Berlusconi governa, Fini e Casini giocano ai ‘vietcong’ in Parlamento

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Berlusconi governa, Fini e Casini giocano ai ‘vietcong’ in Parlamento

26 Novembre 2010

7 ottobre 2010: il Consiglio dei ministri vara il pacchetto federalismo. 5 novembre: disco verde al piano sicurezza. 16 novembre: Palazzo Chigi approva il decreto Tremonti per lo sviluppo e oggi sarà la volta del Piano per il Mezzogiorno da 90 miliardi, primo tassello delle misure per il rilancio dell’economia, cui si aggiungono quelle contenute nella legge di stabilità. Martedì prossimo il Cdm sulla riforma della giustizia e la settimana successiva l’approvazione del pacchetto sul fisco. Cinque punti programmatici tradotti in provvedimenti entro il 14 dicembre e ieri l’agenzia Moody’s ha confermato il rating dell’Italia il cui merito di credito resta stabilmente ad ‘Aa2’. Date e fatti dimostrano una cosa: il governo c’è, governa e vuole continuare a farlo.

Berlusconi lo ripete al vertice con lo stato maggiore del Pdl facendo capire che sta lavorando per portare a termine la legislatura e con essa le riforme. Certo, se alla Camera non ci sarà una maggioranza solida, non resta che tornare dagli elettori ma il Cav. ai suoi conferma che i numeri a Montecitorio saranno sufficienti ad andare avanti: si parla di una decina di deputati tra i quali anche alcuni finiani.

Da un lato la road map di Palazzo Chigi, dall’altro la logica dei tatticismi parlamentari messa in atto (anzi in Aula) da Fini e Casini. Entrambi rilanciano moniti, ultimatum, sollecitazioni al premier affinchè si faccia da parte e a Montecitorio organizzano convergenze in tandem con Pd e Di Pietro per battere la maggioranza, come accaduto mercoledì e ieri sulla riforma Gelmini. E c’è perfino il ‘siparietto’ di alcuni futuristi che, come già fatto da Bersani, si sono arrampicati sui tetti per cavalcare la protesta di studenti e ricercatori.

Proprio i futuristi avevano garantito il loro sostegno alla riforma Gelmini, eppure anche ieri hanno mandato sotto il governo su un loro emendamento. E’ nella cronaca dei fatti più recenti che si leggono chiaramente le intenzioni degli ex alleati del Cav.  Il 7 novembre il presidente della Camera chiede la testa del Cav. alla convention futurista di Perugia (7 novembre), poi ritira i suoi ministri dal governo, quindi rivolge al Cav. un appello alla “responsabilità” in base al quale chi è stato eletto deve governare con atti concreti. Un dietrofront poi cancellato dalla nuova linea oltranzista che passa dalle dimissioni del premier considerate la pre-condizione per intavolare qualsiasi trattativa.

In parallelo, lo stesso percorso del leader Udc che nonostante gli appelli al senso di responsabilità per il bene del paese, replica alle aperture del premier con un secco: prima ti dimetti, poi se ne parla. Due istantanee dello stesso scacchiere politico ma se si guardano in controluce, contraddizioni e paradossi saltano agli occhi. Perché in realtà il presidente della Camera sta facendo il capo di un partito che si è staccato dalla maggioranza e chiesto la testa del premier; dice di stare nel campo del centrodestra ma a Montecitorio spesso vota con le opposizioni. Si chiama “guerriglia parlamentare”.

La stessa tattica del leader Udc che a parole sembra sempre pronto a dialogare col Pdl per ‘salvare’ l’Italia dalla ‘catastrofe’ elezioni, per non parlare del Pd Bersani che un giorno va a Palazzo Chigi per portare il suo contributo sui rifiuti in Campania e l’altro sale sui tetti della protesta contro il ministro dell’Istruzione. Ma qual è il vero piano di Fini e Casini? Il Cav. ha una sua convinzione che ieri avrebbe spiegato nell’ufficio di presidenza del Pdl: cambiare la legge elettorale e dividersi le più alte cariche dello Stato. In altre parole, il capo di Fli punterebbe al Colle e quello Udc a Palazzo Chigi.

Allo stato maggiore del partito, il premier ripete l’intenzione di andare avanti, convinto del fatto che la soglia dei 316 voti a Montecitorio sarà superata. Il ricorso al voto resta l’extrema ratio e Berlusconi lavorerà fino all’ultimo per evitarlo puntando “sul senso di responsabilità” dei parlamentari. Andare ora alle elezioni, con la crisi internazionale ancora da superare, “sarebbe da irresponsabili” come ricorda nell’incontro con le parti sociali sulla bozza del piano per il Mezzogiorno.

Cosa fare dopo il 14 dicembre è ancora tutto da decidere. Il Cav. non vuole stare in equilibrio su una manciata di voti magari esponendosi al rischio di continui “agguati” a Montecitorio sui singoli provvedimenti. Anche per questo nella maggioranza si continua a “sondare” l‘Udc ma Casini pure ieri ha confermato la linea: prima dimissioni del premier, poi dialogo. E se le elezioni restano sullo sfondo, il Pdl ha già avviato un lavoro parallelo di preparazione che passa dallo studio del nuovo simbolo del partito alla mobilitazione sul territorio: alla vigilia del voto in Aula, l’11 e 12 dicembre, nelle piazze italiane torneranno i gazebo.

Quanto alla stagione congressuale del Pdl – uno dei punti del vertice a Palazzo Grazioli – l’orientamento di massima è quello di uno slittamento a gennaio o a giugno dei congressi locali, ma se ne parlerà martedì prossimo. Le ragioni stanno nella delicatezza della fase politica che – osservano a via dell’Umiltà – richiede la massima attenzione del partito a livello nazionale e territoriale. Ma della questione se ne parlerà nella riunione già fissata per martedì.

Berlusconi vuole dai suoi massima compattezza: appello rivolto anche ai vertici campani del partito dopochè il ministro Carfagna esce dal faccia a faccia col Cav. annunciando che resterà al suo posto. E a tarda sera arriva l’ok della Lega sull’opzione dell’appoggio esterno al governo proposta dal Cav. ai centristi: “Se non è un problema di seggiola, come è successo anni fa con Follini, l’Udc sostenga il governo da fuori”.

Messo giù così, sembra l’ultimo avviso ai naviganti. Chissà se a questo punto Casini in nome della ‘responsabilità’ sceglierà comunque di staccare la spina, insieme a Fini.