Berlusconi-Fini: quel che resta del pranzo alla Camilluccia
29 Settembre 2009
Cosa resta del pranzo alla Camilluccia? Sembra una tavola sparecchiata, a giudicare dagli ultimi eventi. E tra i commensali? Un dialogo che c’è ma procede a singhiozzo. Tutto in una settimana: dall’atteso faccia a faccia Berlusconi-Fini a casa del mediatore Gianni Letta conclusosi coi buoni auspici di un rapporto rimesso nei giusti binari, alla cittadinanza breve sulla quale si marcano differenze. Palesi, se si scorre la cronaca della festa Pdl a Milano con al centro l’iniziativa bipartisan dei deputati Sarubbi (movimentista democrat) e Granata (finiano doc) per dare la cittadinanza agli stranieri regolari residenti in Italia da cinque anni e pronti a chiederla, previo esame (conoscenza della lingua italiana, storia, leggi) e giuramento solenne sulla Costituzione. Visioni differenti tra Berlusconi e Fini, ma sopratutto dentro l’ex An.
Del pranzo alla Camilluccia resta certamente il piatto forte, la volontà di co-gestire il partito, condividere le scelte, insomma parlarsi e parlare negli organismi appena costituiti, ma è di tutta evidenza che Fini in questo weekend si sia esercitato in un gioco di abilità non pienamente riuscito: insomma ha provato a tirare via la tovaglia con un gesto deciso e rapido, convinto che piatti e bicchieri restassero integri al loro posto; invece qualche pezzo del servito buono è andato in frantumi.
L’intervento di Fini e le parole del Cav. Coerentemente con quanto già argomentato a Gubbio, sabato il presidente della Camera è tornato sul tema della cittadinanza difendendo la propria idea di integrazione e indirettamente, l’iniziativa di Granata e Sarubbi che proprio lui avrebbe in un certo senso ispirato, è la lettura che corre nei ranghi pidiellini. Il giorno successivo, chiudendo la kermesse meneghina, Berlusconi ha stigmatizzato il tentativo della sinistra di "spalancare le frontiere per dare il diritto di voto a tutti sperando che la votino, ma non riusciranno a cambiare la maggioranza dei moderati". Nessun riferimento alle parole di Fini. Da una parte, è come se Berlusconi non avesse voluto evidenziare la diversità di vedute rispetto al co-fondatore del Pdl e nemmeno parlare ai ranghi interni del partito, concentrandosi, invece, sulla critica agli avversari politici ; dall’altro non è sfuggito ai più il fatto che il premier abbia inteso così rimarcare che la posizione di Fini e di chi su questo terreno la pensa come lui, non è quella maggioritaria nel partito e, forse, nemmeno in Parlamento.
C’è dell’altro: a chi dalle colonne dei quotidiani più blasonati dipingendo scenari fantapolitici tutti proiettati al dopo-Berlusconi accreditava un Tremonti in sintonia con Fini, ha dovuto ricredersi. Perché il ministro dell’Economia ha definito la posizione del presidente della Camera “generosa e coraggiosa” e ribadito che è giusto affrontare questi temi in un dibattito pubblico, ma subito dopo ha detto chiaro che è sbagliata la tempistica e che oggi non ci sono le condizioni. Inequivocabile la metafora che ha usato: “Gli alberi crescono dal basso e i frutti si distribuiscono quando sono sui rami”. In altre parole per Tremonti, convinto del valore dell’identità nazionale (ha invitato a non commettere l’errore dell’Olanda), su queste questioni “è decisivo il fattore tempo e la cosa giusta nel tempo sbagliato può diventare sbagliata”.
Fibrillazioni tra gli ex An. Non è solo il presidente dei senatori Maurizio Gasparri a mostrare prudenza sul tema della cittadinanza breve sottolineando che sì, va bene aprire un confronto nella maggioranza, tuttavia la legge che c’è funziona. Ma è soprattuttto da Ignazio La Russa, coordinatore del Pdl considerato il mediatore tra alcune posizioni avanguardiste di Fini e il partito, che arriva un altolà. Passaggio che sabato a Milano avrebbe creato non poco imbarazzo a Italo Bocchino, vicecapogruppo vicario del deputati, molto vicino al presidente della Camera.
Il ministro della Difesa ha aperto al confronto e giudicato possibile dare la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia dove hanno concluso il loro ciclo di studi (la cosiddetta generazione Balotelli), ma per gli stranieri adulti il termine dei dieci anni non si tocca. Ed è a questo punto che La Russa si è scagliato contro quei parlamentari pidiellini (il riferimento è stato all’ex An Granata il quale a sua volta ha ricordato la sua totale sintonia col presidente della Camera ) che bypassando il dibattito interno al partito fanno fughe in avanti firmando iniziative bipartisan. Giudizio tranchant su quei “peones che fanno proposte estreme dalle quali mi dissocio”. C’è un terzo elemento che i più maliziosi nelle file di An notano come ulteriore segno di gelo tra La Russa e Fini: è la presentazione che il ministro ha fatto degli ospiti sul palco della festa e tra questi il direttore de Il Giornale Vittorio Feltri (nelle ultime settimane non certo tenero con l’inquilino di Montecitorio) al quale eletti e militanti hanno tributato una standing ovation.
Fronte compatto dagli ex forzisti. Il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello ha ribadito la sua contrarietà alla cittadinanza breve e il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto non ha gradito la mossa del finiano Granata. Sabato non glielo ha mandato a dire e pure oggi ha ribadito il concetto: l’attuale legge non è in discussione e “operazioni trasversali” per modificarla “non avranno via libera”. Cicchitto non chiude la porta a Fini, anzi, riconosce che ha posto un problema da approfondire prima negli organismi dirigenti, poi nei gruppi. Ma è fermo nel ricordare che la linea del Pdl “l’ha data ieri Berlusconi a Milano”.
