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Berlusconi e le donne. Che lo condannano, che lo difendono

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Donne, nel giorno della sentenza sul Rubygate intorno a Silvio Berlusconi ne girano tante. Le tre toghe rosa che lo condannano, innanzitutto, con un verdetto più pesante di quello richiesto dalla pm Ilda Boccassini. Giulia Turi, che presiedeva il Tribunale e ha letto la sentenza, conosciuta anche per aver firmato l'ordinanza di arresto del fotografo Fabrizio Corona. Orsola De Cristofaro e Carmen D'Elia, quest'ultima pronunciò la sentenza di primo grado contro Cesare Previti e i giudici Squillante e Pacifico.

La Boccassini, grande accusatrice, a cui una volta il Cavaliere strinse elegantemente la mano. Hanno setacciato la vita privata del Cav., inseguito e svelato le chimere del piacere privato, hanno ascoltato migliaia di intercettazioni, mentre il circo mediatico agitava la telenovela del bunga bunga in Italia e soprattutto all'estero. Poi hanno emesso il verdetto, qualcuno dice con la passione delle suffragette.

Ruby Rubacuori, Karima El Mahroug, la ragazza che dormiva sulle panchine della Sicilia e che sbarca a Milano per conquistare a modo suo la città della moda e i palazzi del potere. Dice e si contraddice, Ruby, scaraventata in una storia che mai avrebbe potuto immaginare nei suoi più sfrenati sogni di gloria, che sono anche un abisso per la sua giovane età, nonostante tutte le illazioni sulle sue orientali capacità mesmeriche. La bella Salomé del romanzo orientalista italiano, infatti, alla fine ha detto di non aver maifatto sesso con il Cavaliere, e questo è un fatto. Ma per le toghe rosa l'eventuale testimonianza della marocchina sarebbe stata, appunto, soltanto arabo.

Infine le donne che il Cavaliere lo amano e lo rispettano e che nel giorno della sentenza hanno fatto sentire più forte di altri la loro voce. Marina, la figlia, che ha usato toni durissimi per commentare la sentenza. "E' stato un processo per sfigurare un nemico politico. La condanna era già scritta dall'inizio nel copione messo in scena dalla procura". "Dopo anni passati a spiare dal buco della serraturra, non sono riusciti a trovare nulla". E poi, scagliandosi contro il circo mediatico: "Questo processo è stato concepito per essere celebrato sulle pagine dei giornali e nei talk show. Si sono inventati un imputato che non esiste, mio padre non è l'uomo descritto dai giudici".

Daniela Santanchè era sulle scale della procura di Milano subito dopo il verdetto. A prendersi gli insulti, gli apprezzamenti signorili alla Borghezio scanditi dai misogini fan della procura (tra loro anche disturbatori con bandiere M5S); sola ad affrontare l'ultima scena del Caimano anche se per fortuna non siamo ancora allo champagne molotov dipinto da Nanni Moretti, e dopo una decina di minuti i pasdaran se ne erano già tornati a casa. "Uno schifo, una vergogna, oggi la giustizia non è di casa in questo tribunale", ha detto Santanché. "Le tre donne che hanno giudicato Berlusconi hanno usato altre donne per una sentenza politica. Peggio di così era impossiile immaginare".

Donne, dunque. Che amano e odiano il Cav., che lo processano e lo corteggiano, che lo difendono e sono pronte a prenderne il testimone. Infatti è questo l'aspetto più paradossale della vicenda Ruby, a pensarci bene. L'uomo giudicato per anni come il manipolatore del corpo femminile, il tycoon spietato protagonista di docu-fantasy come Videocracy, alla fine dei giochi, potrebbe anche risolvere la sua travagliata successione passando il testimone proprio una donna. Con grande scorno finale delle corti rosa e delle indagatrici e delle altre paladine del "corpo della donna".

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