non potrebbe fare il proprio lavoro perché, come è previsto dalla Costituzione, dovrebbe essere in Aula a difendersi”. Una prospettiva che, a più di un esponente della sinistra, non dispiacerebbe affatto.