Berlusconi e Casini: cosa c’è sotto il simbolo

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Berlusconi e Casini: cosa c’è sotto il simbolo

Berlusconi e Casini: cosa c’è sotto il simbolo

18 Febbraio 2008

Dopo
giorni nei quali la confusione ha regnato sovrana sotto il cielo, le posizioni
sono ora più chiare. La prossima competizione elettorale, per l’essenziale,
propone un bipolarismo imperfetto: due “partiti-coalizione” egemoni –
il Pd a sinistra, il Pdl a destra -; due poli minori, uno di centro e l’altro
di sinistra radicale. Infine, alcune frattaglie di differente consistenza, che
uno scriteriato decreto che in “zona Cesarini” ha annullato l’obbligo
di raccolta delle firme per la presentazione delle liste contribuirà a far
lievitare.

La
novità più importante, anche perché maggiormente imprevista, consiste
senz’altro nel divorzio tra lo schieramento unitario di centro-destra
ritrovatosi sotto un simbolo unico collegato con quello della Lega, e l’Udc di
Pier Ferdinando Casini. Se Veltroni è stato costretto a separarsi da Bertinotti
per l’esito infausto della comune esperienza di governo, Berlusconi e Casini in
apparenza avrebbero invece avuto ogni interesse a presentarsi nello stesso
schieramento. Per l’esito elettorale, in questo caso, non vi sarebbe stata
storia. Se dopo lunghi pensamenti non l’hanno fatto, vi saranno ragioni non
banali, che per questo meritano d’essere indagate.

Non
intendo con ciò negare quanto di empirico, di occasionale, di “troppo
umano” vi è in ogni decisione politica. So che la politica è fatta dagli
uomini i quali, a loro volta, sono fatti di carne, nervi e sangue. Per questo
non ho dubbi che sulla “rottura” abbiano influito antichi dissapori
mai realmente superati, orgogli feriti e lealtà consunte anche perché troppe
volte messe a repentaglio negli ultimi quattordici anni. E neppure perdo di
vista le piccole-grandi convenienze che un simbolo porta con sé e che vanno ben
al di là dell’identità (parola abusata anche questa, un po’ meno di
“valori”, ma che inizia anch’essa a divenire antipatica): soldi
pubblici, autonomia di spesa, finanziamento alla stampa di partito. E la lista
la si potrebbe facilmente allungare.

Il
realismo, però, quando si spinge agli eccessi rischia di smarrire il senso più
vero della realtà. In questa specifica circostanza, a me pare che sotto la
contesa del simbolo vi sia anche qualcosa di strutturale e duraturo, che fa
riferimento alle mentalità assai più che ai calcoli di bottega: tra Berlusconi
e Casini, insomma, mi sembra si stia giocando una partita decisiva su come
potrà strutturarsi il sistema politico italiano all’indomani di queste
elezioni.

Il
fatto è che il compromesso tra la vecchia democrazia dei partiti e una nuova
democrazia maggioritaria, stabilitosi nel 1994 e prolungatosi fino a oggi, è
andato definitivamente in crisi. La nascita del Pd, con il successivo avvento
di Veltroni alla guida della sinistra, ha accelerato la fine di quell’equilibrio
precario. Per il sistema oggi esistono due soli sbocchi possibili: o la
restaurazione di un equilibrio più vicino a quello della prima Repubblica,
costellato da tanti simboli diversi tra i quali il centro ritrovi una funzione
anche in senso strettamente partitico, oppure la nascita di due
“partiti-coalizione” a vocazione maggioritaria, riferimento obbligato
per i rispettivi alleati minori, per cui al centro vengano a trovarsi gli
elettori da conquistare assai più che partiti nuovi da edificare.

Il
prologo di
questa partita, in realtà, si è già giocato nel momento in cui si è provato a
modificare la legge elettorale. Casini già in quell’occasione, con
indiscutibile abilità, ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare il
passaggio dall’originaria proposta di Veltroni – che muoveva non senza
imbarazzi verso un nuovo bipolarismo – alla seconda bozza Bianco che, nella
realtà dei fatti, negava l’ipotesi originaria per rimettere l’esecutivo nelle
mani dei partiti.

Nel
cercare di comprendere quanto è accaduto in questi giorni, non va perso di
vista quest’antefatto. Berlusconi, nel tentativo di gettare l’acqua sporca
(frammentazione e coalizioni coatte) per salvare il bambino (la democrazia
decidente), ha istintivamente operato nel senso di proseguire la “rivoluzione
del 1994” nei modi e nelle forme consentiti da questa legge elettorale.
Casini, invece, è convinto che per andare avanti sia necessario un più
realistico ritorno indietro, condizionando la possibilità di manovra delle
leadership carismatiche e ricollocando in un centro partitico il fulcro del
sistema.

La
partita non ha portata solo teorica. Sulla testa dell’esecutivo che uscirà
dalle elezioni pende ancora, infatti, il referendum sulla legge elettorale.
Grazie alla scelta del simbolo unico, se dalla campagna elettorale il nuovo
assetto bipolare dovesse uscire rafforzato, lo scoglio del referendum potrà
considerarsi superato. In tal caso è sin troppo ovvio che le future
determinazioni sul sistema e sulla legge elettorale si compiranno in continuità
con quanto materialmente si è già fissato. Se non si fosse fatta chiarezza,
invece, la partita si sarebbe certamente riaperta, indipendentemente dal
risultato conseguito dal simbolo centrista. E, con ogni probabilità, avremmo
assistito, a parti invertite, alla pantomima della bozza Bianco 1, Bianco 2 e
chi più ne ha più ne metta.

In
fondo, nel tentativo di superare il compromesso sistemico stabilitosi a partire
dal 1994, Berlusconi è dovuto tornare al 1994. Lo scudo crociato che
probabilmente comparirà nelle regioni meridionali accanto al simbolo del nuovo
partito unico del centro-destra non deve trarre in inganno. Con Berlusconi sono
rimaste le forze che allora si affacciarono per la prima volta al governo del
Paese: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega. Mentre si sono staccati, e si
ritrovano tutti insieme in una velleitaria pretesa centrista, quanti sono
geneticamente collegati con l’ancien régime.

Il 1994 richiama anche un ulteriore ricorso storico. Il
fatto che il Pd abbia preferito Di Pietro a socialisti e radicali ricorda che
la sinistra tra giustizialismo e prudenza garantista, una volta ancora, abbia
scelto il primo. La circostanza rende la caduta dell’esecutivo Prodi per mano
di un magistrato “non competente” qualcosa di più di una circostanza:
quasi una metafora.